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Sabato (Shabbat)

Lo Shabbat è l’istituzione cardine dell’ebraismo. Da esso nasce l’idea del riposo e la suddivisione del tempo in settimane trasmessi a tutta l’umanità. Se da un lato il Sabato commemora e onora il settimo giorno della creazione del mondo, dall’altro esso esprime anche la dimensione sociale di tale riposo collegandosi alla liberazione dalla schiavitù come primo segno di libertà dello scandire e gestire il tempo. Consacrare il Sabato, come prescritto dalla Torah nell’Esodo (31, 17) e nel Deuteronomio (5, 12, 15), significa uscire dalle occupazioni abituali e distaccarsi dal ritmo della vita lavorativa, per dare spazio ad altri aspetti profondi e più spirituali. L’obbligo dell’osservanza del Sabato è esteso a tutti: uomini, donne e persino agli animali e si realizza nel rispetto dei numerosi divieti definiti dalle trentanove melachot, i lavori che i maestri identificano con tutte le attività, non necessariamente legate allo sforzo fisico, utili alla costruzione del Santuario nel deserto (Es 31, 13). Prima dell’inizio delle festa è necessario provvedere alla preparazione della casa e del cibo, dato il divieto di accendere il fuoco e quindi di cucinare. Si indossano vestiti eleganti e ci si prepara ad accogliere l’arrivo del Sabato come quando si va incontro a una sposa. Lo Shabbat comincia venti minuti prima del tramonto del venerdì e termina il sabato con l’inizio della notte, appena sono visibili almeno tre stelle. Prima di andare in sinagoga si accendono i lumi della festa (Hadlakath ha nerot) e si prepara la tavola con le challot (pane del Sabato) e il calice per il Kiddush (preghiera di benedizione e consacrazione del Sabato). La mattina ci si reca in sinagoga per assistere alla lettura della Parashat Hashavua, brano settimanale della Torah.

Shoah

Shoa (distruzione, desolazione, calamità, con il senso di sciagura improvvisa), traslitterato anche Shoà o Sho’ah, è utilizzato per indicare lo sterminio sistematico degli ebrei durante la seconda guerra mondiale.

Sinagoga


(ebr. bet ha-keneset, “casa dell’assemblea”). Il luogo in cui si svolge la preghiera pubblica ebraica. Le prime sinagoghe risalgono all’esilio di Babilonia (dopo il 586 p.e.v., prima distruzione del Tempio), quando gli ebrei non poterono più praticare il culto nel Santuario di Gerusalemme; già a quell’epoca la sinagoga divenne luogo di preghiera, studio e riunione. Questa istituzione si mantenne in vita anche dopo il ritorno degli esuli e nell’epoca del secondo Tempio. Nel I secolo, dopo la distruzione del Tempio (70 e.v) e la fine del culto ivi praticato, la sinagoga divenne il fulcro della vita religiosa ebraica. A partire dal III secolo le sinagoghe furono decorate con affreschi e mosaici. Nel Medioevo la sinagoga divenne il centro delle comunità della diaspora; ad essa era spesso annessa una scuola o un’accademia di studio. L’architettura sinagogale muta a seconda dei periodi e dei luoghi, tuttavia si possono riscontrare in essa alcuni elementi costanti: l’Arca, una sorta di armadio o stanza in cui vengono conservati i rotoli della Torah, è posta di regola nella parete rivolta verso oriente (Gerusalemme) e ha di fronte il banco per la lettura sopra la bimah. Spesso la sinagoga presenta un matroneo rialzato per le donne o un settore ad esse riservato. I funzionari della sinagoga sono il gabbay (amministratore), il chazzan (cantore) e lo shammash (custode). Nel XIX secolo il giudaismo riformato ha introdotto in sinagoga l’uso dell’organo e ha abolito la separazione fra uomini e donne. Presso i riformati la sinagoga è chiamata “tempio”, così come in molte comunità italiane, anche se ortodosse.

Sionismo

Il Sionismo, inteso come l’idea del “ritorno” del popolo ebraico alla terra d’Israele, ha radici bibliche ma si fonda come movimento politico solo durante il primo congresso sionista tenutosi a Basilea nel 1897. In quella sede sono definiti gli obiettivi nazionali del popolo ebraico, che troveranno espressione in gruppi o partiti variegati e in istanze sia politiche (liberali, socialiste) sia religiose. La nascita dell’idea nazionale, laica e moderna, elabora sul piano dell’antica idea messianica una forma di coscienza collettiva che vede nella Terra d’Israele una vera e propria “patria”, un luogo concreto dove poter realizzare l’unicità culturale e nazionale del popolo ebraico.

Sporchi ebrei

L’insulto più comune della tradizione antisemita che denota appunto il carattere irrazionale dello stessa. Rimanda infatti al mondo dei cattivi odori, delle scorie, della putrefazione, di quei ceti «bassi» soliti ai mestieri impuri e in ultima analisi alla morte con un duplice significato: il luogo oscuro delle tenebre cui l’indicizzato appartiene e cui viene destinato. La connotazione della sporcizia, però, ferma qualsiasi elemento di razionalità alla sola definizione. Non si dirà mai, infatti, “brutti ebrei” o “cattivi ebrei” perché la bruttezza (e il suo contrario, la bellezza) e la cattiveria (e il suo contrario, la bontà) appartengono all’estetica e alla morale, due categorie ben precise del discorso filosofico. Il che condurrebbe alla lapalissiana conclusione che in qualsiasi collettività nel tempo e nello spazio esistono belli e brutti, buoni e cattivi. Non esiste invece nessun tema discorsivo colto che abbia il proprio fondamento nell’opposizione sporco/pulito. Degno di nota, e sommo esempio esplicativo, il tentativo della civiltà romana di creare una propria autonomia dal ben maggiore pensiero greco con la creazione di un’antropologia culturale che avesse il proprio fondamento nelle proprietà del fiuto del cane; ma al di là dell’attestazione di una generica sagacia (da unire alla prudenza e all’accortezza) la ricerca non ebbe seguito rilevante. Non è perciò l’olfatto lo strumento di giudizio razionale ed etico delle attività umane. Lo è se mai la vista, come aveva osservato già agli albori della filosofia il greco Eraclito, non a caso l’elemento determinante per qualsiasi prova in sede processuale dove si parla proprio di testimonianza oculare. Solo l’occhio può garantire la veridicità dei fatti. Neppure l’udito, che s’inserisce piuttosto in quel mondo irrazionale di “dicerie” e di “voci”, è prova di verità; lo è invece per colui che “sente le voci”: il paranoico.

Stella di David (Maghen David)

Il Maghen David, la “stella di David”, formato da due triangoli equilateri opposti e intrecciati, viene considerato il simbolo dell’ebraismo. La Bibbia, però, non lo menziona ed esso non compare nemmeno nei reperti dei numerosi scavi archeologici compiuti in Israele, a esclusione di una particolare sinagoga di Cafarnao del II secolo e.v. A tale simbolo sono state date molte spiegazioni. Per alcuni il triangolo con la base rivolta verso il basso rappresenta l’anelito dell’uomo verso Dio e quello verso l’alto la ricerca dell’uomo verso Dio. Il fatto poi di essere intrecciati tra loro starebbe a indicare la loro forza, il loro essere scudo. Secondo lo studioso di Cabbalà, Gershom Sholem, il simbolo era già usato nell’età del bronzo in molte civiltà e regioni lontane come la Mesopotamia e la Britannia mentre, nel periodo del Secondo Tempio, veniva utilizzato indifferentemente da ebrei e non ebrei come motivo decorativo. In ambito ebraico, il motivo dell’ampia diffusione di questo segno nel XIX secolo sarebbe dovuto, sempre secondo lo studioso, al desiderio di assumere un simbolo che rappresentasse l’ebraismo, così come la croce rappresenta il cristianesimo. Durante la seconda guerra mondiale la stella di David con la parola “Jude” (giudeo in tedesco) venne utilizzata dai nazisti per identificare gli ebrei, che furono costretti a cucirla sugli abiti. Questo obbligo fu esteso anche alle zone occupate, con la sola variante della scritta “giudeo” in lingua locale. La “stella a sei punte” o “esagramma” è anche un simbolo molto diffuso nell’occultismo.

Stereotipizzazione

L'assegnazione automatica a un singolo individuo di attributi (fisici, psicologici,comportamentali) assegnati dalla società alla categoria o classe sociale cui lo stesso appartiene. Quindi, se una persona appartenente a un gruppo viene automaticamente percepita come avente tutte le caratteristiche attribuite dalla società a quel gruppo, tale persona viene “stereotipizzata”, ossia viene definita attraverso uno stereotipo.

Stereotipo

La parola stereotipo venne inventata da Firmin Didot ed usata dalla stampa; era in origine una impressione duplicata di un elemento tipografico originale. Nel tempo, questa divenne una metafora per un qualsiasi insieme di idee ripetute identicamente, in massa, con modifiche minime. Stereotipo e cliché erano in origine entrambe parole usate in ambito tipografico, ed avevano il medesimo significato. In particolare, cliché era un termine onomatopeico derivato dal suono prodotto durante il processo di stereotipizzazione, quando la matrice colpiva il metallo fuso.
Gli stereotipi sono l’insieme delle caratteristiche preconfezionate, attribuite come tipiche a una categoria o gruppo sociale, sono una sorta di immaginario collettivo a cui attinge il pregiudizio individuale. Gli stereotipi non sono quindi una creazione individuale ma vengono appresi dall’ambiente; essi rappresentano la controparte sociale e la fonte di alimentazione dei pregiudizi individuali. La creazione e l’arricchimento degli stereotipi riflette l’esercizio nel tempo del potere culturale, religioso e politico esercitato da un gruppo maggioritario e forte ai danni di un gruppo minoritario e debole.