12 Giugno 2014

Stereotipi antisemiti trasversali alle ideologie

libre_parole

Fonte:

Il Foglio

Autore:

Roberto Della Seta

Un antisemitismo molto sociale

La maggioranza degli europei detesta i musulmani e disprezza i rom, in parecchi hanno una pessima opinione anche sugli ebrei. Lo dice una ricerca del Pew Research Institute ripresa recentemente dal Washington Post, e a prima vista non sembra uno scoop. Che nell’Europa in crisi economica e in crisi di identità cresca l’ostilità verso le minoranze più riconoscibili nella loro diversità — culturale, religiosa, etnica — è un dato di banale evidenza sia induttiva (la xenofobia come reazione canonica di comunità che si sentono “insicure”) che deduttiva (l’avanzata elettorale delle forze nazionaliste e “anti immigrati”, il ripetersi di attentati contro immigrati islamici e comunità ebraiche).

Però i numeri messi in fila dal Pew Research Institute colpiscono ugualmente. Colpisce intanto che il risentimento verso islamici e rom in quanto gruppi non assimilati sia più diffusa dove essi sono meno numerosi (per decenni si è teorizzato il contrario: per esempio che un paese come l’Italia era meno razzista perché meno toccato dai fenomeni di immigrazione). Così, in Francia, Germania e Gran Bretagna, cioè nei paesi europei a più elevata presenza islamica, meno di una persona su tre si mostra ostile ai musulmani, mentre in Italia e in Grecia, dove i musulmani sono assai di meno, la percentuale degli islamofobi sale sopra il 50 per cento. Quanto ai rom, la Spagna è il paese europeo dove ne vivono di più (650 mila) e quello dove l’ostilità nei loro confronti è meno diffusa (riguarda solo il 40 per cento degli spagnoli, contro l’85 per cento dell’Italia e il 66 per cento della Francia).

Ancora di più colpisce il dato sull’antisemitismo, soprattutto il dato italiano: da noi il 24 per cento delle persone manifesta pregiudizi antiebraici, meno che in Grecia (47 per cento) ma più che in Germania (5 per cento) e in Francia (10 per cento). Dunque nell’Italia in crisi non soltanto c’è diffidenza o aperta ostilità verso musulmani e rom, ma nemmeno gli ebrei sono visti benissimo. E questo 24 per cento di italiani potenziali antisemiti, come in generale la persistenza tra molti europei di un sotterraneo sentimento antisemita (26 per cento in Spagna, 18 per cento in Polonia, 7 per cento in Gran Bretagna) stupisce persino di più delle altissime percentuali di islamofobi e di anti rom: perché mentre i rom per un verso e i musulmani per un altro evocano problemi con una loro dimensione oggettiva — la presenza nelle nostre città di campi nomadi percepiti come un fattore di insicurezza per tutti, l’islamismo come antagonista radicale e irrevocabile dell’occidente — nel caso degli ebrei l’ostilità ha radici assai meno immediate e tangibili.

Verrebbe da dire, parafrasando Benedetto Croce: perché non possiamo non dirci antisemiti. In effetti se si guardano le tradizioni, le riflessioni, i processi storici costitutivi dell’identità europea — dall’antichità classica al cristianesimo, dalla riforma protestante alla controriforma, dall’illuminismo al romanticismo, dal nazionalismo al socialismo —, tutti i grandi filoni della storia e della cultura europee recano tracce vistose di ostilità contro i “giudei”. Sì, socialismo compreso, sebbene uno stereotipo non meno frequentato dei pregiudizi razzisti abbia sempre descritto l’antisemitismo come una categoria politica nata e germogliata solo a destra. Questo semplicemente non è vero, come non è vero che l’emergere a sinistra, soprattutto nella sinistra più radicale, di linguaggi e atteggiamenti antiebraici sia un effetto collaterale e relativamente recente del conflitto che oppone da decenni Israele ai paesi arabi. Insomma: l’antisemitismo di sinistra non nasce con la polemica della sinistra contro Israele per i suoi comportamenti verso arabi e palestinesi in medio oriente (che naturalmente ha molto contribuito ad alimentarlo); non nasce con Israele e nemmeno con il sionismo. Nasce molto prima, nasce ancora prima della stessa parola “antisemitismo” coniata nel 1879 da un nazionalista tedesco di nome Wilhelm Marr.

Nel corso dell’Ottocento, quello che Simon Levis Sullam ha chiamato “L’archivio antiebraico” (Laterza, 2008), cioè il repertorio di concetti e simboli su cui si è andato costruendo e rinnovando nei secoli il discorso antisemita, si è popolato di una nuova generazione di immagini e stereotipi catalogabile come antisemitismo sociale; immagini e stereotipi distinti da quelli molto più antichi che connotano da sempre l’antigiudaismo di impronta cristiana — l’ebraismo deicida — e che identificano nell’ebreo la personificazione “razziale” dell’idolatria del denaro. L’antisemitismo sociale reca dall’inizio un segno ideologicamente ambiguo: caratterizza le correnti più risolutamente antiliberali e anticapitalistiche sia della destra che della sinistra, da una parte il nazionalismo populista e dall’altra il socialismo rivoluzionario. Il suo esordio politico avviene in Francia con il movimento boulangista (dal nome del suo leader, il generale Georges Boulanger), che sul finire degli anni Ottanta dell’Ottocento riscosse un larghissimo seguito popolare e sembrò sul punto di rovesciare la Terza Repubblica. Nel boulangismo e nelle sue parole d’ordine — revanscismo antitedesco, radicalismo sociale, attacco al parlamentarismo della “Terza Repubblica” — si riconobbero sia nazionalisti di destra come Maurice Barrès e Paul Déroulède, sia molti socialisti rivoluzionari da Henri Rochefort, “eroe” della Comune di Parigi, a Benoît Malon, fondatore e primo direttore della Revue socialiste. L’antisemitismo sociale fu tra i collanti principali di questo inedito incontro: nei suoi editoriali quotidiani sul giornale L’Intransigeant, Rochefort usava spesso la parola “juif’ come epiteto spregiativo, e nell’ottobre 1889 titolava “Le Triomphe de la Juiverie” l’editoriale di commento alla sconfitta subita dai boulangisti nelle elezioni politiche. Quanto a Malon, sulla Revue socialiste ospitò numerosi articoli di autori furiosamente antisemiti (Auguste Chirac, Albert Regnard) e scrisse anche lui sul tema parole inequivocabili: “Sì, la nobile razza ariana ha tradito il suo passato, le sue tradizioni, le sue ammirevoli conquiste in campo religioso, filosofico e morale, quando ha venduto l’anima al dio semita, all’ottuso e implacabile Jehovah”(1886).

Del resto, l’album di famiglia dell’antisemitismo sociale riguarda la sinistra e il movimento socialista almeno quanto la destra nazionalista. Proudhon, tra i padri del socialismo utopistico, nel 1847 annotava nei suoi diari (pubblicati postumi): “L’ebreo è il nemico del genere umano. Bisogna che questa razza sia ricacciata in Asia o sterminata. Heine, Weil e altri sono solo delle spie segrete; Rothschild, Crémieux, Marx, Fould, esseri malvagi, biliosi, invidiosi, acrimoniosi, ecc., che ci detestano. L’ebreo deve sparire. Col ferro, con la fusione, o con l’espulsione”. Ancora prima, nel 1806, l’altro socialista utopista Charles Fourier qualificava gli ebrei come “il vero popolo dell’inferno, una vile canaglia dei cui luridi crimini abbondano gli annali”. Proprio a un discepolo di Fourier, Alphonse Toussenel, si deve il primo e uno dei più fortunati libri-manifesto dell’antisemitismo sociale: “Les Juifs, rois de l’époque”, saggio del 1845 che sistematizza lo stereotipo degli ebrei come personificazione della grande finanza e del capitalismo; così comincia il libro di Toussenel: “Al pari del popolo io chiamo con questo nome spregevole di Ebreo ogni trafficante di denaro, ogni parassita improduttivo che vive dei beni e del lavoro di altri. Ebreo, usuraio, trafficante sono per me sinonimi”. Toussenel è stato indiscutibilmente uno dei grandi precursori e dei padri riconosciuti dell’antisemiti-smo sociale: “Le Juifs, rois de l’époque” verrà ripubblicato più volte, e nella Francia collaborazionista e accesamente antisemita di Pétain e Laval molti ex socialisti convertitisi all’alleanza con Hitler richiameranno in varie occasioni pubbliche il proprio debito culturale verso l’antisemitismo sociale e socialista di Toussenel.

Questa vulgata dell’ebreo quintessenza dello spirito rapace del capitalismo troverà paradossali risonanze nello stesso Marx. Nel suo saggio del 1844 “Sulla questione ebraica”, l’autore del “Capitale” —nipote di un rabbino, figlio di un avvocato ebreo battezzatosi nel 1817 per sfuggire al divieto che in Prussia impediva agli ebrei di esercitare l’avvocatura — afferma che gli ebrei “non potranno emanciparsi se non si distaccheranno completamente e definitivamente dal giudaismo”, e aggiunge: “Il denaro è il geloso Dio di Israele, di fronte al quale non può esistere nessun altro Dio”.

A fine Ottocento, il caso Dreyfus rappresentò una decisiva cesura nel rapporto tra movimento socialista e questione ebraica. In realtà, quando il capitano ebreo alsaziano Alfred Dreyfus venne arrestato nel 1897 con l’accusa di spionaggio a favore dei tedeschi durante la guerra franco-prussiana, la prima reazione dei socialisti francesi fu quanto mai incerta, dominata da un sentimento di estraneità rispetto a uno scontro percepito come tutto interno allo stato borghese; ancora nel gennaio 1898, di fronte al grande clamore sollevato dal “J’accuse” di Zola che perorava l’innocenza di Dreyfus, 32 deputati socialisti firmarono una dichiarazione pubblica sostenendo che non era compito né interesse dei socialisti difendere Dreyfus che apparteneva “alla classe capitalista, alla classe nemica”. Ma in pochi mesi la gran parte dei socialisti francesi, ed europei, si unì al movimento “dreyfusard”, contro la destra nazionalista per la quale Dreyfus con le sue colpe e soprattutto con il suo “sangue” — ebreo, alsaziano di cittadinanza francese ma di lingua tedesca — incarnava lo spirito irrevocabilmente antipatriottico della “juiverie” e dei suoi alleati. Con il caso Dreyfus il socialismo europeo, almeno nelle sue espressioni ufficiali, mise all’indice una volta per tutte l’antisemitismo, ma la storia delle “relazioni pericolose” tra sinistra e pregiudizio antiebraico non s’interruppe affatto. In particolare, l’antisemitismo ritorna come percepibilissimo rumore di fondo in molti esponenti del sindacalismo rivoluzionario, a cominciare da Georges Sorel che rinnegando la propria precedente militanza “dreyfusarde” e attestandosi sulle posizioni dei nazionalisti della “Action Française” di Maurras nel 1909 pubblicò un saggio, “La Révolution dreyfusienne”, nel quale la riabilitazione giudiziaria di Dreyfus viene letta come vittoria del “partito filoebraico”, incarnazione di un modernismo cosmopolita che nega tradizione e nazione, sulla legge e sulle tradizioni e gli interessi nazionali della Francia.

Secondo lo storico israeliano Zeev Sternhell, nel sindacalismo rivoluzionario è chiaramente visibile l’impasto di sinistra rivoluzionaria e destra nazionalista da cui scaturirà il fascismo e che ispirerà, tra le due guerre mondiali, innumerevoli passaggi individuali “dal rosso al nero”. Di questo impasto l’antisemitismo sociale è un ingrediente non secondario. Lo si ritrova nello stesso Mussolini, che a Sorel e al sindacalismo rivoluzionario era stato vicino e che in più di un’occasione, prima da socialista e poi da fascista, dimostra di attingere dall’archivio” antiebraico” più gli attrezzi dell’antisemitismo sociale che non quelli dell’antigiudaismo cristiano. Come ha ricostruito Giorgio Fabre nel suo saggio “Mussolini razzista” (Garzanti, 2005), il Mussolini antisemita in effetti ha radici molto più antiche e anche più sorprendenti di quanto non dica la datazione —1938 —delle prime leggi razziali. In un articolo del 1919 sul Popolo d’Italia, intitolato “I complici”, il futuro Duce accusava l’ebraismo di una duplice, e apparentemente contraddittoria, colpa: al tempo stesso padroni della finanza mondiale e ispiratori del bolscevismo, gli ebrei — così scriveva Mussolini — “si prendono una rivincita sulla razza ariana che li ha condannati alla dispersione per tanti secoli”.

Del resto, anche tra i socialisti italiani come tra quelli francesi l’antisemitismo sociale vantava una solida tradizione: nel 1897, all’esplodere del caso Dreyfus e prima che il “J’accuse” di Zola convertisse i socialisti europei alla causa “dreyfusarde”, il giornale socialista Avanti! si era schierato risolutamente contro il capitano ebreo espressione della “bancocrazia giudaica”. L’antisemitismo sociale era di casa anche negli ambienti del sindacalismo rivoluzionario italiano. Paolo Orano — iscritto al Partito socialista fino al 1906, poi sindacalista rivoluzionario — nel 1910 fondò la rivista antisemita La lupa; nel 1937, divenuto sotto il fascismo rettore dell’Università di Perugia, pubblicò su incarico diretto di Mussolini il pamphlet “Gli ebrei in Italia”, teorizzazione della necessità delle imminenti leggi razziali: “Gli ebrei ebraizzanti d’Italia — scriveva Orano — non si sono spiegati ancora. Ma l’ora è venuta. Essi hanno lo strettissimo urgente dovere di dichiararsi nemici dell’ebraismo internazionale, della internazionale ebraica”. Un altro sindacalista rivoluzionario divenuto fascista, Agostino Lanzillo, era stato il tramite per la diffusione in Italia, intorno al 1910, delle tesi antisemite di Sorel. L’antisemitismo sociale è dunque una malattia antica della sinistra, a sua volta originata da un altro morbo che è la diffidenza verso il denaro. E’ l’idea vecchia come l’Europa medievale del denaro “sterco del diavolo” — Jacques Le Goff ha dedicato al tema un bellissimo saggio —, ed è la tentazione palingenetica di condannare l’homo oeconomicus”, per sua natura asociale e amorale, e di contrapporre una dimensione “buona” dei bisogni sociali a una “cattiva” degli interessi economici. Oggi, di fronte alla crisi più lunga e socialmente più costosa degli ultimi settant’anni, questa tendenza carsica della cultura europea sembra riemergere: d’altra parte quale contesto migliore del tunnel socioeconomico che dura per l’Europa da quasi un decennio e che in tanti addebitano al potere eccessivo della finanza per riproporre la visione del denaro, del profitto, dell’interesse privato come “sterco del diavolo”, per gridare al complotto di banchieri e plutocrati?

Dare un volto giudaico a questi banchieri e plutocrati richiede un passo in più: finora in Europa si sono decisi a compierlo solo alcuni partiti di estrema destra — Alba dorata in Grecia, Jobbik in Ungheria, Npd in Germania —, ma accenti analoghi si trovano in mondi assai diversi da questi e ideologicamente più ambigui, in particolare nel neocomunitarismo che unisce la sinistra antiglobalizzazione, l’ecologia profonda, in Francia e in Inghilterra i nazionalisti del Front National e dell’Ukip, in Italia il leghismo e i grillini. Del resto lo stereotipo antigiudaico si nutre da secoli dell’immagine dell’ebreo come cosmopolita irriducibile ad appartenenze territoriali o anche nazionali. Per ora i neocomunitari di tutta Europa, di destra e di sinistra o magari per loro vocazione “oltre” la destra e la sinistra, se la prendono più che altro con il complotto pluto-massonico di banchieri e speculatori di Borsa, ma qualcuno con evidenza già si morde le labbra per tacere che i banchieri sono “cattivi” perché non hanno patria, e non hanno patria perché alla fine sono quasi tutti ebrei.