25 Marzo 2015

Motivazioni della condanna di un gruppo di presunti jihadisti «caratterizzato da sentimenti di acceso antisemitismo e antioccidentalismo.»

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Fonte:

Corriere del Mezzogiorno Bari e Puglia

Autore:

Vincenzo Damiani

«Bari e Foggia a rischio terrorismo»

Lo sostiene il giudice nelle motivazioni della condanna di 5 presunti attentatori islamici «Le due città si trovano in una posizione strategica ed è folta la presenza di immigrati»

BARI La moschea e un call center di Andria erano state trasformate in «scuole di terrorismo e luoghi di indottrinamento». E’ uno stralcio breve delle 591 pagine scritte dal giudice del Tribunale di Bari, Antonio Diella, per motivare la sentenza con la quale, nel settembre dell’anno scorso, ha condannato cinque presunti terroristi islamici a pene comprese tra i 3 anni e 4 mesi e i 5 anni e due mesi di carcere. Al termine del processo penale, il ministero dell’Interno e la prefettura di Bari hanno deciso di mettere sotto protezione il magistrato, dandogli una scorta, per timore di possibili ritorsioni e vendette.

Il giudice focalizza l’attenzione sulla scelta della Puglia come base logistica: «L’Italia — spiega – è un ponte favorevole per raggiungere le zone di combattimento» e «l’area territoriale di Bari e Foggia, notoriamente popolata da folte comunità di immigrati e sita a ridosso dei Balcani e pertanto in posizione di apertura ad Oriente e al Nord Africa, risulta attualmente tra le più sensibili e a rischio di diffusione del fenomeno». Secondo il gup, la presunta cellula terroristica islamica barese non aveva ancora «progetti determinati» ma svolgeva «attività di studio e formazione». Diella, nella prima parte delle corpose motivazioni, premette che questo non è un procedimento contro l’islam, «non è un giudizio sul credo religioso degli imputati». «In questo processo non è in discussione la fede islamica, alla quale l’umanità deve anche storicamente importanti progressi nel campo scientifico, culturale e sociale», si legge a pagina 9.

L’indagine, condotta dai pm della Dda Renato Nitti e Eugenia Pontassuglia e svolte dai carabinieri del Ros, partì nel 2010, al centro dell’inchiesta finì una cellula terroristica di matrice islamista. L’indagine denominata «Masrah» (teatro), consentì di documentare come, a partire dal 2008, gli indagati si fossero associati tra loro allo scopo di compiere atti di violenza con finalità di terrorismo internazionale in Italia e all’estero, secondo i dettami di un’organizzazione transnazionale, operante sulla base di un complessivo programma criminoso politico-militare, caratterizzato da sentimenti di acceso antisemitismo e antioccidentalismo e dall’aspirazione alla preparazione ed esecuzione di azioni terroristiche. A questo proposito, il giudice sottolinea l’evoluzione organizzativa del terrorismo: per Diella c’è stata una «conversione strategica dalla centralizzazione operativa alla grande galassia di piccoli nuclei organizzati» e questo ha reso il fenomeno «più pericoloso», perché «meno facile da intercettare e più capace di diffondere un’atmosfera di terrore destabilizzante». Il terrorista ha una «doppia vita, una normale e l’altra segreta ed illecita» che lo rende «facilmente mimetizzabile nell’ordinario tessuto sociale», ma «in grado di attivarsi nel quadro dell’orizzonte di lotta jihadista». Per il giudice, quindi, « il soggetto lavora regolarmente nello Stato che lo ospita e si fa apprezzare per questo, ma contemporaneamente condivide il percorso radicalizzante del gruppo». L’inchiesta ha documentato «specifiche ricerche nel web sul confezionamento esplosivi, armi e acquisizione di informazioni sulle procedure di reclutamento di volontari da inviare ai campi di battaglia in Iraq, Afghanistan e Cecenia».