19 Agosto 2015

Spagna, campagna antisemita contro il cantante Matisyahu

rototom_sunsplash

Fonte:

La Stampa - The Wall Street Journal

Autore:

Francesco Olivo

È contro lo stato palestinese

E Matisyahu non va al festival

Benicàssim (Spagna). Per poter esibirsi al Rototom, il festival reggae più importante d’Europa, può non bastare esserne invitati. Al cantante americano Matisyahu è stato chiesto (preventivamente) qualcosa in più: una dichiarazione a favore della creazione di uno Stato di Palestina. Matisyahu è un ebreo di New York, proviene da una famiglia molto religiosa e nel passato si è dichiarato a favore della politica di Israele. Fatti inaccettabili per alcune organizzazioni antisioniste della zona di Valencia, in testa la Bds (alla guida del boicottaggio contro lo Stato ebraico), che ha protestato con vigore contro la presenza del musicista, minacciando proteste clamorose nel giorno del concerto. La petizione partita dai social network ha trovato adesioni anche tra altri artisti, pronti a disertare la rassegna pur di non dover dividere la scena con il collega ebreo. Appoggio politico anche da Compromís, il partito che esprime il sindaco di Valencia.

Per uscire dalla tenaglia, il Rototom invia una lettera al cantante chiedendo «una dichiarazione scritta o video nella quale si esprima in modo chiaro che i palestinesi hanno diritto a uno Stato e di essere a favore della pace tra il popolo israeliano e quello palestinese». Matisyahu rifiuta di sottoporsi al questionario e il concerto viene cancellato, sostituito dall’esibizione di una cantante giamaicana. Sulla sua pagina Facebook l’artista americano risponde agli organizzatori con la domanda: «Avete chiesto dichiarazioni politiche ad altri artisti invitati?»

Se gli antisionisti festeggiano («Lacrime di felicità», scrivono sui social), la polemica scoppia durissima e arriva fino agli Stati Uniti. Il Congresso ebraico mondiale parla di antisemitismo: «Un artista ha diritto alle proprie opinioni». Solidarietà a Matisyahu anche dalla Regione di Valencia.

«È una sconfitta di tutti – dice il fondatore del Rototom, l’italiano Filippo Giunta – ci siamo trovati tra due estremismi. Da una parte un’associazione, che con toni e ragionamenti violenti incitava al boicottaggio contro di noi. E dall’altra un artista che, davanti alla nostra legittima domanda di condanna della guerra, non ha risposto». A quel punto – continua Giunta la decisione di annullare «un concerto che avrebbe generato un conflitto certo. Non abbiamo detto no a Matisyahu in quanto ebreo o sionista».

Non c’è pace per il Rototom , da più di vent’anni il più grande evento del movimento reggae in Europa. La storia nasce in Friuli Venezia Giulia nel 1994, ma il successo è sempre stato accompagnato dall’ostilità più o meno esplicita di politici e autorità locali. Perquisizioni, controlli, divieti: Giunta fugge nel 2011 da «una persecuzione», come dice lui, e porta la sua creatura a Benicàssim, nella regione di Valencia, in Spagna, un luogo più tollerante verso il popolo reggae. Poi, però, la politica invade di nuovo i cancelli della musica.

That Anti-Israel Reggae Beat

Rototom Sunsplash is an annual arts-and-music festival going on this week near Valencia, Spain. Showcasing “the cream of reggae’s crop,” Rototom Sunplash according to its organizers also aims to promote a culture of “peace, equality, human rights and social justice.” Unless you’re Jewish, that is.

This year Rototom Sunsplash disinvited Matthew Miller, a Jewish-American reggae star who performs under the name Matisyahu, because he wouldn’t publicly endorse a Palestinian state. The organizers said they cancelled Mr. Miller’s appearance after having “repeatedly sought dialogue in the face of the artist’s unavailability to give a clear statement against war and on the right of the Palestinian people to their own state.”

Mr. Miller was the only participant asked to engage in such political “dialogue.” Micah Shemaiah, Andrae Jay Sutherland and other Jamaican artists weren’t asked to disavow antigay violence in their country. Sudanese journalist and festival presenter Sami al-Hajj, a former Guantanamo detainee, wasn’t required to publicly denounce the Khartoum regime’s human-rights abuses.

“It was appalling and offensive,” Mr. Miller wrote of the incident, “that as the one publicly Jewish-American artist scheduled for the festival they were trying to coerce me into political statements.” Even the virulently anti-Israel Spanish press has denounced the move.

Many European cultural and intellectual elites still don’t see the connection between singling out the world’s sole Jewish state for opprobrium and the explosion of anti-Semitic sentiment on the Continent. Remember the Matisyahu affair the next time proponents of the anti-Israel boycott, divest and sanction movement insist their aim is to promote Palestinian rights, not anti-Jewish bigotry.