30 Agosto 2013

Recensione al saggio di Gotz Aly Perché i tedeschi? Perché gli ebrei Uguaglianza, invidia e odio razziale 1800-1933, Einaudi 2013

Fonte:

La Gazzetta del Mezzogiorno

Autore:

Vito Antonio Leuzzi

Tedeschi ed ebrei come nacque l’odio

Le radici dell’invidia e la mentalità sociale prima dell’antigiudaismo e delle camere a gas

L’ascesa degli ebrei nella Germania dell’ Ottocento e del primo Novecento e la loro capacità di primeggiare nelle professioni emergenti: medicina, diritto, economia e più in generale nella ricerca scientifica, sono al centro di un recente volume di Gotz Aly Perché i tedeschi? Perché gli ebrei Uguaglianza, invidia e odio razziale 1800-1933 (Einaudi, pp. 277, euro 32). Le origini dell’antisemitismo per questo profondo conoscitore delle origini del nazional socialismo – docente al Fritz Bauer Institut presso l’università di Francoforte e giornalista tra i più noti – si celano in questa straordinaria capacità degli ebrei di eccellere nella vita culturale e sociale. Tale egemonia è in stretta connessione con le impetuose trasformazioni sociali e produttive della seconda rivoluzione industriale. Gli ebrei svolsero infatti «una funzione di forza motrice ed elemento coordinatore» di questi cambiamenti epocali nella realtà tedesca tra il XIX ed il XX secolo. Rispetto al tradizionalismo dei cattolici tedeschi restii ad emigrare e ad accettare i ritmi imposti dai processi di industrializzazione e di collocazione nei nuovi contesti urbani, gli ebrei «accettavano con maggiore tranquillità la necessità di migrare e costruirsi una nuova esistenza». Il maggior teorico della socialdemocrazia tedesca Karl Kautsky considerava gli ebrei «come l’emblema del cittadino all’ennesima potenza e come homo urbanus. Negli ambienti liberal-nazionali si produssero le prime reazioni e si iniziarono a considerare gli ebrei «un grave pericolo ed un danno alla nuova vita tedesca». Negli scritti di Henrich von Treitschele, un noto storico della nazione e deputato liberale, si consideravano gli immigrati ebrei dall’Est europeo come «un branco di giovani, ambiziosi e straccivendoli». L’ antigiudaismo si diffuse negli ambienti politici del «Partito cristiano-sociale» e in molte associazioni e confraternite studentesche che sin dal 1912 chiedevano il blocco dell’immigrazione ebraica, la loro esclusione dai pubblici impieghi e denunciavano «i vantaggi dell’educazione» che avevano consentito agli ebrei «una rapida ascesa sociale in confronto alla maggioranza dei cristiani». L’antisemitismo contagiò anche alcune associazioni protestanti. Nella puntuale e documentata ricostruzione di Gotz Aly si sostiene che uno dei leader protestanti, Adolf Stoecker, «criticava con ammirazione mista a disprezzo il fatto che gli ebrei poveri sacrificassero tutti i loro averi per dare ai figli una buona istruzione». Delusione, frustrazione alimentarono «l’antisemitismo sociale che nascondeva l’invidia per la concorrenza». Il sociologo Werner Sombart mise in luce la capacità degli ebrei nella Berlino del tempo di superare gli ostacoli frapposti all’ascesa sociale «tre, quattro volte più velocemente dei cristiani». Alle due domande poste da Aly, «Perchè gli ebrei e perché i tedeschi?» si tenta di dare una risposta analizzando anche il comportamento politico della socialdemocrazia tedesca e del movimento sindacale. Entrambi sottovalutarono le campagne antisemite contro «lo sfruttamento giudaico». Pur definendo «incivile» (l’antisemitismo) tuttavia consideravano il ruolo degli ebrei nel modo degli affari come un fenomeno del sistema capitalistico al quale bisognava opporsi. Ma ad alimentare l’avversione per gli ebrei furono gli studi razziali e in particolare il nazional socialismo di Friedrich Naumann che a ridosso del primo conflitto mondiale teorizzò il «socialismo bellico» e sostenne un collettivismo nazionale e sociale con la fusione di idee sociali, imperialistiche e nazionalistiche che furono alla base delle teorie e dell’antisemitismo hitleriano. Nel programma e nella propaganda del NSDAP (partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori) si indicavano le influenze disgregatrici del Parlamento (camere delle chiacchiere) e si attribuivano alle macchinazioni e intrighi ebraici la crisi ed l’insieme degli altri fenomeni inquietanti dell’epoca. Gli esponenti del NSDAP rappresentavano i tedeschi dei ceti inferiori che volevano aprirsi la strada verso mete sociali superiori. Il partito di Hitler, si sostiene in questo libro, fece propri gli obiettivi di elevazione di vasti strati della società, in particolare giovani desiderosi di promozione sociale. Joseph Goebbels, il futuro ministro della propaganda scatenò gli studenti di famiglie non elitarie contro i professori appartenenti alle vecchie élite. «I fascisti italiani – sostiene ancora Aly – ed il partito nazionale fascista rappresentarono un modello per Hitler e per il suo movimento. Nell’edificio ideologico nazista il parlamentarismo era sinonimo di litigiosità, assenza di scopi, corruzione». Ma il maggior successo della propaganda hitleriana si determinò contro le «potenze straniere che schiavizzavano la Germania» e contro «il famelico capitale finanziario giudaico». ll passo verso «l’antisemitismo omicida» fu breve. In definitiva la stragrande maggioranza dei tedeschi rimase in silenzio. È questo uno degli aspetti più scomodi della storia tedesca ben evidenziato dall’analisi lucida di questo storico il quale afferma: «Per anni i tedeschi avevano tratto vantaggi dall’esproprio degli ebrei, avevano accettato la sterilizzazione coatta e la morte violenta dei loro famigliari più deboli ed indifesi, avevano assistito alle deportazioni degli ebrei, avevano sentito molto, per poi fuggire attraverso la via d’uscita che era stata loro prospettata: voi non dovete saperlo, dimenticatelo in fretta! Perciò in seguito non riuscirono a spiegare né a se stessi né agli altri com’era potuta accadere una cosa del genere e affermavano convinti: non lo sapevamo».