28 Ottobre 2015

Riflessione di Rav Jonathan Sacks sui cinquant’anni della dichiarazione Nostra Aetate

RavSacks

Fonte:

www.rabbisacks.org

Autore:

Jonathan Sacks

Cinquant’anni di Nostra Aetate

E’ stato, a prima vista, un gesto teologico e minore, eppure ha portato una delle più grandi rivoluzioni nella storia religiosa. Nostra Aetate, la dichiarazione dei rapporti con le religioni non cristiane del 1965 della Chiesa cattolica, ha dichiarato che “non si dovrebbe parlare degli ebrei come di rifiutati o maledetti, come se ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura”. Oggi, come risultato, ebrei e cattolici si incontrano non come nemici, ma come amici cari e rispettati.

Il Vaticano II, la riunione internazionale dei vescovi cattolici da cui emerse Nostra Aetate, deve la sua genesi a due uomini straordinari, Papa Giovanni XXIII e lo storico ebreo-francese Jules Isaac. Isaac era sopravvissuto all’Olocausto, durante il quale aveva perso la moglie e la figlia nei campi di sterminio. Poi si mise personalmente a scoprire le radici dell’antisemitismo che aveva infettato ampie parti d’ Europa nel XIX e XX secolo.

Ha tracciato di nuovo l’antica storia della Chiesa. Isaac non credeva, né dovremmo, che l’Olocausto e l’antisemitismo in sé, siano stati ispirati dal cristianesimo. L’odio di Hitler aveva radici del tutto diverse , e l’ antisemitismo in quanto tale, precede la nascita del cristianesimo. Ma Isaac individuò la tendenza da parte dei gentili, nei primi testi cristiani, dopo l’apertura della Chiesa, di  incolpare gli ebrei collettivamente per la morte di Gesù e di vedere il giudaismo come una relazione fallita tra Dio e l’umanità. Ciò divenne particolarmente pronunciato negli scritti dei Padri della Chiesa in quello che egli definì “l’insegnamento del disprezzo”.

Gran parte di questo è dovuto a tensioni interne alla Chiesa degli albori. Eppure ha portato a una storia dolorosa, durante la quale gli ebrei sono stati di volta in volta massacrati, espulsi, pubblicamente umiliati, forzatamente convertiti, accusati di avvelenare i pozzi, di diffondere la peste e uccidere bambini cristiani per scopi religiosi, la cosiddetta Calunnia del Sangue. Anche se tale comportamento è stato spesso condannato da papi, e in alcuni casi era in violazione della dottrina cristiana, ha lasciato un’eredità di sospetto, paura e odio.

Il lavoro di Isaac è stato letto da Giovanni XXIII, un uomo di coraggio che, da arcivescovo Roncalli durante la guerra a Istanbul , aveva salvato migliaia di vite di ebrei. Nel giugno 1960 i due uomini si incontrarono, e il Papa decise di riesaminare l’atteggiamento della Chiesa verso altre fedi, in particolare verso l’ebraismo. Inizia così il processo del Vaticano II, nonostante Giovanni XXIII, morto nel 1963, non visse abbastanza per vedere il suo completamento. Alla fine, anche se lo sviluppo dottrinale adottato era modesto, portò uno spirito completamente nuovo alle relazioni tra le due fedi che persiste ancora oggi.

Hanno avuto luogo eventi una volta inconcepibili, tra i quali la visita di Papa Giovanni Paolo II nella sinagoga di Roma nel 1986, dove parlò del popolo ebraico con profondo fraterno rispetto e anche amore, e la sua preghiera nel 2000 presso il Muro del Pianto a Gerusalemme. Il più straordinario di tutti, però, è stato la dichiarazione di Papa Francesco nel 2013, nel corso della sua risposta ad una lettera aperta da parte di un giornalista italiano, il dr. Eugenio Scalfari, critico della Chiesa, soprattutto per il suo atteggiamento verso gli ebrei.

Facendo riferimento al Vaticano II, Francesco ha scritto “Dio non ha mai trascurato la sua fedeltà al patto con Israele, e, attraverso le prove terribili di questi ultimi secoli, gli ebrei hanno conservato la loro fede in Dio. E per questo, noi, la Chiesa e l’intera famiglia umana, non possiamo mai essere sufficientemente grati nei loro confronti.” Questa è la dichiarazione più positiva mai pronunciata da un Papa sull’ ebraismo e il popolo ebraico, ed è testimonianza eloquente che, anche a fronte di differenze religiose, le relazioni interrotte possono essere sistemate e che le antiche ferite cominciano a guarire.

Raramente ciò è stato più importante, perché il nostro mondo deve affrontare sfide enormi in cui è essenziale che gli ebrei e i cristiani stiano insieme, se possibile, in un abbraccio che si espande per includere altre fedi, non ultimo l’altro monoteismo abramitico, l’Islam.

La violenza per motivi religiosi, ha portato caos e distruzione ad ampie fasce del Medio Oriente, parte dell’Africa sub-sahariana e in Asia. I cristiani soffrono l’equivalente religioso della pulizia etnica nei paesi in cui sono stati una presenza per secoli. L’Islam pacifico viene sovvertito dai jihadisti radicali, che portano la barbarie e la macellazione, spesso di altri musulmani, su scala sempre più ampia. Nel frattempo a memoria della Shoah l’antisemitismo è tornato in pieno vigore.

In pochi prevedevano che la religione sarebbe tornata ad essere una forza importante nella scena politica mondiale, ed è tornata non come un suono dolce e sommesso ma come un turbine, distruggendo tutto ciò che si trova sul suo cammino. Abbiamo bisogno, se non altro, di un altro e più grande Nostra Aetate, che leghi insieme le grandi religioni del mondo in un patto di maturità e responsabilità. La libertà e il rispetto che cerchiamo per la nostra fede, dobbiamo essere pronti a concederli agli altri. Abbiamo bisogno di una coalizione globale di leader religiosi rispettati, con la visione che Giovanni XXIII ha avuto a suo tempo e con l’onestà di ammettere che molto di quanto viene fatto in nome della fede è in realtà una profanazione e una violazione dei suoi principi più sacri.

C’è voluto l’Olocausto per realizzare Nostra Aetate. Che cosa ci vorrà ora ai leader religiosi per stare insieme, in contrapposizione agli odi religiosamente motivati che si diffondono contagiosamente tramite il nostro mondo interconnesso? Il bisogno è grande, il rischio è immenso, e il tempo è ora.