18 Aprile 2013

Svastiche, rune e ambiguità varie, recensione del saggio di Marco Zagni, La svastica e la runa. Cultura ed esoterismo nella SS Anhenerbe, pres. di G. Galli, Milano:Mursia 2011

Fonte:

Osservatorio antisemitismo

Autore:

Alberto De Antoni

Un testo di recente uscita[1] consente al lettore italiano di conoscere un aspetto poco noto, ma decisamente importante della politica culturale nazista. L’Ahnenerbe-Forschungs-und Lehrge-meinschaft (Associazione per la ricerca e l’insegnamento dell’eredità degli antenati), tradizionalmente abbreviato in Ahnenerbe, fu un’associazione fondata nel 1935 da Heinrich Himmler, Walter Darré (ministro dell’agricoltura e ideologo del Blut und Boden “Sangue e suolo”) e dal professore universitario Hermann Wirth col proposito di valorizzare il passato del popolo germanico. Nel 1937, con il completo controllo da parte di Himmler conobbe una riorganizzazione che la trasformò in un’associazione molto articolata, con ampia disponibilità di fondi diventando principalmente un istituto di archeologia, di linguistica e di storia germanica; dal 1939 anche una società di ricerca che spaziava in diversi settori come l’astronomia, rimedi occulti, controllo del clima, estrazione del petrolio dal carbone, ad es. Reclutò anche molti accademici, i suoi membri erano anche appartenenti alle SS e potevano valersi dell’ausilio del SD, il servizio di sicurezza delle SS. In tempo di pace si fece promotrice di diversi scavi in tutta Europa e organizzò anche delle spedizioni nel mondo alla ricerca del passaggio di popolazioni germaniche o ariane. Quella in Tibet alla volta di misteriose civiltà scomparse[2] è stata anche resa celebre di riflesso da un fortunato film (Sette anni in Tibet, diretto da J.-J. Annaud), ma non meno famosa fu quella compiuta in Medio Oriente da studiosi, alcuni dei quali di chiara fama come, ad es., Franz Altheim in seguito affermatosi come storico dell’antichità. Ma sottoposta allo stretto controllo di Himmler, che aveva assorbito un interesse in tal campo dall’ambiente familiare[3], nazionalista e conservatore, l’Ahnenerbe fu costretta anche a condividere sino in fondo la Weltanshauung nazista e quella tutta particolare del Reichsführer SS. Per questi nel 30.000 a.C. il nord polare sarebbe stato senza ghiacci e avrebbe consentito la presenza di una civiltà molto evoluta, antenata di quella che diventerà successivamente nota come ariana, e che tra il 25.000 e l’8.000 a.C., in seguito a una nuova glaciazione, si sarebbe spina a sud e nel mondo. Qualsiasi resto monumentale antico o d’incerta spiegazione sarebbe d’attribuire a quella cultura, l’unica peraltro a aver elevato l’umanità da una condizione primitiva. Le rune, il sistema antico di scrittura scandinavo-germanico, avrebbe conservato in qualche modo tracce di quell’antica sapienza che permise ai popoli nordici la superiorità intellettuale. La teoria, conosciuta come Welteislehre (o Glazialkosmogonie), non era nuova, peraltro, e s’inseriva in quelle prime ricerce d’Ottocento e d’inizio Novecento compiute dalle nascenti scienze filologiche, archeologiche e comparativistiche. Comprensibile perciò anche grossolani errori di ricostruzione storica, ma anche evidenti le strumentalizzazioni politiche. Ad es., il nazionalista indiano maharatto Bal Gangadhar Tilak[4] scrisse di un’origine artica della civiltà vedica con il fine di contrapporre alla teoria anglo-sassone un’origine altrettanto nordica della propria Nazione. Col nazismo l’ossessione delle origini, il mito del nazionalismo e l’imperialismo culturale si fusero nella teoria della superiorità razziale. Poiché già il nazismo come ideologia si presentò come un coacervo di vaghe idee spiritualistiche, di superstizioni irrazionali, di leggende di varia fonte e d’ interpretazione del tutto stravolta della storia e della realtà tedesca, non parve vero ai teorici dell’origine nordica dei popoli ariani[5] portare il proprio contributo. Non c’è dubbio che tra i molti intellettuali e studiosi che parteciparono all’esperienza dell’Ahnenerbe vi furono anche profittatori attratti dagli indubbi vantaggi accordati dalla protezione di Himmler, ma, complessivamente parlando, la maggior parte, soprattutto quelli di provenienza accademica, svolse un ruolo attivo di ricerca con competenza. Si trattava, dopotutto, di un atteggiamento culturale presente in tutta l’Europa e volto a valorizzare il patrimonio culturale della propria Nazione. Si deve però ricordare anche l’attribuzione al passato germanico di un testo scritto in antico frisone, noto come Ura-Linda Chronik, ad opera di Hermann Wirth, oggi ritenuto un falso ottocentesco, e che nelle intenzioni di Himmler sarebbe dovuto diventare una sorta di Bibbia o di Iliade del popolo tedesco. Con la guerra l’attività dell’Ahnenerbe si estese anche alle Nazioni occupate, soprattutto in Europa orientale, col fine evidente di rintracciare prove del passato germanico per legittimare la creazione dell’impero razziale. Ma, sempre con la guerra, si ha anche il suo coinvolgimento negli esperimenti criminali compiuti da medici-antropologi nei campi di concentramento per gli studi sulle razze e nella razzia di beni appartenenti al patrimonio culturale dei popoli conquistati. Si hanno così due filoni interpretativi per comprendere l’attività dell’Ahnenerbe: il primo, che s’inserisce nell’onda lunga del romanticismo e del nazionalismo ottocentesco e che può essere considerato alla stessa stregua degli analoghi movimenti culturali europei; il secondo, che comprende tutto quanto di irrazionale, folklorico, pseudo-scientifico, misticheggiante e spiritualista si è mosso lungo tutto il tardo Ottocento e primo Novecento. La teoria della razza e il mito dell’impero divennero gli esiti quasi scontati per l’ideologia delle guerre di conquista tedesche del Novecento. Dell’Ahnenerbe, se si esclude l’obbligatoria monografia di Michael Kater[6], una tesi di dottorato più volte ristampata, il grande pubblico conosce, tramite una divulgazione molto spesso strumentale, solo gli aspetti più esoterici, secondo una moda che vede con successo il nazismo, o almeno alcuni dei suoi tratti[7], inseriti all’interno dei “grandi misteri” non svelati dell’Occidente o delle “verità nascoste” della storia mondiale. Il testo di Marco Zagni, un autore che evidentemente mostra interesse con questo tipo di ricerche[8], avrebbe il fine di convalidare la giustezza delle ricerche compiute sotto il nazismo – o, meglio sembrerebbe suggerire, nonostante il nazismo. Non si capisce, però, perché, pur nella condivisione della teoria “artica” dei popoli ariani e nella sua esposizione, inserisca delle digressioni che vogliono attenuare se non assolvere le SS. Così, senza ragione, espone la storia delle Waffen SS (pp. 129-131) sottolineando che solo nel 1961 ottennero la pensione «Un riconoscimento importante, se teniamo conto del fatto che in Italia, al contrario, non è mai stato riconosciuto il servizio militare svolto da chi prestò giuramento sotto la Repubblica Sociale Italiana» (p. 132) e concludendo con la testimonianza pronunciata a Norimberga a propria difesa da parte del generale Paul Hausser, ideatore delle stesse Waffen SS (pp. 140-142). Il fine, evidentemente, è quello di assolvere le SS, o almeno parte di esse, per togliere il marchio d’infamia anche agli studi compiuti sotto la loro egida. L’operazione è però strumentale perché la partecipazione delle Waffen SS ai crimini è stata ampiamente dimostrata in sede processuale. È perciò sospetto l’autore quando scrive «…svolgeva [scil l’Ahennerbe] le sue ricerche tra il Sud della Russia e l’Ucraina, anche se le possibilità di scavo in loco erano molto limitate, date le infiltrazioni partigiane che gli uomini della Viking dovevano debellare a tutti i costi» (p. 198), senza che sia fatto cenno della partecipazione della medesima divisione SS ai massacri compiuti dalla squadra 11 dell’Einsatzgruppe D[9]. Ben diverso è stato invece l’approccio di una recente monografia dedicata alla leggendaria ed esotica spedizione dell’Ahenerbe in Tibet[10], voluta dal Reichsfüher SS per lo studio di un’antica cultura guerriera decaduta in seguito all’avvento del buddhismo, grazie alla quale sappiamo che i due protagonisti, l’antropologo Bruno Beger e il naturista Ernst Schäfer, furono coinvolti durante la guerra nella selezione e nelle analisi degli esperimenti medici compiuti nei campi di concentramento[11]. Questi crimini nello Zagni (pp. 352-356) sono invece delineati come un «…disastro causato dalla deriva criminale del nazismo…»; il che rimanda immediatamente non solo a una condivisione della purezza e della correttezza di un nazismo delle origini o perlomeno dei suoi ideali, ma anche alla riproposizione di temi e di valori già screditati da tempo e non solo dalla storia. Si legge, infatti, e neppure tra le righe, la presenza continua del pensiero di Julius Evola o meglio ancora dei suoi ispiratori d’oltralpe. Del resto, l’intellettuale italiano, un vero e proprio idolo della destra neofascista, è citato nettamente: «L’apporto di Julius Evola (1898-1974) alla cultura tedesca contemporanea, soprattutto nel periodo 1933-1945, viene ritenuto ancora oggi molto interessante, naturalmente per chi considera il periodo dei fascismi in Europa con un occhio più disinteressato, più legato alla realtà storica di quegli anni turbinosi, che a una sterile e, ci si consenta, orami anacronistica e negativa propaganda tranchant» (p. 273). L’affermazione, che vorrebbe avere valore apodittico, lo è solo nella volontà dell’autore perché l’influenza di Evola sulla cultura tedesca è tutta da dimostrare; se mai, al contrario, è palese la derivazione del pensiero evoliano da alcune correnti della destra tedesca, certamente non maggioritarie, ma comunque complementari a nazismo stesso. Infatti, si legge costantemente nel libro il leitmotiv evoliano e neofascista dell’individuo assoluto, lontano dal volgare materialismo della realtà, di ascendenza ariana-germanica, al tempo stesso portatore di cultura e soldato filosofo, quasi un moderno sacerdote dei valori di lealtà, onestà e coraggio, impegnato in una lotta esistenziale contro i negatori del vero e della trascendenza della vita e della storia. L’ambiguità di fondo è perciò notevole poiché l’autore riporta nel testo abbondante testimonianza del pensiero dell’epoca affidandola a documentazione originale, anche di non facile reperimento, con indubbio valore di antologia, ma non segnando un proprio distacco, quasi volesse costituire l’elemento cui basare la propria ricostruzione storica. Tutta la documentazione proviene infatti da materiale editoriale di case editrici di destra o dalle stesse fonti naziste come il settimanale «Das Schwarze Korps» o il mensile «SS Leithefte», editi dalla casa editrice delle SS Nordland Verlag. Così, en passant, piacerebbe anche sapere quale origine abbiano avuto tutti questi testi, come siano stati reperiti  e soprattutto da chi siano stati tradotti. Sono presenti anche ampi passi tratti dai discorsi pubblici di Himmler e si legge con molto disagio un brano de “Il nostro popolo” (da Die Schuzstaffeln als antibolschewistische Kampforganization, Zentral Verlag der NSDAP, Berlin 1937, pp. 13-17), nel quale si parla di «ordine difficile […] di dare luogo allo sterminio di questi piccoli ma distruttivi animali [scil., i topi]» (pp. 65-67) senza andare al celebre discorso tenuto a Posen il 6 ottobre 1943[12] quando ricorre una medesima locuzione a proposito dell’annientamento della popolazione ebraica d’Europa. In ultima analisi non è ben chiaro se l’autore operi una ricostruzione storica “alternativa” indicando una sorta di riconoscenza anche in tutti quegli autori che bene o male confluirono o furono fatti propri dal nazismo o piuttosto si serva di un saggio – che a questo punto avrebbe potuto trattare di qualsiasi argomento – per inserire documentazioni che legittimino la politica culturale del nazismo e ancor di più l’operato politico. Il fatto è che l’autore aveva già affidato una simile operazione culturale e ricostruzione storica a un precedente saggio[13], edito da una casa editrice milanese che utilizza come proprio marchio il pugno corazzato simbolo della 17 SS Panzergrenadier Division “Götz von Berlichingen”, e con prefazione una frase di Himmler sul passato germanico già comparsa in prima pagina in Richard von Kienle Germanische Gemeinschaftsformen (Deutsches Anhenerbe, 4), Berlin-Stuttgart 1939[14]. Il libro, che evidentemente non ha subito la revisione accurata del secondo, è un testo raffazzonato più simile a un pamphlet che a un saggio, dove nomi, discipline e metodologie si sovrappongono in modo non corretto con l’evidente scopo di recare sostegno a una o a più realtà trascurate dalla storia e dalla scienza ufficiale. Tra queste alcune fatte proprie anche dal nazismo. Per questa ragione l’excusatio non petita addotta contro i crimini nazisti e le critiche all’antisemitismo, oltre ad essere scontate e pleonastiche, costituiscono un alibi neanche tanto trasparente da parte di un autore che evidentemente ne accetta comunque i principi ideologici di fondo. Spiace pertanto trovare l’introduzione affidata a un politologo serio ed affermato come Giorgio Galli, autore a sua volta di saggi importanti sull’aspetto irrazionale ed esoterico del nazismo[15], peraltro uno dei pochi studiosi italiani ad avere affrontato il problema della cultura di destra al di fuori del dogmatismo politico, e che scrive «…la storia del nazionalsocialismo non è “altro”, ma è parte della storia della cultura occidentale…» (p. 10). In ogni caso questo testo di Zagni è meno ambiguo del successivo e le scelte dell’autore assai esplicite ed esplicative. Ad es., cita un ampio passo del discorso con cui Hitler dichiara guerra agli Stati Uniti (11 dicembre 1941) indicando il presidente Roosevelt come il rappresentante del capitalismo e della finanza mondiale rimandando a una rivista alternativa contemporanea (ma quale?) che ribadisce la tesi complottistica dei grandi speculatori mondiali (p. 146). Diciamolo apertamente: c’è bisogno di citare Hitler per criticare l’ordine finanziario mondiale? Inoltre, tra i molti studiosi “alternativi” presentati a supporto delle proprie tesi, alcuni non furono solamente dediti agli studi esoterici o che altro: ad es., il giornalista Johannes von Leers (1902-1965) antisemita e razzista, dopo la guerra approdò in Egitto lavorando alla redazione araba del noto libello “I protocolli dei Savi di Sion”, diventando amico del Gran Muftì di Gerusalemme, Muhamad Hadj Amin al-Hussayni (p. 162), coinvolto a sua volta in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale come attivo promotore del reclutamento di volontari delle SS tra le comunità musulmane bosniache. Altri faux-pas non mancano, soprattutto perché tocca al lettore indagare e scoprire che cosa si nasconde dietro l’abbondante mole di citazioni e di nomi, come, ad es. (p. 169), quando vengono presentate le persone ammesse nel “sancta sanctorum” del castello di Wewelsburg, il cuore del misticismo-templare delle SS, senza che sia sappia che Theodor Eicke, Oswald Pohl, Ernst Kaltenbrunner, Walter Daluege, Reinhard Heydrich, Hans Kammler, pur tra le stesse SS, siano stati dei micidiali assassini e nomi maledetti del martirologio del popolo ebraico. Ovviamente quando l’Ahnenerbe viene citata in relazione agli esperimenti medici compiuti dei campi di concentramento – non è possibile farne a meno – la responsabilità è attribuita a un solo colpevole, August Hirt, non a caso soprannominato “Hirt il pazzo”(p. 228). Accanto, o meglio inserite non si comprende a quale titolo se non per desiderio d’erudizione dell’autore, varie leggende più o meno folkloriche che hanno accompagnato la storia “nascosta” dell’Europa come, ad es. il mito della lancia di Longino, il cui possesso avrebbe garantito il dominio del mondo (p. 211), o quella di una sorta di Bibbia nordica scritta in caratteri runici che avrebbe raccontato la “vera storia” dei popoli indo-europei e che «…prendeva la via del Tibet nel maggio del 1945, con un volo segretissimo organizzato dall’ultimo nucleo delle SS esoteriche, le quali riuscirono in questa incredibile impresa utilizzando un prototipo adatto del supermoderno (per i tempi) bombardiere quadrimotore Heinkel» (p. 212). Quest’ultima ricostruzione storica s’avvicina in realtà più a un film di fantasia che a qualsivoglia realtà; del resto l’autore cita nel saggio – e con convinzione (p. 247) – un testo (Omero nel Baltico), relativamente recente, che nelle conversazioni tra studiosi è nominato come esempio ricostruttivo d’utilizzo testuale da non seguire avendo collocato l’epopea omerica nel Mar Baltico in base a false etimologie, para-etimologie e una lettura estremamente realistica, ma arbitraria, delle due fonti epiche. Si legge infatti nel retro di copertina di Svastiche e rune la collaborazione dell’autore alla rivista di studi ermetici «Fenix», dove compare come lettura anche Evola, e a «Nexus», entrambi pubblicazioni di  storia alternativa, civiltà scomparse, misteri esoterici et similia, nelle quali passano però sempre articoli o scritti che pretendono di rivedere la storia della Seconda Guerra Mondiale. È perciò un peccato che il lettore italiano abbia modo di accostarsi a quest’argomento, senz’altro interessante nei suoi risvolti ricostruttivi preistorici – dopotutto a un dilettante di successo come Schliemann dobbiamo la “scoperta” di Troia -, senza che sia posto in evidenza la vasta operazione intellettuale messa in atto dal nazismo e prima ancora dal nazionalismo tedesco[16]. Uno studio di questo genere è stata compiuto invece dal germanista Pier Carlo Bontempelli[17], che pur toccando di riflesso anche l’Ahnenerbe e applicando il dispositivo foucaultiano (ovvero il modo in cui i temi della cultura, presentata apparentemente come neutrale, si formino e si organizzino per la gestione del potere costituito) all’intelligence delle SD, ha descritto la complessa operazione che ha portato i temi cari a Himmler all’interno delle maggiori istituzioni scolastiche tedesche. Dopotutto, come ha dimostrato l’antropologa americana Mary Douglas[18], le istituzioni sono composte da uomini e gli uomini fanno per natura e per necessità delle classificazioni che vengono fatte proprie dalle istituzioni e di conseguenza dalla società che è retta da tali istituzioni. Nel caso specifico del nazismo, che in questo contesto può essere letto anche come la conclusione del nazionalismo tedesco ottocentesco, non stupisce tanto la ricerca ossessiva delle proprie origini o la valorizzazione della propria cultura, quanto la proposizione di se stesso solo in chiave antisemita[19], quasi che per esistere e per legittimare se stesso abbia dovuto elaborare un “altro”, quasi un polo negativo su cui elaborare di riflesso i propri valori. È questo il grande scandalo della storia tedesca e un vero e proprio corto circuito della logica che deve ancora trovare risposta.

zagni[1] Marco Zagni, La svastica e la runa. Cultura ed esoterismo nella SS Anhenerbe, pres. di G. Galli, Milano:Mursia 2011.

[2] Su cui Chr. Hale, Himmler’s Crusade. The Nazi Expedition to find the Origins of the Aryan Race, N.Y. 2003 (trad. it., Milano 2006).

[3] Sul carattere didattico e pignolo di Himmler, mutuato sicuramente dal padre, l’insegnante di scuola superiore, Gebhard, si veda l’interessante racconto Alf. Ardersch, Der Vater eines Morders (Zürich 1980; trad. it. Milano 1992), scritto da un ragazzo che, divenuto scrittore, ripercorse la sua espulsione scolastica avvenuta nel 1928 per opera del padre del futuro Reichführer SS.

[4] L.B.G. Tilak, The Orion or Researches into the Antiquity of the Vedas, New Delhi 1972 (ed. or. 1893) e The Artic Home in the Vedas being also New Key to the Interpretation of Many Vedic Texts and Legends, Poona and Bombay 1903.

[5] Senza entrare nel merito dei vasti e dibattuti studi sulle origini dei popoli cosiddetti indo-europei (noti in passato come ariani) per i quali si rimanda a Le radici prima  dell’Europa. Gli intrecci genetici, linguistici, storici, ed. G. Bocchi, – M. Ceruti, Milano 2001, che comprende gli atti del congresso tenuto a Milano nel 1999 con interventi dei maggiori linguisti, archeologi e genetisti mondiali.

[6] M. Kater, Das Anhenerbe der SS, 1935-1945. Ein Beitrag zur Kulturpolitik des Dritten Reiches, Stuttgart 1974.

[7] Ad es., i pur ben fatti Fr. King, Satan and Swastika. The Occult and the Nazi Party, London 1976 (trad. it., Torino 2008) e P. Levenda, Unholy Alliance. A History of Nazi Involvement with Occult, New York 20022  (trad. it., Milano 2005).

[8] M. Zagni, Impero amazzonico. Cent’anni di ricerche dal colonnello Fawcett ai giorni nostri, Montespertoli 2002.

[9] R. Rhodes, Master of Death. The SS Einsatzgruppen and the Invention of the Holocaust, New York 2002; trad. it., Milano 2006, p. 71 (che rimanda alla documentazione del Processo di Norimberga). In un contesto italiano si potrebbe ricordare l’eccidio di Meina sul del lago Maggiore compiuto da membri della divisione SS Das Reich nell’autunno del 1943 in riposo dal fronte orientale.

[10] Chr. Hale, Himmler’s Crusade, op. cit., p. 22.

[11] Il medico SS August Hirt inviava i crani degli internati di Auschwitz a Schäfer che era responsabile dell’Istituto di ricerche centroasiatiche con sede in un castello vicino a Salisburgo (Chr. Hale, Himmler’s Crusade, op. cit.p. 19, con documentazione originale a p. 111). Schäfer fu anche coinvolto con gli esperimenti compiuti dal famigerato medico Sigmund Rascher di Dachau (pp. 401-409). Beger era stato allievo di Hans F.K. «Rassen» Günther, un insegnante liceale che ottenne dopo le vittoriose elezioni naziste del dicembre 1929 in Turingia la cattedra di Rassenfrage und Rassenkunde. Beger era inoltre membro del Rasse und Siedlungshauptamt (Ufficio razza e insediamento) (pp. 130-138) e fu coinvolto anche nel campo di Natzweiler nell’analisi antropologica degli scheletri giunti da Auschwitz (pp. 420-429). Anche H.A. Pringle, The Master Plan. Himmler’s Scholars and the Holocaust, New York 2006; trad. it., Torino 2007, pp. 395-411, sugli esperimenti medici, e pp. 445-455, sul processo di Norimberga (pur con qualche concessione al lato esoterico del nazismo). La SS Wolfram Sievers, che di fatto diresse l‘Anhenerbe come diretto responsabile di Himmler, fu condannato a morte durante uno dei processi di Norimberga.

[12] Himmler-Reden 1933-1945, hrsg. von B.F. Smith und A.F. Peterson, Watsonville-Stanford Calif. 1973, pp. 247-269. Nel discorso, sopravvissuto grazie a una registrazione su vinile, Himmler parlò apertamente dell’assassinio in massa del popolo ebraico senza ricorrere a perifrasi e impiegando – fatto raro ma assai esplicativo – il termine Ausrottung (sterminio). La data del discorso, avvenuto nel momento in cui lo spettro della sconfitta si faceva vivo, indica la volontà di Himmler nel sottolineare ai propri collaboratori l’eventuale chiamata di corresponsabilità per i crimini commessi.

[13] M. Zagni, Archeologi di Himmler. Ricerche, spedizioni e misteri dell’Ahnenerbe, intr. di G. Galli, Ritter Milano 2004.

[14] Su Kienle, M. Kater, Das Anhenerbe der SS, op. cit., p. 200, e P.C. Bontempelli, SD. L’intelligence delle SS e la cultura tedesca, Roma 2006, p. 261. Richard von Kienle (1908-1985) fu professore all’università Amburgo e direttore della rivista «Indogermanisch-germanische Sprach-und Kulturwissenschaft» (Lingua e Scienza della Cultura indogermanica-germanica). Appartenne al cerchio più stretto delle amicizie di Himmler e come membro dell’Ahnenerbe anche delle SS.

[15] G. Galli, Hitler e il nazismo magico, Milano 1989 e Intervista sul nazismo magico (con P.A. Dossena), Torino 2010; ma anche Cromwell e Afrodite. Democrazia e culture alternative, Milano 1995 (sguardo più complesso e articolato alla storia “perduta” delle culture non ufficiali dell’Europa). L’altro nome d’obbligo per gli studi pionieristici in questo campo è quello di F. Jesi, Cultura di destra, Milano 1979.

[16] Per un primo quadro ricostruttivo M. Weinreich, Hitler’s Professors. The Part of Scholarship in Germany‘s Crimes against the Jewish People, New York 1946, e di F.K. Ringer, The Decline of the German Mandarins. The German Academic Community, 1890-1933, Hanover and London 1990 (or. ed. 1969); per gli studi di storia sotto il nazismo K.F. Werner, Das NS-Geschichtsbild und die deutsche Geschichtwissenschaft, Stuttgart 1967, e per le scienze astratte, meno neutrali di come si possa pensare, J. Cornwell, Hitler’s Scientists. Science, War and the Devil’s Pact, London 2003 (trad. it., Milano 2006).

[17] P.C. Bontempelli, SD. L’intelligence delle SS e la cultura tedesca, op. cit.

[18] M. Douglas, How Institutions Think, SyracuseN.Y. 1986 (trad. it., intr. di P.P. Giglioli, Bologna 1990).

[19] Tema colto da M. Olender, Les langues du Paradis. Aryens et Sémites: una couple providentiel, pref. de J.-P. Vernant, Paris 1989 (trad. it, Bologna 1991).