23 Luglio 2017

Matrice antisemita e islamista dell’omicidio di Sarah Halimi

CRIF_SarahHalimi

Fonte:

Moked

La Francia che vuole giustizia per Sarah

Sarah Halimi poteva essere salvata? Secondo i parenti della donna, ebrea ortodossa di 66 anni, uccisa lo scorso 4 aprile nella sua casa a Belleville (quartiere di Parigi), la polizia non ha agito correttamente e per questo a fine giugno i legali della famiglia Halimi hanno presentato una denuncia “per mancata assistenza a persona in pericolo”. Un esposto che in realtà ha un altro scopo, ovvero che le autorità̀ riconoscano che quell’omicidio ha matrice antisemita e islamista: il presunto responsabile è Kobili T., maliano musulmano, accusato di aver picchiato brutalmente la sua vittima e di averla poi gettata dal terzo piano. L’uomo, 27 anni, è stato sentito gridare: “Ho ucciso lo Sheitan (il diavolo, in arabo)”. “La battaglia della nostra famiglia non è di far condannare la polizia: avrebbero potuto e voluto salvarla, ma hanno agito male – ha dichiarato alla stampa francese il fratello della vittima, William Attal – Noi lottiamo affinché́ la giustizia riconosca che si tratta di un omicidio di matrice antisemita e islamista”. La procura che ha aperto l’indagine sta invece indagando per omicidio volontario senza prendere in considerazione la premeditazione né l’elemento antisemita. Una scelta che ha creato una vera e propria mobilitazione in Francia con l’appello lanciato da diversi intellettuali francesi, tra cui lo storico Georges Bensoussan e il filosofo Alain Finkielkraut, che denunciano un atteggiamento sbagliato da parte delle autorità rispetto al caso, a partire dal mancato riconoscimento del carattere antisemita del crimine. Secondo i firmatari, la riluttanza delle autorità a classificare l’omicidio come un crimine d’odio commesso da un musulmano era dettata dalla paura di prestare il fianco alla retorica della candidata di estrema destra Marine Le Pen: l’assassinio di Halimi, ex direttrice di una scuola e per trent’anni residente nella stessa casa di Belleville, sarebbe potuto essere strumentalizzato dal Front National (il partito della Le Pen) in quei giorni percheé la Francia era in piena campagna elettorale. E se una prima cautela poteva essere comprensibile, meno lo è il silenzio assordante percepito dalla famiglia in tutto questo tempo. “Ho aspettato sette settimane prima di dire qualcosa – ha dichiarato il fratello della vittima, parlando all’emittente i24News il 21 maggio scorso – L’assoluto silenzio attorno all’assassinio di mia sorella è diventato intollerabile”. “Non c’è stata nessuna mobilitazione nazionale per Sarah, è morta mentre i media sono rimasti quasi indifferenti all’accaduto” ha denunciato la deputata belga Frédérique Ries. A ricostruire in modo ordinato la vicenda, il giornalista della rivista ebraica americana Tablet Megazine Marc Weitzmann: erano le 4.25 del mattino quando Kobili, uno spacciatore tossico-dipendente, ha bussato alla porta di un appartamento di una famiglia di vicini, entrando poi con la forza. L’uomo era talmente agitato che la famiglia, venuta in Francia dal Mali, si era barricata in camera da letto e il padre aveva chiamato la polizia, denunciando l’intrusione. Intanto, attraverso la porta, avevano sentito Kobili recitare alcuni versi del Corano. Tredici minuti dopo la chiamata di emergenza, tre poliziotti si sono presentati sul luogo, entrando però – quanto scrive Weitzmann – nell’edificio sbagliato. Nel frattempo Kobili si era arrampicato dal balcone nell’appartamento di Sarah Halimi. Alle 4.45 la polizia ha ricevuto una seconda chiamata di un vicino che denunciava che “un uomo sta picchiando sua moglie”. “È una donna anziana – la testimonianza – e sembra soffrire molto”. Altri vicini, svegliati dalle grida, hanno cominciato a guardare cosa stava accadendo. Uno ha testimoniato, definendo il pestaggio “bestiale”. Altri hanno sentito Kobili gridare “Allahu Akbar”, “chiudi la bocca” e “tu, Sheitan”. Altri sei poliziotti sono poi arrivati sul luogo e si sono messi dietro la porta della famiglia maliana. “Temendo di essere di fronte a un attacco terroristico, hanno aspettato l’intervento dei corpi scelti – riporta Weitzmann – Quando i rinforzi sono finalmente arrivati intorno alle 5 del mattino, era troppo tardi: Sarah Halimi era stata lanciata fuori dalla finestra, il suo volto e il corpo erano stati brutalmente sfigurati dalle botte sofferte. Il suo assassino, attraverso il balcone, era intanto tornato nella casa della famiglia maliana dove aveva ripreso a pregare. È stato arrestato lì, mentre stava ancora pregando alle 5.35, senza opporre resistenza. E ora è sotto controllo psichiatrico”. “Mia sorella era terribilmente impaurita da quest’uomo, che la chiamava ‘sporca ebrea’ – ha testimoniato il fratello alla polizia – Ma aveva paura che sporgere denuncia sarebbe stato pericoloso per lei”. Halimi, vista la situazione, aveva compilato una richiesta per un’abitazione popolare all’ufficio del comune della cittadina di Créteil. “Chiediamo che tutta la verità sull’omicidio Halimi venga messa in luce”, l’appello degli intellettuali su Le Figaro. Verità e giustizia che chiedono anche i suoi famigliari. Ma secondo Weitzmann il problema è più ampio. Il giornalista cita un altro caso simile di omicidio in Francia: Sébastien Selam, ebreo di 23 anni, ucciso nel 2003 dal vicino e amico d’infanzia Adel Amastaïbou, che al momento dell’assassinio aveva gridato “andrò in paradiso, ho ucciso il mio ebreo” e a cui poi era stata riconosciuta l’insanità mentale (l’uomo era sotto trattamento psichiatrico prima dell’accaduto). Ma valutazione psichiatrica a parte, sottolinea Weitzmann, quello che preoccupa è “un puro e nudo impulso di odio psicotico e mistico che sembra viaggiare come un virus da un assassino all’altro”. Per il giornalista quello che bisogna indagare è il retroterra da cui sono poi nati questi crimini, che, precisa, non sono atti di terrorismo islamista ma sono la culla di questo fenomeno. A proposito di comprensione: pochi giorni fa invece la procura francese che indaga sul caso Halimi ha deciso definitivamente di non prendere in considerazione l’aggravante antisemita, che non è presente nell’accusa formalizzata contro il responsabile del brutale omicidio.