8 Novembre 2013

Recensione del saggio di Francesco Germinario Antisemitismo un’ideologia del Novecento, Jaca Book, 2013

Francia contro idra giudaica

Fonte:

L’Osservatore Romano

Autore:

Giovanni Cerro

Antisemitismo come ideologia

I nemici degli ebrei non si opponevano tanto al capitalismo in sé quanto alla sua forma finanziaria Che rendeva indigenti i ceti medi spingendoli verso il proletariato

Nel suo ultimo libro (Antisemitismo. Un’ideologia del Novecento, Milano, Jaca Book, 2013, pagine 247, euro 24), lo storico Francesco Germinario, ricercatore della Fondazione «Luigi Micheletti» di Brescia, sostiene che all’origine della Shoah, così come di tutti gli stermini organizzati del Novecento, vi erano ideologie politiche “rivoluzionarie”, caratterizzate da una visione del mondo complessa e volta a modificare il corso della storia, eliminando quei soggetti, quelle istituzioni e quei sistemi sociali avvertiti come un ostacolo per la realizzazione dell’uomo nuovo. In particolare, il carattere «antisistemico e sovversivo» dell’antisemitismo consisteva, secondo Germinario, nel contestare radicalmente l’ordine borghese che si era imposto in Europa grazie alle trame occulte delle comunità ebraiche. Agli occhi degli autori antisemiti, la moderna società liberale appariva dominata dai valori giudaici del materialismo e dell’individualismo e di conseguenza aveva subordinato la politica alle esigenze della finanza, riducendo l’uomo alla sola dimensione economica e provocando la proletarizzazione dei ceti medi. Per difendere gli interessi della piccola borghesia dagli assalti della finanza ebraica, l’antisemitismo si opponeva non solo al liberalismo, ma anche al socialismo marxista, considerato un concorrente politico se possibile ancora più insidioso nella battaglia contro la modernità. Scandagliando la vasta galassia della pubblicistica antisemita otto-novecentesca, da Alphonse Toussenel a Auguste Chirac, da Edouard Drumont al marchese de Morès, da Augustin Hamon a Werner Sombart, fino a Dietrich Eckart e Gottfried Feder, Germinarlo evidenzia che, nella maggior parte dei casi, i sostenitori dell’odio contro gli ebrei non intendevano rovesciare i rapporti di produzione né abolire la proprietà privata. Da un lato, infatti, erano convinti che a generare la ricchezza fosse la circolazione del denaro, opera diabolica degli ebrei, e non la produzione delle merci: il mercato era il luogo in cui il furbo Giacobbe si prendeva gioco dell’onesto produttore Esaù, in cui il banchiere ebreo Rothschild faceva affari alle spalle dell’industriale tedesco Krupp e dei suoi operai. Dall’altro lato, gli antisemiti ritenevano necessario difendere i piccoli proprietari dalla concentrazione capitalistica e al tempo stesso estendere a tutti i cittadini il diritto alla proprietà. Secondo loro, il socialismo marxista prima e il bolscevismo poi, insistendo sull’egualitarismo e sul collettivismo, rischiavano di produrre un impoverimento generale di larghe fasce della popolazione. Alla luce di queste considerazioni, l’identificazione dell’antisemitismo con il «socialismo degli imbecilli», avanzata dai teorici del marxismo durante la Seconda Internazionale, è per Germinario forzata e ideologica, anche perché modellata sulla critica rivolta da Karl Marx al socialismo utopistico. L’antisemitismo non si opponeva tanto al capitalismo in sé, quanto a una sua forma per così dire degenerata, quella finanziaria, che rischiava di rendere indigenti i ceti medi, sospingendoli verso il proletariato. In fondo, gli antisemiti non avevano perso la speranza nella possibilità di una riforma del sistema capitalistico: la loro proposta economica può essere definita un «capitalismo popolare», teso a instaurare un regime di proprietà diffusa, libero dalla tirannia del mercato e dal parassitismo dei finanzieri ebrei. L’antisemitismo si presentava dunque come un’ideologia rivoluzionaria per le classi medie. Furono proprio loro le più sensibili al mito del complotto ebraico, uno dei più importanti lasciti dell’antigiudaismo medievale e moderno a quello contemporaneo che prese l’avvio nel 1845 con la pubblicazione del volume di Toussenel, Les Juifs, rois de l’epoque, e si concluse nel 1945 con lo sterminio di sei milioni di ebrei. Nell’universo ideologico antisemita, il timore dell’avvento di una tirannide ebraica mondiale, alimentato dai Protocolli dei savi di Sion, procedeva di pari passo con il ricorso sempre più frequente al concetto biologico di razza. Per gli antisemiti, infatti, gli ebrei erano in grado di organizzare efficacemente la loro cospirazione perché agivano come un soggetto collettivo, come una razza appunto, mentre gli ariani non riuscivano a opporsi ai loro disegni perché a unirli, in modo molto debole, erano solo i rapporti economici creati dalla società liberale o la solidarietà di classe predicata dal socialismo. La «razzizzazione dell’ebreo» consentiva invece di ancorare i legami tra gli individui a un fondamento apparentemente saldo, ovvero la natura, alle cui leggi anche la politica avrebbe dovuto sottostare. Se la diseguaglianza tra gli uomini e la suddivisione in razze erano fenomeni “naturali”, le caratteristiche del nemico erano sottratte al condizionamento della storia e considerate immutabili nel tempo. Da qui, la convinzione che la razza ebraica non sarebbe mai cambiata e avrebbe continuato anche in futuro a ordire il suo complotto per la conquista del mondo. Come scriveranno in Dialettica dell’illuminismo Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, «Degli ebrei bisogna ripulire la terra»