3 Luglio 2017

Pierre-André Taguieff, L’antisemitismo, Cortina, Milano

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Fonte:

www.doppiozero.com

Autore:

Claudio Vercelli

L’avvenire di una avversione

Antisemitismo

È uscito da pochi mesi anche in Italia l’agile ma enciclopedico volume di Pierre-André Taguieff su L’antisemitismo. Pregiudizi, teorie, comportamenti (Cortina editore, Milano 2016). La sua prima edizione data al 2015, per le Presses Universitaires de France. Il testo in traduzione si rivela denso, ben articolato e, al medesimo tempo, di utile lettura anche per il modo in cui il materiale è organizzato e quindi proposto al lettore. Dieci capitoli sintetici sull’evoluzione dell’odio contro gli ebrei, sui criteri per interpretarlo, sulle parole per raccontarlo. Si tratta infatti di un libro che offre una scansione tematica e storica, logica e cronologica, permettendo così di definire i termini del problema e i suoi numerosi riflessi sul presente. Una sorta di handbook, in buona sostanza, che dopo un percorso di riferimenti e ragionamenti fa quindi il punto della situazione odierna, sia sul piano dell’evoluzione fattuale, materiale del pregiudizio antiebraico, sia sullo stato della riflessione e della pubblicistica di merito.   Non è l’unico in materia, avendo il lettore a disposizione un ampio ventaglio di offerte editoriali, ma si segnala per l’asciutto rigore. L’autore, sociologo e storico delle idee politiche e sociali, direttore di ricerca al Centro nazionale francese per la ricerca scientifica e docente all’Istituto di studi politici di Parigi, è da molti anni impegnato sul versante dell’analisi scientifica del razzismo. La sua personale biografia, culturale come politica, è tanto vivace quanto, a tratti, quasi contraddittoria. Soprattutto per coloro che gli hanno contestato l’ipotetico eclettismo di certe scelte intellettuali, a partire da una netta posizione a favore d’Israele. Di sé dice d’essere un repubblicano di sinistra mentre da certuni, sia tra i suoi critici che non, è descritto come un liberale dai tratti conservatori sul piano valoriale e un approccio progressista rispetto all’orizzonte politico. Qualsiasi giudizio in merito non può tuttavia esulare dalla conoscenza del dibattito che da molti anni è in corso in Francia rispetto al trittico cittadinanza-integrazione-identità, quasi che esso avesse sostituito quello rivoluzionario dell’eguaglianza-fraternità-libertà. Taguieff vi è parte integrante, operando sulla materia dell’immaginario razzista ma anche rispetto al tema dei processi di costruzione delle appartenenze simboliche e politiche che fanno da tessuto connettivo alle società postindustriali.

Qualche suo dato biografico può quindi aiutare a capire come nella sua personale traiettoria si innestino elementi di un più generale percorso compiuto da una parte della intellettualità d’oltralpe. Benché non abbia origini ebraiche e sia nato in Francia nell’immediato dopoguerra, figlio di un russo e di una donna di origini polacche, è sempre stato prossimo alla cultura semita, in tutte le sue più sfaccettate manifestazioni. Di essa ha subito i molteplici influssi, consolidati anche da frequentazioni, già negli anni degli studi, con coetanei ebrei e dalla lettura di autori provenienti dal mondo aschenazita. A metà degli anni Sessanta, mentre si specializza nei campi della linguistica, della semiotica e della filosofia, ha modo di militare culturalmente nell’ampio e variegato universo dell’estrema sinistra francese, per poi collocarsi nell’area situazionista, in una miscela di marxismo eterodosso, rimandi all’anarchismo, simpatie per il luxemburghismo ma anche attivismo culturale e fascinazione per il surrealismo. Non era l’unico, all’epoca, prima che la diaspora degli intellettuali engagés concorresse da un lato alla nascita dei nouveaux philosophes e dall’altro a tortuosi percorsi di revisione, conversione se non di rifiuto e diabolizzazione delle proprie militanze trascorse. Rimane il fatto che Pierre-André Taguieff in quel lungo periodo di tempo coltivò la sua passione per due autori, Gilles Deleuze e Frederich Nietzsche.   Da quelle premesse gli derivò poi l’adesione ad alcuni soggetti della galassia antirazzista, particolarmente presente nella Francia post-coloniale, che andava recuperando a proprio beneficio, con gli anni Settanta, la crisi e il “riflusso” della partecipazione. Così, quindi, con il Movimento contro il razzismo e per l’amicizia tra i popoli (il Mrap) o per la Lega internazionale contro il razzismo e l’antisemitismo (la Licra). Segnatamente, basti ricordare, come già ci è capitato di riscontrare parlando dell’«affaire Bensoussan», che una parte di queste organizzazioni è non da oggi contestata per un approccio particolarista alle grandi questioni dell’integrazione e della coesione sociale, così come per una visione esclusivamente culturale (le appartenenze identitarie) dei conflitti che attraversano la Francia e lo stesso continente europeo. Con gli anni Ottanta e Novanta Pierre-André Taguieff prosegue su due tracciati: sul piano professionale va consolidando il suo ruolo di docente; sul versante culturale e scientifico si adopera invece come consulente di rango per SOS Racisme, dirigendone l’Osservatorio sull’antisemitismo nonché collaborando anche con la Commissione nazionale consultiva dei diritti umani, sempre sui temi del razzismo. Anche in tali vesti, divenne quindi consigliere politico di Jean-Pierre Chevènement, quest’ultimo personaggio di rilievo del socialismo francese, più volte ministro, alternativamente soprannominato «Che» oppure «gollista rosso», per la miscela di nazionalismo, progressismo ed euroscetticismo che da sempre ne accompagna le prese di posizione pubbliche.   Alcune vicende hanno connotato la traiettoria dello studioso negli anni più recenti: a fronte del suo inesauribile (ed inesausto) impegno sul versante dello studio dell’antisemitismo, il posizionamento politico di Taguieff si è sempre più accentuato nel senso di una critica marcata verso la destra così come nei confronti della sinistra storiche, evidenziando come solo la democrazia liberale possa preservare un concreto spazio di libertà per gli individui. Il fuoco della polemica, che attraversa anche i suoi lavori sull’antisemitismo, rimanda all’incontro e al confronto con le culture non europee, ossia con il bagaglio dell’immigrazione. Da una tale sensibilità sono quindi derivate alcune manifestazioni d’opinione, come la sottoscrizione, nel 2005, di un «appello contro il razzismo anti-bianchi», promosso dal movimento ebraico-sionista Hashomer Hatzair e da Radio Shalom. Sottoscritto da diversi intellettuali – tra i quali il filosofo Alain Finkielkraut, il giornalista del Nouvel Observateur Jacques Julliard e il suo collega Ghaleb Bencheikh, il futuro ministro Bernard Kouchner, come anche il cineasta Elie Chouraqui (stigmatizzati da una parte dei loro critici come figure di establishment, espressione di una sorta di «blanchitude») – denunciava le aggressioni subite dai francesi di pelle bianca da parte di immigrati maghrebini, nel corso di diverse manifestazioni, ma anche e soprattutto all’interno delle scuole francesi, quei «territori perduti della Repubblica», come lo stesso Georges Bensoussan veniva definendo i licei delle periferie metropolitane.   Di una tale conflittualità interetnica l’appello dava una lettura molto decisa, quella di una sorta di razzismo simmetrico a quello esercitato contro le persone di colore, ma di segno esattamente capovolto. Al riguardo Finkielkraut parlò di «francofobia», a stabilire una sorta di parallelo con l’antisemitismo e l’islamofobia. «Ebrei e francesi sono messi alla berlina insieme», ribadiva il filosofo, mentre la negazione delle loro qualità umane «porta al peggio», pensando al ballottaggio tra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen durante le elezioni presidenziali del 2002. Affermava il testo del documento: «si tratta di una questione di equità. Si è parlato di David, si è parlato di Kader ma chi parla di Sébastien?». Già in quegli anni la spaccatura tra l’associazionismo antirazzista andava delineandosi nettamente, trovando nella «questione islamica» un suo punto di non ritorno. La Lega dei diritti dell’uomo (la LDH), per voce dell’allora suo presidente Michel Tubiana, ammetteva una «dimensione razzista» in certe violenze ma la ricollegava all’«odio sociale» di cui gli immigrati sarebbero stati tra le prime vittime. Il Mrap indicava che «dietro queste violenze ci sono persone escluse […trattandosi] del prolungamento di altre violenze».

L’ambigua figura di Dieudonné M’bala M’bala, il comico, polemista e poi “politico” dai tratti antisemiti, ispirato al suprematismo nero e all’antisemitismo, aveva fatto capolino sulla scena pubblica. Nel mentre Pierre-André Taguieff aveva proseguito le sue ricerche, partite da Nietzsche e dal suo impatto sul pensiero politico occidentale, arrivando a studiare il fenomeno politico ed intellettuale della «Nouvelle Droite» così come il «nazional-populismo» del Front National. Anche in questo caso non erano mancate le polemiche, vedendosi accusare dal quotidiano Le Monde, in un «Appello alla vigilanza», insieme ad altri intellettuali come Serge Latouche, Alain Caillé, Ignacio Ramonet, di avere collaborato con riviste ed editori di destra. In Francia è prassi diffusa redigere pubblicamente liste di amici o avversari sulla scorta del loro posizionamento culturale, per poi lanciare interdizioni in forma di richiami all’osservanza di appartenenze politiche, più o meno consolidate e condivise. Un medesimo biasimo gli era derivato dalla pubblicazione degli studi Sulla Nuova Destra (usciti in Francia nel 1994 e in Italia una decina d’anni dopo).

Benché Taguieff abbia sempre contestato l’impostazione differenzialista e identitaria che è alla base del pensiero di autori come Alain de Benoist, il maggiore teorico della Nuova Destra, le sue interlocuzioni, sia pure a distanza, con quest’ultimo gli sono valse una rinnovata accusa di collusione culturale con l’oggetto dei suoi studi, in una sorta di irrisolta identificazione e inconfessabile simpatia che sarebbero all’origine delle ricerche che va facendo. A questi rilievi lo studioso ha sempre risposto seccamente, definendo le critiche come frutto di pigrizia intellettuale e di cristallizzazione nel giudizio. Rispetto all’evoluzione del Fronte Nazionale di Le Pen, dagli anni Ottanta ad oggi, Taguieff ha cercato di emancipare le riflessioni dagli approcci più consolidati, ancora fortemente debitori di un’impostazione interpretativa che ne riconduceva l’impatto al solo radicalismo di destra, mera estensione del fascismo storico e del collaborazionismo. Ad esso contrappone la categoria del nazional-populismo, cogliendo la rielaborazione della piattaforma ideologica che la formazione neofascista da tempo va formulando. Nel complesso, mentre lo studioso è andato ordinando il suo complesso e stratificato lavoro, articolandolo intorno alle metamorfosi del razzismo e dell’antisemitismo in quanto radici di una parte del radicalismo politico e alle dinamiche socio-politiche francesi, le reazioni dei suoi critici si sono intensificate.   Già nel 2002, infatti, era stato etichettato come «neoreazionario», un termine coniato da Daniel Lindenberg ed esteso ad Alain Finkielkraut, André Glucksmann ma anche, con il trascorrere dei tempi, a Michel Houellebecq e ad altri ancora. Si trattava dei cascami della lunga polemica, a tratti velenosa, comunque sempre astiosa poiché fortemente personalizzata, che già venticinque anni prima aveva diviso i «nuovi filosofi» dalla sinistra che si riconosceva intorno a Le Monde, a Le Nouvel Observateur e ad una rilevante fetta della pubblicistica e del mondo accademico francese. Se negli anni Settanta il nucleo del conflitto ruotava intorno al discorso sullo stalinismo e sul totalitarismo ora l’asse si era spostato sul nesso tra antirazzismo e politiche dell’integrazione nei confronti dell’immigrazione musulmana. Lo scambio di idee ha spesso superato i limiti della critica, per trascendere nell’invettiva. Nelle sue repliche Taguieff ha ripetutamente affermato che i suoi contestatori, nell’accomunare impropriamente intellettuali dai percorsi culturali anche molto diversi, mettendoli infine alla berlina, si rivelavano l’essere esponenti di un circuito progressista debitore del politicamente corretto, ovvero espressione, in quanto «conformisti felici» di un sodalizio liberale e libertario connotato dalla cristallizzazione dei modi di pensare la realtà.   Di lì a non molto avrebbe infatti parlato, in un libro firmato con Matthieu Baumier, di «stalinizzazione degli spiriti». Al netto delle polemiche pubbliche, peraltro non separabili dall’evoluzione dei suoi studi, Taguieff ha tuttavia garantito un vigoroso apporto alla riflessione sull’antisemitismo, partendo dal lascito dello storico Léon Poliakov e del sociologo Norman Cohn. Di fatto, ne è un sistematizzatore, dividendosi tra ricerca e divulgazione. Indiscutibile, in tutta la sua riflessione, è lo sforzo di mantenere ed alimentare un approccio scientifico ai temi che lo vedono in prima linea.   La sua opera più importante, in sé voluminosissima, in una produzione bibliografica divenuta oramai impressionante per la sua enciclopedica estensione, rimane La forza del pregiudizio. Saggio sul razzismo e sull’antirazzismo, pubblicato in Italia nel 1994 ma uscito in Francia già sei anni prima. Due sono le forme di razzismo identificate come dominanti, alle quali corrispondono logiche diverse se non opposte. La prima è quella dell’eterofobia e del falso universalismo, nella quale le differenze sono negate a favore dell’assimilazione coatta ad un unico modello di riferimento. La seconda, invece, rinvia all’eterofilia, legata al particolarismo e, in immediato riflesso, al differenzialismo, che postula la separazione dei gruppi umani per preservarne i cosiddetti «tratti originari». La risposta antirazzista, per lo studioso non meno illusoria di quella razzista, consiste in un gioco di specularità inverse: nel primo caso rinvia all’esaltazione di un relativismo culturale, che si trasfonde nella politica delle «identità», mentre all’eterofobia subentra l’agire assimilazionista, fondato su una fittizia condivisione di comuni «valori». Una sorta di gioco dei chiasmi, ossia di ribaltamenti ideologici, dove il dato comune rimane l’incapacità di cogliere la mutevole morfologia delle nostre società, a favore di un essenzialismo, nel quale gli individui sono incapsulati dentro fittizie appartenenze.

Come autore di numerose opere in materia, torna frequentemente ad interrogarsi sull’attualità dell’antisemitismo. I capisaldi, che si rinnovano anche nel volume pubblicato dall’editore Cortina, dove sono indagati nessi, continuità ma anche discontinuità tra antigiudaismo religioso e antisionismo, tra giudeofobia (termine prediletto dall’autore e come tale utilizzato come referente di significato) e antisemitismo moderno, rimandando all’immaginario della teoria del complotto, di cui I protocolli dei savi anziani di Sion costituiscono l’architrave epistemologica. Riecheggiano nelle pagine del volume i richiami alla «neogiudeofobia» (espressione che era titolo di uno studio che Taguieff licenziò già nel 2002), laddove una chiave di interpretazione dell’antisemitismo contemporaneo viene identificata nell’avversione contro il sionismo, inteso non come il movimento nazionale ebraico bensì in quanto sembiante ideologico sotto il quale l’ebraismo celerebbe la sua imperitura vocazione al dominio del mondo. Per lo studioso sussiste un rapporto di stretta derivazione idealtipica tra l’antisionismo sovietico, sviluppatosi già ai tempi di Stalin e poi recuperato dopo la Guerra dei sei giorni del 1967, e l’attuale dottrina giudeofobica praticata dai movimenti del radicalismo islamista. Con l’aggravante che il rigetto del sionismo in quanto «complotto mondialista» di impronta semitica, sarebbe ben più di un corredo politico, costituendo semmai una sorta di subcultura presente un po’ in tutto il mondo musulmano, e non solo in esso, trattandosi di un grande «alibi» rispetto all’incapacità di formulare diversamente i grandi problemi delle agende politiche nazionali e di quella internazionale.   L’accostamento tra antisionismo e antisemitismo gli è valsa da tempo una nuova bordata polemica, che non si è per nulla esaurita. All’accusa di indebita confusione tra fattispecie distinte, ossia di mancanza o difetto di scientificità, si accompagna quella di essersi trasformato in un difensore a prescindere delle politiche dei governi israeliani. Due obiezioni secche, alle quali Taguieff ha sempre risposto duramente, avendo peraltro sottoscritto le posizioni a favore della nascita di uno Stato palestinese. Ne L’antisemitismo, al netto di critiche e polemiche correnti, l’autore si interroga sulla complessità del fenomeno sociale giudeofobico, concependolo nel medesimo tempo come un fattore di evidente esclusione per coloro che ne sono destinatari, in quanto vittime, ma anche di integrazione per i soggetti che ne beneficiano degli effetti a carico altrui.   Esclusione di una minoranza “densa”, gli ebrei, tale per gli elementi di reciprocità e di soggettività culturale e identitaria, come anche per il grado di integrazione dentro la società, di contro alla difficile coesione di maggioranze altrimenti a rischio di tenuta. In altre parole, la prassi pregiudiziosa, comunque stigmatizzante, ha una funzione specifica, richiedendo di essere analizzata e interpretata quand’essa si rivolge essenzialmente non tanto a coloro che ne fanno le spese ma a quanti ritengono di poterne ottenere un ricavo rispetto ai propri interessi. Il punto di vista di Taguieff, per intenderci, più che “etico”, ossia esterno al fenomeno osservato, intende semmai essere “emico”, calandosi dentro il percorso razzista in quanto tale per meglio coglierne la reale fisionomia e l’effettivo spessore. Da questo angolo visuale, la giudeofobia, comunque, ovunque e contro chiunque si esprima, non è mai un fatto occasionale, fortuito, momentaneo, bensì il prodotto di un’evoluzione politica che, in età contemporanea, si intreccia ai processi di produzione della cittadinanza.   Ciò riflettendo, Taguieff riprende le suggestioni di Jean-Paul Sartre quand’egli diceva che l’antisemitismo «è al tempo stesso passione e una concezione del mondo». Eravamo nel 1954 ma sessanta e più anni dopo la questione sembra riproporsi in tali termini. Ai due capi del problema identificati dal filosofo francese si potrebbe aggiungere un terzo elemento, quello della tradizione nera, una pedagogia diffusa, a forte impatto sociale, che uno studioso del radicalismo di destra e delle subculture fasciste come Francesco Germinario definisce nella sua qualità di «ideologia» contemporanea (si veda al riguardo il suo volume Antisemitismo. Un’ideologia del Novecento, uscito per i tipi della Jaca Book nel 2013). L’aspetto più problematico e urgente, come anche quello maggiormente aperto a considerazioni non ancora conclusive, rimane comunque quello che l’autore affronta quando stabilisce un nesso robusto tra antisemitismi (il plurale non è per nulla casuale) e antisionismo.   Vale quindi la pena di fare ancora un inciso, poiché rinvia alla lotta al «giudaismo mondiale», quando la strumentalizzazione dell’antirazzismo (“siamo tutti eguali ma gli ebrei restano, nel loro intimo, irriducibilmente diversi”) si incontra con la demonizzazione del sionismo, in quanto espressione di una potenza occulta internazionale, nel nome, molto spesso, dello smascheramento del «disegno imperialista». Sul verosimile tracciato che dall’avversione contro gli ebrei, come individui e in quanto comunità diasporica, transita verso il rifiuto dello Stato di Israele nella sua natura di «ebreo collettivo», altro plausibilmente si aggiungerà negli studi e nelle analisi a venire. Non solo da parte di Taguieff.   Rimane l’humus di fondo, già presente nelle diverse manifestazioni di antisemitismo storico, dove la “diabolizzazione” del “giudeo”, la visione manichea e dicotomica dei processi storici, l’appello a una lotta totale contro il «male satanico», il catastrofismo, l’apocalitticismo si traslano nell’enfasi della denuncia della intollerabile abusività storica dell’«entità sionista». L’autore ci sollecita quindi a riflettere sul carattere pluridimensionale dell’antisemitismo, sulla circolarità dei suoi costrutti pseudo-razionalisti, sulla sua persistenza nel corso del tempo, sull’intensità ma anche e soprattutto, come già rilevava Furio Jesi, sulla sua natura di macchina mitopoietica, che genera e rinnova il mito (rassicurante) dell’ebraismo e degli ebrei come causa del male nel mondo. In estrema sintesi, il volume editato da Cortina si presenta al lettore italiano come un utile ausilio per fare il punto della situazione rispetto alla discussione in materia, soprattutto a partire dalla Francia, dove rilevanti sono i confronti sul merito del problema, ma anche per riordinare una serie di idee e di ipotesi, per poi proseguire nelle indagini di merito.