9 Febbraio 2014

Recensione della seconda edizione de L’irritante questione delle camere a gas di Valentina Pisanty

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Fonte:

il Manifesto Alias

Autore:

Massimo Raffaeli

Indagine linguistica sui sintomi del negazionismo

Diversamente dalle accertazioni storiografiche relative allo sterminio degli ebrei durante il nazismo, le tesi alla Nolte o alla Faurisson non reggono senza l’ausilio di una teoria della cospirazione

Quando ancora i termini revisionismo e negazionismo non erano perfettamente entrati nel senso comune, Primo Levi scrisse sulla Stampa del 22 gennaio 1987, tre mesi prima di darsi la morte, un articolo intitolato «Buco nero di Auschwitz, dove attaccava frontalmente la tesi di Ernst Nolte per cui le camere a gas naziste altro non sarebbero state che l’unica «innovazione» e nello stesso tempo la reazione ai gulag staliniani: «Sia detto di passata: è proprio questa innovazione quella che è stata negata dalla scuola dei’ revisionisti’, seguaci di Faurisson, quindi le due tesi si completano a vicenda in un sistema di interpretazione della storia che non può non allarmare». Levi aveva dunque intuito quanto sarebbe presto divenuto chiaro a tutti e cioè il nesso fra la tesi revisionista di un filosofo ancora accademicamente rispettato quale Nolte e il soliloquio delirante, negatore dello sterminio medesimo, di un accademico allora screditato, l’ex critico letterario Robert Faurisson, ma già noto al grande pubblico sia per un saggio del ’75 in cui sosteneva come il Diario di Anne Frank fosse un falso smaccato, sia per alcuni pamphlet che revocavano in dubbio l’esistenza delle camere a gas e la pratica dello sterminio. A un quarto di secolo di distanza, il nesso additato da Levi non solo ha indotto, e anzi legittimato, una pubblicistica internazionale ma prima l’ha istallata nel senso comune e poi l’ha dispersa nella Rete dove oggi pullula in una specie di immondezzaio, per frammenti e schegge centrifughe che non hanno nemmeno più bisogno di esibire accrediti bibliografici. Se il grande storico Pierre Vidal-Naquet, a proposito di quelli che chiamava gli Eichmann di carta, sosteneva l’inammissibilità di parlare con loro ma insieme la necessità di parlare di loro, tanto più utile appare adesso la pubblicazione del volume di Valentina Pisanty, L’Irritante questione delle camere a gas Logica del negazionismo (Bompiani, pp. 366, E12.00), che viene riproposto a quindici anni dalla prima uscita in edizione rivista e integrata.

Se Claudio Vercelli ha fornito di recente un limpido bilancio storiografico (Il negazionismo. Storia di una menzogna, Laterza 2013), Pisanty, che è semiologa e narratologa, dà un taglio linguistico al suo studio e ne deduce una vera e propria retorica del negazionismo. Scritto con chiarezza, puntuale nei rilievi analitici come negli esiti interpretativi, il volume è diviso in tre parti: nella prima Pisanty dà conto dei battistrada, i testimoni del risentimento postbellico, i fascisti da sempre antisemiti o i nazisti della seconda ora (come Maurice Bardèche, cognato di Robert Brasillach e autore del dittico di Nuremberg, 1948-’50, o Paul Rassinier, già militante comunista, firmatario di Le mensonge d’Ulysse, ’55), insomma i fornitori di un complesso di stereotipi/ insinuazioni/falsificazioni che trova udienza negli Stati Uniti, con qualche accredito di troppo anche nelle università, e successivamente in Medio Oriente fra gli islamisti radicali che, spesso travestiti da antisionisti, in effetti non hanno mai accettato l’esistenza dello Stato di Israele.

Qui Faurisson, prima che il nome di un pubblicista, è il combinato disposto o l’astuto mutante della perpetua estrapolazione/ manipolazione/distorsione delle fonti storiografiche che viene esercitata da più parti (fra gli altri dall’italiano Carlo Mattogno, un saggista decisamente prolifico) e si dà il compito di depotenziare o annichilire il contenuto di realtà e verità iscritto nelle testimonianze che la storiografia ritiene canoniche: di come esse vengano adulterate e stravolte dalla pratica negazionista si occupa la parte centrale del volume, che concerne il lascito di Anne Frank, il diario di J. Kremer medico ad Auschwitz, il celebre Rapporto Gerstein sulla natura e la logistica dei Lager, il memoriale di Rudolf Hoss comandante di Auschwitz e altre testimonianze dirette dello sterminio. In particolare, a proposito di Faurisson, letterariamente il più scaltrito dei negazionisti, Pisanty coglie l’apriori psicologico di fronte alla concretezza e persino all’evidenza dei documenti, rilevandone lo scetticismo sistematico vòlto a cancellare i dati che intanto proclama di analizzare per sostituirli con una parafrasi soggettiva, a sua volta presentata come la sola possibile e perciò come una verità dogmatica: circa la micidiale ciarlataneria di tale metodica basterebbe l’esempio, addotto da Pisanty, di un’antica lettura di Voyelles di Rimbaud che al principio degli anni settanta Faurisson, allora soltanto un critico letterario e per l’occasione grafologo, riduceva a una sciarada masturbatoria. In altri termini, il negazioni-sta nulla ha da opporre alla storiografia che presume di screditare e rovesciare se non la ambiguità e la tenacia delle proprie insinuazioni che tutte fatalmente rimandano alla teoria del complotto così come si evince dall’archetipo purtroppo immortale dei Protocolli dei Savi di Sion.

Scrive, al riguardo, la studiosa: «Mentre il paradigma storiografico accettato, nonostante le sue lacune e le sue discussioni interne, fornisce un quadro sostanzialmente solido e coerente di ciò che accadde agli ebrei durante il regime nazista, l’ipotesi negazionista non sta in piedi senza l’ausilio di una teoria della cospirazione. Malgrado le apparenze, quello proposto dai negazionisti non è dunque un paradigma in senso proprio bensì un aborto di paradigma in cui il tentativo di realizzare una rivoluzione scientifica si limita all’individuazione delle presunte carenze degli avversari e al vago riferimento a un’ipotesi alternativa (la teoria della cospirazione), la quale tuttavia non è mai argomentata sulla base di prove falsificabili». Anche per questo motivo, la faziosa selezione e/o distorsione delle fonti, la loro sistematica decontestualizzazione e/o contraffazione, la stessa scrittura declinata in soggettiva e nei modi di un trucido risentimento non hanno, a dispetto dei proclami, uno scopo scientifico e nemmeno in sé divulgativo ma, semmai, di propaganda e proselitismo. Questo è quanto si è disseminato nella Rete seguendo e insieme alimentando la voga di un sinistro mainstream cui si oppongono illusoriamente tanto la ritualizzazione della memoria (nella appendice a questa nuova edizione si fa infatti notare che alla data del 27 gennaio corrisponde di solito il picco delle esternazioni razziste in Internet) quanto le proposte di legge che pretendono di colpire il negazionismo legalizzando, per così dire, l’attività storiografica e la sua ricezione.

Concludendo il proprio studio, Valentina Pisanty riporta il contenzioso al presente e a un paio, almeno, di domande ineludibili: che cosa significa, davvero, svergognare i negazionisti? che cosa implica per noi, qui e ora, additarne la malafede e l’infamia etico-politica? Tutto ciò, di riflesso, può tradursi in un’altra domanda, la più importante, rivolta a noi stessi: che senso ha, e quale direzione deve prendere, la consapevolezza di quanto è stato, quali comportamenti scegliere all’altezza di una società dove la xenofobia, il razzismo, l’esclusione dell’altro e del diverso tornano come fatti normali, ovvi, desiderabili? La lotta al negazionismo è fatica sprecata se non si capisce di cosa la negazione è sintomo: valgono un monito e sono le ultime parole del libro.