10 Agosto 2013

Recensione del saggio di Carlo Alberto Defanti “Richard Wagner. Genio e antisemitismo”, Lindau, 2013

Fonte:

Libero

Autore:

Andrea Colombo

“L’odio di Wagner per la voce degli ebrei “.

Da musicista,Richard Wagner degli ebrei pareva detestare soprattutto il tono della voce che riteneva, a suo dire, poco armonioso. Una discreta parte infatti del suo tanto discusso articolo sul giudaismo e la musica è infatti dedicato proprio a questo argomento, che oggi potrà apparire bizzarro, ma che nell’800 forniva un argomento in più per rimarcare la distanza, l’irriducibile differenza fra l’errante popolo eletto (che proprio in quel momento storico acquisiva i suoi diritti sociali e politici) e gli stanziali popoli europei. «In particolare» scrive il compositore tedesco «è l’aspetto fisico del tono di voce ebraico che ci disgusta». «La pronuncia semita» merita gli strali di Wagner: quei suoni «stridenti», quel «cigolare», il «ronzio» tipico delle voci nasali fanno dell’ebreo il bersaglio preferito del musicista, cioè di colui che giudica e condanna prima di tutto con le sue orecchie. Del singolare antigiudaismo del compositore si occupa ora Carlo Alberto Defanti nel saggio intitolato Richard Wagner. Genio e antisemitismo (Lindau, pag. 268,euro 22). Che il genio che riportò in auge le saghe germaniche con le sue monumentali opere liriche fosse il favorito di Adolf Hitler non è un mistero. Al leader nazionalsocialista, oltre al trionfalismo neopagano di capolavori come Il Crepuscolo degli Dei, non deve essere passato inosservato il pamphlet contro gli ebrei pubblicato sotto pseudonimo dal musicista nel 1850 (disponibile in italiano con il titolo Gli ebrei e la musica, Effepi, 2008). Defanti compie un’ampia disanima del clima storico e culturale in cui si sviluppa questa polemica, che avrà effetti anche nel secolo successivo. L’autore non è un addetto ai lavori, un musicologo, ma si definisce «wagneriano». Tuttavia non nasconde il suo disagio quando tratta l’accostamento fra la musica di Wagner e l’antigiudaismo. Ripercorre gli anni cruciali 1848 e 1849, le ansie rivoluzionarie del primo Wagner, che abbraccia ideali socialisti e incontra l’anarchico russo Mikhail Bakunin. Ma sono le vicende personali a portare il musicista verso un decisivo odio per il popolo eletto: gli insuccessi parigini, soprattutto, dove non riuscì a rappresentare i suoi lavori vennero imputati al dominio, nella scena francese, del compositore ebreo Giacomo Meyerbeer. Tuttavia Defanti non nasconde il fatto che oltre a motivi di carattere professionale, per Wagner è fondamentale il fastidio, oserei dire estetico, per gli ebrei straccioni di origine orientale, che s’incontravano a Lipsia, Dresda, Riga, i luoghi dove il musicista viveva e rifletteva, pessimisticamente, sul fallimento della rivoluzione tedesca tanto attesa. L’emancipazione di questi nuclei etnici, considerati estranei dalla popolazione autoctona, procedeva di gran passo proprio in quegli anni, seguendo l’Editto di Tolleranza asburgico e i decreti prussiani. L’articolo su Das Judenthum in der Musikesce appunto nel 1850, sotto lo pseudonimo di K. Freigedank (K. Libero Pensiero), su una rivista di Lipsia. La testata aveva ospitato precedentemente articoli polemici sia sul «gusto musicale ebraico» di Meyerbeer sia sull’opera di Moses Mendelssohn. Nell’articolo Wagner confessa di nutrire «un’involontaria repulsione» per gli ebrei. Sostiene inoltre che non hanno alcun bisogno di essere emancipati, in quanto «il creditore dei re» è diventato «il re dei credenti». Riprendendo il tema classico dell’ebreo banchiere e usuraio scrive: «Nell’ordine attuale delle cose di questo mondo, l’ebreo è già più che emancipato: regna e regnerà fino a quando il denaro rimarrà il potere contro il quale si consumeranno tutte le nostre attività ». Il potere finanziario, scrive Wagner, è nelle loro mani, e sono gli ebrei a veicolare il gusto artistico, trasformandolo in un gusto puramente commerciale, incapace di cogliere il bello e il tragico proprio dell’arte classica. È quella che viene definita «giudaizzazione» dell’arte contemporanea. Molto giustamente Defanti cita, come attenuante, il fatto che l’antigiudaismo tra ‘700 e ‘800 era ampiamente diffuso in Germania, non solo nei circoli religiosi (cattolici e protestanti accomunati dall’avversità per il «popolo deicida»), e politici (sia i nazionalisti sia i socialisti vedevano gli ebrei con sospetto, in quanto cosmopoliti, usurai, banchieri e capitalisti), ma soprattutto in quelli intellettuali. L’autore cita Immanuel Kant («sono caduti, dopo il loro esilio, per lo spirito usuraio nella riputazione non infondata di frode»), Johann Gottlieb Fichte («una nazione potente e ostile, in perpetua guerra con tutte le altre che, in alcuni Stati, opprime duramente gli altri cittadini»), G.W. Friedrich Hegel («del popolo ebraico si può dire che esso è ed è stato il più abietto»), Ludwig Feuerbach («il loro Dio è il principio più pratico che esista al mondo, l’egoismo»). Molti di questi elementi confluiscono nel pensiero di Wagner, che nell’ultima fase della sua vita aggiunge ad un’antipatia istintiva, temi propri del dibattito teologico cristiano. Ad esempio, in un articolo del 1878, scrive «che il Dio del nostro Salvatore debba essere spiegato dal Dio terribile di Israele è una delle confusioni più gravi della storia universale». Nel saggio Religione e arte (1880) contesta l’ebraicità di Gesù, facendo da apripista ad alcune correnti razzistiche dell’epoca (come quella rappresentata dal filosofo wagneriano Houston Stewart Chamberlain, genero del compositore): «resta più che un dubbio che lo stesso Gesù fosse un membro di una tribù ebrea, dato che gli abitanti della Galilea erano disprezzati proprio per la loro origine mista». Interessante la disanima di Defanti dei temi antiebraici presenti nelle diverse opere del maestro sassone: di volta in volta i diversi interpreti hanno intravisto le caratteristiche dell’ebreo in alcuni personaggi, come Mime (nel Sigfrido), sospetto per il suo aspetto fisico sgradevole, o Kundry (nel Parsifal), il cui «sorridere di Dio» è la «colpa metafisica dell’ebreo». Si capisce allora perché alcuni autori (come Wyndham Lewis nel suo celebre Hitler Cult del 1939, abbiano ravvisato un’essenza wagneriana nel regime nazionalsocialista: le sfilate oceaniche, l’eroismo pan germanico, il ritorno degli antichi Dei, l’avversione per l’ebreo. Tuttavia è superfluo rimarcare come l’opera di Wagner, per il suo significato universale, superi ovviamente le contingenze storiche politiche e, come sottolinea giustamente Defanti, rimanga in qualche modo eterna, al di là e al di sopra delle polemiche del momento.