11 Marzo 2016

I Vangeli e l’accusa di deicidio

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Fonte:

L'Osservatore Romano

Autore:

Lucetta Scaraffia

La responsabilità della condanna

Anche se la dichiarazione «Nostra aetate» è intervenuta in modo decisivo a cancellare l’accusa di deicidio dal popolo ebraico rimane il nodo dei testi evangelici

Gli ultimi giorni di vita di Gesù e in particolare le sue ultime ore, cariche di pathos e di colpi di scena, si possono anche definire un plot drammatico straordinario, come ha scritto Corrado Augias in un suo libro recente (Le ultime diciotto ore di Gesù, Torino, Einaudi, 2015, pagine 248, euro 20). Infatti coinvolgono profondamente chi legge il racconto evangelico o ne è in qualche modo spettatore, anche perché si sa che, da quell’evento apparentemente irrilevante nella storia antica, è nato un mondo nuovo.

Ma oggi, nonostante appunto i mille racconti e le infinite rappresentazioni artistiche e cinematografiche, la passione di Cristo nel suo drammatico susseguirsi di colpi di scena è sempre meno conosciuta, specialmente fra i giovani. La maggioranza di loro, infatti, non frequenta le chiese, non ha mai sentito leggere i vangeli, non conosce quella vicenda se non per vaghi cenni. Ben venga dunque qualsiasi libro che sia capace di renderla viva, che sia in grado di coinvolgere il lettore, anche se non aderente alla tradizione cristiana consolidatasi nei secoli, anche se l’autore non crede nella divinità di Gesù e tanto meno alla sua resurrezione. Per questo motivo un testo di grande successo come quello di Augias, che in Italia ha dominato le classifiche di vendita per mesi, svolge paradossalmente una funzione più positiva ai fini della conoscenza dei racconti evangelici di tanti altri, magari ineccepibili dal punto di vista esegetico o dottrinale, ma in genere poco avvincenti e che dunque non si diffondono.

Le differenze fra autore (e lettore) credente e non credente comunque ci sono. E soprattutto non riguardano problemi solo teologici o dottrinali, ma anche nodi di decisiva importanza storica, come l’origine della questione ebraica nella storia del cristianesimo.

La tradizione ebraica, e in generale quasi tutti i commentatori dei vangeli, hanno sempre individuato nel racconto della passione la radice dell’ostilità antigiudaica, la “maledizione” che nei secoli ha gravato sul quel popolo. Come ben si sa, accentuare la colpa del popolo giudaico nella condanna di Gesù significa assolvere almeno parzialmente Pilato, e quindi i romani dominatori della turbolenta regione: di qui ha origine la giustificazione dell’odio contro gli ebrei che nei secoli si è poi alimentato proprio in occasione dei riti della settimana santa. Ma è stata una deformazione che si è creata nel corso del tempo, oppure questa condanna era veramente iscritta nei testi sacri? Si tratta di una questione che coinvolge profondamente un credente, mentre i non credenti la possono dare per scontata: come fa Augias che pure, nella sua narrazione, cerca di distribuire abbastanza equamente le responsabilità della condanna.

Aldo Schiavone invece, nel suo libro sul prefetto della Giudea (Ponzio Pilato. Un enigma tra storia e memoria, Torino, Einaudi, 2016, pagine 176, euro 22), la affronta con grande acribia storica, individuando il nodo centrale del problema proprio nel momento della decisione se liberare Gesù o Barabba, quello che chiama «il punto zero della genealogia dell’antisemitismo cristiano, alle origini di una tragedia dell’Occidente». E lì che la responsabilità della condanna potrebbe passare dal piccolo gruppo dell’élite sacerdotale all’intero popolo ebraico, o almeno a un numero significativo di ebrei convenuti a Gerusalemme in occasione delle festività.

Forte della sua esperienza storico-giuridica e mettendo a frutto l’enorme letteratura esegetica, Schiavone prova in modo convincente che «i giudei» nominati per ben cinque volte in un breve spazio di testo da Giovanni «sono individuati esattamente e senza ombra di dubbio soltanto come coloro che avevano scortato Gesù da Pilato: dunque i componenti del Sinedrio, semmai accompagnati dai loro servi e da un distaccamento della guardia del Tempio. Nessun altro». Eppure nei sinottici la scena sembra ampliarsi: Luca accenna a una «moltitudine», ma soprattutto Matteo e Marco parlano di folla, che svolge un ruolo meno marginale.

Una folla che non aveva ragione di essere, sia perché non ci sarebbero stati né il tempo né i motivi per convocarla, sia perché soprattutto la guarnigione romana non avrebbe certo tollerato grandi concentrazioni in sostegno di un arrestato. Quindi, secondo lo studioso, Marco e Matteo non erano tanto attenti alla verità storica, quanto piuttosto all’esigenza di spiegare come la responsabilità della morte di Gesù fosse da attribuire all’intero popolo ebraico. In questo modo, in una parte della prima memoria cristiana, «reggendosi su un evidente falso» — scrive l’autore — «si radicava il rovello di una tenace pulsione anti-giudaica», cioè «un fondo di veleni».

La manipolazione della realtà si spiega facilmente, da un punto di vista esterno e razionale: in un contesto prevalentemente giudaico, le più antiche comunità cristiane hanno visto negli ebrei i loro primi persecutori, fratelli che non hanno voluto credere. I romani invece erano nemici ed estranei, la loro ostilità sembrava ovvia, quindi meno grave, più prevedibile e comprensibile.

Ma se per i non credenti questa spiegazione può bastare, per i credenti si apre un problema non secondario: cosa significa per un cristiano accorgersi che, di fronte al momento cruciale in cui Gesù testimoniava la sua fede perdonando i suoi torturatori, in alcuni dei racconti della passione si riflette la tendenza a caricarne la responsabilità sul popolo che ne avrebbe portato il peso per secoli?

Per un credente il libro di Schiavone, il quale prova in modo convincente e decisivo che la folla non poteva esserci, apre perciò una questione drammatica: lo costringe infatti a prendere atto che anche tra gli autori dei vangeli fanno breccia debolezze umane, e che proprio mentre si tramanda nella narrazione il punto culminante della vicenda di Gesù emergono letture contrarie alla sua predicazione, che gli stessi vangeli hanno peraltro fedelmente conservato. Non il perdono, ma addirittura una interpretazione dei fatti che non trova riscontro nella storia ma sulla storia influirà, e certo non in modo positivo. E anche se, sulla scorta di importanti studi esegetici e teologici, la dichiarazione conciliare Nostra aetate è intervenuta in modo decisivo a cancellare l’accusa di deicidio dal popolo ebraico, rimane il nodo intricato di questi testi evangelici.

La questione è stata affrontata con coraggio da Joseph Ratzinger nella seconda parte del suo Gesù di Nazaret. Benedetto XVI si domanda infatti chi fossero «precisamente gli accusatori? Chi ha insistito per la condanna di Gesù a morte?». E continua affermando che, se per Giovanni «i Giudei» erano l’aristocrazia del tempio, in Marco diventano la massa, intesa come plebaglia. Anche qui, secondo Ratzinger, non si tratta del popolo degli ebrei in quanto tale, ma piuttosto — come hanno sostenuto studiosi ed esegeti — dei sostenitori di Barabba. E in Matteo, che parla di «tutto il popolo», non si farebbe riferimento alla realtà storica, ma si dovrebbe leggere piuttosto un tentativo «di spiegarsi il terribile destino di Israele nella guerra giudaico-romana, nella quale vennero tolti al popolo la terra, la città e il tempio». Benedetto XVI prosegue ricordando che sempre Matteo insiste sulla colpevolezza di Israele perché fa dire al popolo «il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». E continua: dobbiamo ricordare che il sangue di Gesù «non chiede vendetta e punizione, ma è riconciliazione. Non viene versato contro qualcuno, ma è sangue versato per molti, per tutti». E quindi anche per i suoi accusatori.

Questa indiscutibile verità è stata però molto fraintesa, come sappiamo. E rimane la portata ambivalente di testi che, proprio nel cuore della narrazione evangelica, pongono la questione drammatica della condanna del popolo ebraico. Se per i non credenti questa caduta può sembrare un fatto scontato, ampiamente prevedibile, per i credenti diventa invece occasione di una ulteriore — ma sempre necessaria — presa di coscienza della fragilità umana, della incapacità di comprendere completamente il Vangelo anche da parte di chi aveva seguito Gesù sino alla fine, aveva dedicato a lui la vita e sarebbe morto per non rinnegarlo.