29 Luglio 2015

Razzismo via Internet

unar

Fonte:

L'Unità

Via Internet l’odio verso i rom e i musulmani

Il 30 per cento delle segnalazioni riguarda insulti e offese che viaggiano nel web .

L’odio corre nel web. Per quanto serva moltissimo a comunicare e anche. in certa misura a informare, il web offre la possibilità a veri e propri cecchini della tasteria appostati dietro il computer di colpire senza essere visti. O quasi. Gli insulti sono pesantissimi e a volte hanno rilevanza penale quando si tratta di incitare gli altri a prendere a bersaglio una persona o un gruppo di persone. Lo scorso anno Unar ha segnalato ai Social Network 347 casi di hate speech. La risposta stata positiva, ben 326 link di post, tweet o commenti sono stati effettivamente rimossi.

La ferocia colpisce le bacheche di facebook con toni come questi: “Lo dobbiamo fare eroe nazionale per aver ammazzato un Rom di merda…a morte gli zingari !” “al rogo i negri”. Una recente sentenza della cassazione ha stabilito che insultare sulla bacheca di facebook equivale alla diffamazione a mezzo stampa. E, come se non bastasse , a insultare sono anche autorità comunali, rappresentanti del popolo che però si nascondono dietro nomi di invenzione, ma che in alcuni casi sono stati “stanati” Per la lavorazione dei casi di hate speech sul web distinguiamo se hanno rilievo penale (cioè reato di incitamento all’odio razziale sulla base della ex legge Marcino) o no – dichiara Marco de Giorgi, direttore Unar. In caso di rilevanza penale agiamo dl imperio con Oscad, che è l’Osservatorio istituito presso la polizia per il contrasto alle discriminazioni e con la polizia postale con cui abbiamo un accordo di collaborazione. Facciamo segnalazione anche alla Procura e in questi casi si procede all’oscuramento del siti. Nei casi in cui invece non c’è un profilo penale, scriviamo direttamente a Facebook o a Twitter con cui stiamo aprendo una collaborazione per condividerne le policies” Unar può fare leva su alcuni strumenti legislativi. Ad esempio la direttiva 2000/31 sostiene che i provider non sono responsabili del contenuti fino a un certo limite, cioè fino a quando un’autorità non li chiama in causa. Per questo mandiamo loro le segnalazioni che non possono essere eluse”, aggiunge De Giorgi. Di esempi ce ne sono tanti.

I rom diventano bersaglio

Ad essere presi di mira molto spesso sono i rom: “Bruciamoli tutti sti zingari “, “Io anche!!! A fuoco sti zingari di merda!!!!! “. “A fuoco i campi rom” . Queste frasi e altre di tenore simile sono comparse a un certo punto su quattro profili facebook individuati con precisi nomi e cognomi. Unar ha scritto ai social network e í post con i commenti non compaiono più. In un caso a nascondersi dietro un nome di invenzione scrivendo frasi offensive è stata una autorità pubblica. Un certo signore di nome Citiano de Concamarise. Un bel giorno sulla sua pagina Facebook decide di dire la sua rispetto alle popolazioni rom. E senza mezzi termini scrive “I Rom vanno termovalorizzati”. Unar fa una indagine e scopre che l’autore di tali pensieri resi pubblici è il Sindaco di Concamarise, centro in provincia di Verona, Sig Cristiano Zuliani. La pagina Facebook viene rimossa e il sindaco presenta le sue scuse. Il caso dunque si chiude positivamente. A prendersela invece con gli islamici sono anche alcuni consiglieri comunali, sia in carica che a fine mandato, anche in questa vicenda l’intervento dell’Ufficio antidiscriminazioni razziali ha un esito positivo. Unar interviene in occasione della discreta mole di commenti razzisti scatenati lo scorso anno riguardo a Miss mondo Italia comparsi nella pagina ufficiale del concorso di bellezza. I commenti sono stati rivolti alla finalista Chrisolythe Songo, nata in provincia di Cuneo da madre angolana e padre congolese, diciotto anni, molto bella. con la pelle nera. L’Oscad ha segnalato la vicenda all’autorità giudiziaria di Bari.

A rafforzare i poteri di Unar, dell’Oscad e della polizia postale è giunta di recente la Cassazione. Poiché inserire un post nella bacheca di Facebook significa dare alle proprie parole una grande possibilità di diffusione, raggiungendo un numero indeterminato di persone. se il messaggio è offensivo deve essere considerata “integrata la fattispecie aggravata del reato di diffamazione” recita la sentenza. A rafforzare tale valenza il fatto che face book viene usato per comunicare le proprie esperienze di vita anche a un numero crescente di persone «in costante socializzazione». Una sentenza che sarà molto utile nei casi di cyberbullismo, che vedono i giovani colpire con foto e scritte diffusi alla velocità della luce l’adolescente divenuto bersaglio. Una modalità che può portare le vittime a tentare il suicidio.

De. V.