7 Luglio 2016

Riflessione della giornalista americana Anne Applebaum sui pericoli della disinformazione digitale

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Fonte:

Moked.it

Autore:

Rossella Tercatin

DEMENZA DIGITALE La disinformazione in rete che mina le democrazie

“Basta seguire gli account Twitter giusti e ti ritrovi i link a finti siti web e dubbie organizzazioni che producono statistiche inventate. E gli amici che ci credono. Se lo desideri, potrai entrare a vivere in una bolla interamente separata da qualsiasi realtà, eccetto quella creata da blogger di estrema destra, anarchici di estrema sinistra, esperti di comunicazione del Cremlino, tutti bravissimi a sviluppare questo tipo di realtà alternativa”. Così Anne Applebaum, giornalista americana, racconta i rischi connessi all’uso dei social network. Uso o forse abuso. In uno dei suoi editoriali per il Washington Post infatti, la vincitrice del Premio Pulitzer per il libro “Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici” (Mondadori) spiega quelli che definisce “i danni che Facebook sta apportando alle democrazie”. Con un focus cruciale: la demolizione del confine tra le notizie e l’informazione creata da testate e giornalisti professionisti e quella massa di dati, fatti o presunti tali, prese di posizione fatte da chi non deve rispondere a un’etica professionale, attraverso i propri profili online.

“Le democrazie fragili sono le più vulnerabili alla maledizione di Facebook” spiega Applebaum. “Ricostruire una nazione, che sia la Libia o Timor Est, richiede la creazione di una cornice di dibattito pubblico. Se non altro, i signori del conflitto devono accordarsi sul perché la guerra sia finita, per quali ragioni abbiano deciso di smettere di combattere, e sul cosa viene dopo. Poi devono trasmettere il messaggio a coloro che li seguono. Ma è impossibile, perché i mezzi di comunicazione convenzionali non esistono, perché su Facebook girano versioni contrastanti della verità, perché nessuno si fida di ciò che legge. Così la pace diventa impossibile”. Un rischio, si legge ancora, condiviso anche in paesi con una democrazia più radicata, ma comunque poveri, dove “media rispettabili, che controllino i fatti, e indipendenti, non funzionano davvero (perché troppo cari, perché internet distrugge il mercato della pubblicità, perché i governi illiberali esercitano la loro pressione) e così la possibilità di una conversazione civile scompare”. E sebbene i paesi più sviluppati possano pensare di esserne immuni, la giornalista ricorda episodi di affermazioni false pronunciate da esponenti politici di primo piano, “politici che mentono, appoggiati da una claque di sostenitori”: “Donald Trump ha sostenuto che ‘migliaia’ di musulmani in New Jersey festeggiarono il crollo delle Torri Gemelle, ed è stato immediatamente difeso da migliaia di utenti che commentavano e blogger, su Facebook e altrove. Non importa che il fatto non sia mai avvenuto”.

Poi c’è il problema di come i social network vengano utilizzati dal terrorismo. Arma di reclutamento, e straordinaria piattaforma di propaganda dello Stato islamico. Solo qualche settimana fa, a Orlando, Omar Mateen, responsabile della morte di 49 persone, ha pubblicato sul suo account nel corso della strage alla discoteca gay Pulse. Negli scorsi giorni in Israele, la notizia che Muhammad Nasser Tarayrah, il terrorista responsabile della morte della tredicenne Hallel Yaffa Ariel, accoltellata mentre dormiva nel suo letto, aveva in precedenza postato parole inneggianti al terrorismo e alla violenza hanno portato una vasta discussione sul rapporto tra social media e incitamento all’odio, con accuse pesanti rivolte alla creazione di Mark Zuckerberg.

“Molti di quelli che scrivono falsità hanno particolari finalità politiche – conclude Applebaum – Ma l’impatto della disinformazione nel lungo termine è ancora più profondo: crea cinismo e apatia. Significa che a un certo punto nessuno crede più a nulla”.

Quale la soluzione a questi problemi? Difficile individuarla, ammette. Forse, quella di dedicare a questa causa i 45 miliardi di dollari che il giovane imprenditore americano ha promesso di donare in beneficenza nel corso della sua vita.