23 Agosto 2016

Recensione a “Il mio nome è Shylock” (Rizzoli) dello scrittore inglese Howard Jacobson

HJacobson

Fonte:

Osservatore Romano

Autore:

Cristiana Dobner

Immaginare Shylock oggi

Lo scrittore Jacobson Howard cattura lo spirito e la grandezza di Shakespeare E offre spunti per trarre conclusioni personali dall’intera vicenda: giustizia o misericordia?

In occasione dei quattrocento anni dalla morte del grande poeta e drammaturgo William Shakespeare, a Howard Jacobson, ritenuto il più celebre scrittore inglese vivente ed insignito del Man Booker Prize nel 2010, la Hogarth Press aveva chiesto di partecipare alla grande tornata di “riscrittura” delle sue opere, impresa che ha visto giostrare scrittori di talento e rinomanza. Gli era stato proposto Il Mercante di Venezia, composto fra il 1596 e il 1598. Jacobson, esperto di Shakespeare — autore insieme a Wilbur Sanders di un saggio sulla magnanimità del drammaturgo — ha letto e riletto l’originale per imprimere una svolta definitiva al testo, avendo ben presente che Shakespeare scriveva in un’Inghilterra cristiana ma Judenfrei. Gli ebrei infatti erano stati banditi nel 1290 sotto Edoardo I, quindi presumibilmente allora nessuno aveva conoscenze ebraiche o mai aveva incontrato un ebreo reale. La domanda che si pone lo scrittore con Il mio nome è Shylock (Milano, Rizzoli, 2016, pagine 298, euro 19) non posa sulla grande e rilevante questione “Chi è e che cosa significa essere un ebreo”, come in The Finkler Question, e il suo non vuole essere un pamphlet o un trattato antisemita o filosemita, ma piuttosto puntare sull’umanizzazione del personaggio. La scena di apertura colloca il lettore nel vivo della realtà ma, al tempo stesso, in una dimensione contemporanea, che correrà parallela in tutto lo snodarsi dell’intreccio del romanzo. Una trasposizione da Venezia e Belmonte al “Triangolo d’oro” di Manchester in Mottram Saint Andrew nello Cheshire, dove risiedono «le modelle e le attrici, i banchieri e i cantanti rap, i calciatori famosi e gli astrologi da tg del mattino», le persone più ricche della regione, con due protagonisti: Shylock e Simon Strulovitch. Dall’originale shakespeariano Jacobson trae sorprese, descrive, traccia e conduce: poche parole offrono la chiave di comprensione dello stato d’animo, delle decisioni da prendere. Jacobson non ha voluto fare di Shylock un fantasma, ma una persona reale, al tempo stesso drammatica e comica. Irascibile e ricco di eloquio, non compare, scompare e ricompare, fra l’onirico e il nebuloso, ma umano quando piange l’adorata moglie Leah scomparsa. Quotidianamente va a trovarla e riallaccia con lei il discorso con lunghi e toccanti monologhi, in cui le chiede consiglio. «Filantropo ricco, uomo furioso, facile all’offesa, dagli entusiasmi volubili, proprietario di una collezione considerevole di opere d’arte angloebraica del ventesimo secolo e di bibbie antiche»: ecco invece Simon Strulovitch, considerato morto per il suo primo matrimonio con una cristiana, riammesso in vita e in famiglia con il secondo con un’ebrea. Nel cimitero di Cheshire i due uomini che non si conoscono, distanti per interessi e temperamenti — entrambi alle prese con le figlie, Jessica e Beatrice, indubbiamente problematiche, che hanno, in un qualche modo, tradito il genitore — ma vicini per la loro appartenenza alla stirpe ebraica, stringono amicizia. Parlano, comunicano, pensano ed emergono esasperazioni, atavismi. Il discorrere infatti, il comunicare su argomenti passati, radicati nella storia ebraica, agli eventi attuali, è la base del libro. Così come la presenza delle rispettive mogli: l’una morta che risuona nella mente e nel cuore di Shylock, l’altra in stato vegetativo che non può rispondere a Strulovitch. Due assenze/presenze inquietanti, che non lasciano il coniuge nella solitudine ma lo costringono a un conversare e a un interloquire continuo. I personaggi rimbalzano dal fondo del secolo XVI e rivestono un nome moderno per assonanza: Antonio / D’Anton: dandy intriso di melanconia che importa oggetti d’arte, omosessuale non dichiarato o “non dichiaratamente eterosessuale”; Porzia / «Anna Livia Plurabella Cleopatra Una Cosa Bella E Una Gioia Per Sempre Christine», detta Plury, la ricca ereditiera che guida la Porsche, conduce un suo realiy show che combina cucina e consigli, passa da un intervento chirurgico estetico a un altro; Graziano / Gratan Howsome: un giocatore di calcio, senza molto cervello, sulla cui reputazione c’è l’ombra di un saluto nazista in campo; Beatrice: che non condivide le idee paterne e si lascia invischiare in avventure sessuali che culminano in quella con Gratan e l’incontro con Plury; Bassiano / Bar-ney: meccanico dalla mente vuota che si guadagna i favori di Plury perché disdegna la Porsche e invece lavora sul Maggiolino. Lo humour pervade le pagine e dona loro leggerezza, mentre il carattere dei personaggi è soffuso di melanconica tristezza. Il tragicomico innerva il susseguirsi delle vicende in cui Strulovitch prende in giro se stesso nel dramma dell’impossibilità di concedere la figlia sposa a un non ebreo non circonciso e la libbra di carne che sta per diventare grammi di carne… Lo scrittore si dimostra magistrale nello scivolamento dei piani che intrigano, che si spostano in doppia strategia su due diversi livelli, ma poi, invece di diventare una cesura artificiosa, si dimostrano legati e collegati. La prosa è precisissima nei dialoghi, autentica ricchezza dell’opera. Un libro intrigante che si gode e si apprezza nella fluida, precisa e trasparente traduzione di Laura Pignatte. Nel periglioso riscrivere viene ricatturato lo spirito e la grandezza di Shakespeare nel lasciar sospeso, inconcluso e porgere allo spettatore spunto e terreno per poter riflettere e concludere personalmente: giustizia o misericordia? Strutturalmente la vicenda trova una conclusione umoristica e soddisfacente a sorpresa, e cambia registro quando Shylock, rivolto a Strulovitch, dice: «Nessun uomo può amare come ama Dio, ed è profano da parte di chiunque provarvi. Ma lei può agire nello spirito dell’amore di Dio, mostrare carità, dare anche quando dare significa per lei assenzio ed erbe amare, risparmiare coloro che non lo meritano, amare coloro che non la amano — perché dove sta la virtù a ricambiare semplicemente amore? — donare a coloro i quali pretenderebbero da lei e, ove abbiano preso, non ripagarli con la stessa moneta, perché più è grande l’offesa, più grande è il merito nel rifiutare di sentirsi offeso. Chi mostra rackmones non sottrae alla giustizia. Chi mostra rachmones riconosce la legge giusta ma esigente sotto la quale siamo stati creati, e così facendo venera Dio».