4 Maggio 2016

Riflessione del professor Giorgio Sacerdoti, presidente della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea CDEC-Onlus, sulla nuova legge contro il negazionismo

Fonte:

Corriere della Sera

Autore:

Giorgio Sacerdoti

La legge sul negazionismo tutela la nostra società

Contro le menzogne sulla Shoah

Ha scritto Primo Levi rimeditando la sua esperienza di deportato ad Auschwitz nella poesia Se questo è un uomo: “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case…considerate se questo è un uomo che lavora nel fango, che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna senza capelli e senza nome senza più forza per ricordare. Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore…ripetetele ai vostri figli”

La negazione della Shoah è una della menzogne più sfacciate tra quelle propalate con gli scritti e soprattutto via web da chi, volutamente dimentico della tormentata storia dell’Europa del XX secolo, vorrebbe riscriverla per fare dimenticare i crimini del nazifascismo come se non fossero mai stati commessi, assolvendone i loro responsabili, così minando la base democratica che le società europee faticosamente si sono date dopo tante traversie.

L’Unione Europea con una decisione che risale al 2008, frutto di un attento esame e accurati bilanciamenti, ha inserito la negazione della Shoah e degli altri più gravi crimini internazionali, condannati dal Tribunale di Norimberga e poi nello Statuto della Corte Penale Internazionale, approvato a Roma nel 1998, tra le forme di razzismo che gli Stati membri dell’Unione devono perseguire, quando espressa con l’intento o la idoneità di incitare alla violenza e all’odio. Un intento e un pericolo presenti nella negazione della Shoah, non così normalmente nella negazione di altri crimini storicamente accertati.

Con anni di ritardo, dopo palleggiamenti vari di testi non coincidenti tra Senato e Camera, il Senato si appresta a votare finalmente un testo che, se non il migliore del mondo, finalmente allinea il nostro diritto a quello degli altri paesi europei, inserendo un’aggravante specifica nella esistente legge contro il razzismo del 1975, poi completata nel 1993. Si tratta dunque di una norma contro una forma particolarmente subdola di espressione e incitamento al razzismo, non di un nuovo reato tale da limitare la libertà di opinione e il dibattito storico. La discussione sul perché e sul come delle persecuzioni antisemite del nazismo e del fascismo, persino la minimizzazione della gravità dei fatti, resta perfettamente libera e ciascuno è padrone di esprimersi al riguardo, così come è a sua volta libera la critica di giudizi infondati, avventati o in mala fede al riguardo. Il negare la Shoah non è espressione di un giudizio storico; normalmente è una fandonia propalata con intenti razzistici se non eversivi, un’apologia appena mascherata, ed è contro questo pericolo che la norma è rivolta. Certo, normalmente chi vuole fare apologia di un reato inneggia ai suoi autori. Nel caso del negazionismo invece, coloro che in mala fede lo diffondono, assolvendo i criminali (condannati esattamente settanta anni fa dal Tribunale di Norimberga, cioè dalla giustizia degli uomini ma anche davanti al tribunale della Storia) accusano le vittime e i loro discendenti, in modo subdolo e particolarmente odioso, di essersi inventati le persecuzioni, per chissà quali fini inconfessabili.

E’ quindi auspicabile ma anche doveroso che il Parlamento ponga fine a questa omissione ed eserciti le funzioni di tutela della società che competono alla politica. Saranno sperabilmente rari i casi in cui la norma troverà applicazione. Ma la norma penale è anche chiamata ad una funzione preventiva e a dare un segnale di consapevolezza morale su quello che è legittimo e quello che è inaccettabile, soprattutto in questi momenti delicati in cui l’Europa sembra quasi smarrita e dimentica delle sue radici.