16 Aprile 2017

Analisi del Front National, parte prima

ClaudioVercelli

Fonte:

Moked.it

Autore:

Claudio Vercelli

La labile memoria di Marine/1

Non ha negato la Shoah, quello no. Semplicemente (se così si può dire), l’ha spostata su un piano metastorico, ossia al di fuori dei fatti e, soprattutto, di quelle responsabilità che potrebbero (e dovrebbero) essere invece attribuite non ad un generico novero di persone “cattive” bensì ad una collettività ampia, ma come tale anche circoscrivibile, poiché identificabile nei sui lineamenti di fondo. Evitando – peraltro – di fare un processo postumo ed indistinto ad un’intera nazione e tuttavia permettendo di contestualizzarle storicamente, oltre che di capire quali siano state le dinamiche che hanno portato a rendere possibile quello che sarebbe stato altrimenti anche solo impensabile qualora le persone si fossero comportate diversamente. Così Marine Le Pen – di lei si sta parlando in queste righe – quando domenica 9 aprile, interrogata sul recente passato nazionale da «Le Grand Jury», una trasmissione radiotelevisiva molto seguita, ha detto che: «la Francia non ha responsabilità per il Vél d’Hiv». Aggiungendo poi che «se ci sono responsabili questi sono coloro che erano al potere all’epoca. Non era LA Francia [la maiuscola si impone, per l’enfasi della pronuncia ai microfoni, n.d.r.]. La Francia è stata maltrattata a lungo nel corso del tempo. Si è dimostrato ai nostri figli che essi avevano tutte le ragioni per criticarla. Vedendone esclusivamente gli aspetti storici più cupi. Io voglio [invece] che essi siano nuovamente fieri della Francia. Questo legame d’amore è fondamentale». Così Marine, per l’appunto. Che dichiara di avere a cuore il senso di fiera appartenenza dei francesi al proprio paese. E quindi alla sua storia, almeno da Giovanna d’Arco in poi. Alcuni riferimenti di circostanza, a questo punto, si impongono. La ragione dell’intervista alla candidata del Fronte Nazionale alla presidenza delle Repubblica era infatti occasionata dalla richiesta di un’opinione nel merito del discorso che il 16 luglio 1995 l’allora Capo dello Stato Jacques Chirac aveva tenuto al paese. Nella circostanza Chirac aveva riconosciuto la diretta corresponsabilità francese nelle retate antisemite dell’estate del 1942. In particolare, nel corso dell’operazione «Vent Printanier», predisposta dagli occupanti nazisti, quando gli ebrei di Parigi e di altre grandi città francesi, vennero arrestati e successivamente consegnati ai loro carnefici. Di fatto la grande ondata di rastrellamenti urbani si tradusse in tre cicli di «rafles» (retate, per l’appunto): quella del 16 luglio 1942, con l’arresto e la conseguente deportazione di più di tredicimila ebrei parigini; l’abortita azione a Nancy, il seguente 19 luglio; il rastrellamento alla Marne. Per Chirac «la Francia aveva commesso un fatto irreparabile», assumendosi nel suo insieme una colpa per più aspetti non emendabile. Il riferimento, nel discorso dell’allora Presidente, rimandava al coinvolgimento di tutto l’apparato amministrativo francese, a partire dalla polizia, nella realizzazione e nella zelante esecuzione del mandato nazista. E, in immediato riflesso, di una parte della stessa popolazione, che aveva visto e condiviso quanto stava accadendo, per l’appunto, sotto i suoi occhi, silenziosamente assentendo e quindi consentendo. Lunedì 10 aprile Marine Le Pen, nel pieno di una campagna elettorale al calor bianco, sentendo la prossimità del traguardo dell’Eliseo ma temendo anche di potere essere bruciata dagli altri pretendenti, è tornata quindi sulla questione della memoria nazionale, cesellando le affermazioni del giorno prima: «condanno senza riserve il regime collaborazionista di Vichy e le atrocità che ha commesso o che ha lasciato commettere. La mia posizione è che non gli si debba concedere alcuna legittimità». Ricapitolando: le persecuzioni, il rastrellamento sistematico, le deportazioni e lo sterminio degli ebrei (francesi) sono avvenuti; la responsabilità non è direttamente imputabile ai francesi, ovvero delle istituzioni nazionali che operavano sia pure sotto il controllo tedesco, così come anche di una parte dei cittadini di allora, come invece affermava Jacques Chirac: semmai è colpa del governo collaborazionista del «maresciallo di Francia» Philippe Pétain; quest’ultimo, peraltro, non ha mai avuto alcuna legittimità, né di ordine politico né, tanto meno, di natura morale e civile; il suo seguito sociale, i suoi “seguaci”, sono riducibili ad un gruppo ristretto di sostenitori; se le deportazioni sono avvenute, la colpa di esse ricade non sulla Francia ma sui «collaborazionisti». Punto e a capo. Discorso chiuso? No, in alcun modo. Per il Front Nazional la storia, si sa, è un tallone d’Achille. Avvicinandosi il riscontro delle urne i giornalisti sanno bene che se si vuole mettere in imbarazzo la sua leadership, il richiamare gli anni dell’occupazione tedesca è un buon modo per saggiarne le reazioni più o meno prevedibili. Tanto più dal momento che Marine, in un parricidio figurato, parrebbe avere messo da tempo alla gogna pubblica e mediatica il padre Jean-Marie, a causa delle sue conclamate e inveterate posizione negazioniste e antisemite. Si tratta di quel percorso di auto-accreditamento politico che in Francia definiscono come «de-diabolizzazione», ossia il tentativo di accreditare il partito già neofascista come un soggetto mediano, votabile da una grande parte dell’elettorato nazionale, a partire da quello moderato. Affinché ciò possa avvenire occorre però che l’intelaiatura sub-culturale del partito, che si rifà al rapporto di continuità tra l’Action Français, Vichy e il petanismo, i conati reazionari dell’«Algeria francese» e del terrorismo dell’Oas, la pancia profonda e oscura dei movimenti neofascisti degli anni Settanta (di cui il Front National di Le Pen è stato una sorta di violento e coercitivo federatore), venga disgiunta dalla sua attuale fisionomia pseudo-liberaloide e sovranista, che si è ritagliato come elemento di seduzione per una Francia in crisi di identità. Non a caso il vice-presidente del Fronte, il tecnocratico e modernista Florian Philippot, già una settimana prima del pronunciamento della “lider maxima” Marine, aveva avuto modo di affermare che è venuto il momento di «essere fieri della storia di Francia». La strategia identitaria del partito rivendica a pieno titolo il diritto di recuperare a dignità l’intera storia del paese, adottando un triplice paradigma: le nefandezze negli anni dell’occupazione tedesca sono da attribuire integralmente alla cricca dei seguaci di Pétain, peraltro da intendersi come una porzione limitata di elementi; l’«État français», la creatura del vecchio maresciallo, al servizio non solo dei nazisti ma anche dei progetti di «Nuovo ordine europeo» razzista, caldeggiati da Berlino, non ha mai avuto piena legittimità, semmai riposando quest’ultima nelle autorità in esilio a Londra, alla cui testa si era posto Charles De Gaulle; il Front National, infine, si candida a diventare depositario di quest’ultima memoria, anche a rischio di dovere fare coesistere nel suo seno due componenti contrapposte, quella che continua a credere nella liceità politica del collaborazionismo e quella, invece, che si riconosce nella Resistenza (sia pure liberale, di stampo politico moderato se non conservatore, atlantista e anticomunista). Con un effetto di sconcerto, o comunque di dissonanza, laddove la ragione politica del Front National è sempre stata quella di rappresentare gli sconfitti, e non i vincitori, di quel gigantesco confronto ideologico e politico che fu la Seconda guerra mondiale in Europa. Il vero nodo, ancora una volta, è il giudizio sulle politiche antisemitiche. Un fatto che crea enormi imbarazzi tra la leadership frontista (e una parte cospicua del suo elettorato tradizionale), divisa al suo interno tra chi silenziosamente deve accettare la svolta impressa dal neolepenismo, che impone di mettere il silenziatore sul pregiudizio antiebraico, e quanti, nel tentativo di fare della formazione politica sovranista, dal promettente futuro elettorale, un soggetto politico di governo, aspirano invece a raccogliere il voto dei tanti “moderati”, sempre meno rappresentati dalle formazioni politiche golliste e repubblicane. Per questo Marine Le Pen cerca di intercettarne le sensibilità, arrivando al punto di attribuirsi addirittura l’eredità del generale De Gaulle. Un atteggiamento che anche solo una decina di anni fa sarebbe risultato essere al pari di una eresia, o comunque una provocazione bella e buona. Dentro e fuori il Front National. Sulla responsabilità del governo di Vichy, tra il 1940 e il 1944, nell’elaborazione e nella realizzazione di una politica antisemitica in proprio, non c’è peraltro alcun dubbio residuo. Così come sul ruolo attivo da esso svolto nell’applicazione minuziosa dei dettami della «soluzione finale della questione ebraica» in Francia. Per volontà propria, non per imposizione e ricatto tedesco. La collaborazione con le autorità tedesche, nel nome dell’adesione alle motivazioni ideologiche delle medesime, portò alla morte di almeno settantacinquemila ebrei francesi o riparati nel paese. Semmai il nodo più delicato, che la stessa Le Pen ripropone con le sue affermazioni, è «il dove» e «il con chi» riposasse la legittimità politica (e quindi civile e morale) della Francia di quegli anni. A Londra o a Vichy? Con De Gaulle o con Petain? Il neolepenismo dichiara di optare per i primi: Londra e De Gaulle, quindi. Ma a conti fatti, questo modo di atteggiarsi – che assomiglia più ad un repentino e tartufesco cambio di cavallo (e di sella) che non il risultato di un lungo percorso di maturazione – rivela di non intendere affrontare il nodo storico dell’identità di un intero paese e, con essa, le contraddizioni che la accompagnano. La Francia del 1940, infatti, era una nazione sconfitta, umiliata e, soprattutto, messa in ginocchio, senza quindi un futuro plausibile. Le élite della Terza Repubblica l’avevano peraltro abbandonata a se stessa. Pétain, figura paternalista e autoritaria, burocraticamente rassicurante poiché sembrava rappresentare la continuità della Francia dei decisori, raccoglie il testimone di una collettività che si sente repentinamente declassata, caduta velocemente nel baratro, avendo definitivamente perso il controllo del suo destino. Si presenta come un anziano padre che sa ancora quale sia la distinzione tra il bene e il male, offrendosi come capo supremo al medesimo tempo provvidenziale e dal carisma dittatoriale. Capace pertanto di amare ma necessarie decisioni. Da questa premessa – come dal convincimento che sia ineludibile un nuovo asse, ora però completamente asimmetrico, con la Germania di Hitler, nel processo di riconfigurazione geopolitica dello spazio europea che è in corso – fa derivare quindi il suo progetto di una «Révolution nationale» rigorosamente antidemocratica, illiberale, liberticida, antirepubblicana e, non di meno, vigorosamente antisemitica. In ciò raccoglie un discreto consenso (che durerà nei suoi lunghi echi ben oltre la fine del suo mandato, con l’arrivo degli Alleati nell’estate del ’44), poiché salda ai vecchi temi reazionari, presenti nella Francia antidreyfusarda, vandeana e antirivoluzionaria, lo sconcerto di buona parte dei francesi. La forza di Pétain riposa nel saldare ciò che da sempre si opponeva all’evoluzione modernista con lo stordimento di una parte importante del ceto medio. Il disagio di quest’ultimo si era peraltro andato affermando, in alcune sue parti, già negli anni Trenta, dinanzi alla presenza delle sinistre, di governo e di opposizione. Ma è il prodotto soprattutto del drastico cambiamento di scenario impresso nel volgere di poco tempo dall’aggressione tedesca e dal catastrofico cedimento, non solo militare ma anche e soprattutto morale e civile, della Terza Repubblica. A fronte di questo quadro, assai più articolato di quanto non verrà poi raccontato dopo la sconfitta nazifascista, i ruoli sia di De Gaulle che, più in generale, della Resistenza in esilio e all’interno del paese, presentati e quindi celebrati come la «vera Francia», quella che avrebbe preservato, coltivato e fatto germinare valori comunque condivisi dal «popolo», faticano ad affermarsi per un lungo lasso di tempo, scontando la loro minorità politica e culturale. Per un lungo periodo, infatti, non c’è una piattaforma di intenti condivisibile; il Partito comunista francese, che giocherà poi un imprescindibile ruolo operativo nella lotta contro gli occupanti, deve scontare il legame con Mosca, a partire dagli effetti del patto Molotov-Ribbentrop dell’agosto del 1939; l’esercito francese si è letteralmente sfasciato, mentre l’apparato amministrativo, invece, è rimasto perlopiù intatto; De Gaulle si proclama da sé come il rappresentante della continuità costituzionale e istituzionale, il «profeta combattente», federatore di forze diverse ma unite dalla lotta per la liberazione, faticando tuttavia ad essere pienamente accreditato come interlocutore a pieno titolo tra gli stessi Alleati. Questo e molto altro entra quindi in campo nel determinarsi del gioco tra lealtà opposte e tradimenti reciproci. Si tratta di uno spazio, quello dello spiazzamento che si ingenera con l’arrivo delle truppe tedesche a Parigi, che gli uomini che si raccolgono velocemente intorno a Pétain tramutano, in mente loro, da vincolo assoluto a inedita possibilità. Quella non solo di esercitare una rivalsa totale contro la Francia repubblicana, “corrotta e abominevole” poiché “semitizzata” (giungendo quindi ad una resa dei conti che matura da decenni, se non da un secolo e mezzo), ma di un’opportunità unica nel suo genere: aggregarsi al fascio di forze europeo raccolto ed enfatizzato dai nazisti, proiettandosi, in pari tempo, nell’opera di rifacimento della Francia – depurata dagli elementi alieni e perturbanti – e nel suo ricollocamento negli equilibri continentali in via di violenta ristrutturazione. Non importa se tali intenzioni si riveleranno, alla resa dei conti, tanto fallaci quanto menzognere. Per l’intanto, sono la piattaforma di massima sulla quale aggregare il consenso diffuso tra la popolazione, quanto meno di una parte della borghesia francese, sospesa tra calcolo di opportunità e convincimenti autentici. La questione della legittimità e della non legittimità di De Gaulle e di Pétain, così come delle loro eredità politiche, ruota intorno a questi decisivi passaggi. Che sono il prodotto della disfatta del 1940 e dei diversi modi in cui essa venne metabolizzata. Sul versante liberale, attraverso l’autoritario ma carismatico e decisionistico ruolo che il generale Charles De Gaulle si assegna in esilio. Sul piano fascista, per il tramite del maresciallo Philippe Pétain, che nella sua stessa persona raccoglie un concentrato di falso «senso comune», di retoriche patriottiche, di esercizi di rivalsa e di concreta violenza istituzionale, fino all’adesione integrale alla politica criminale e assassina contro gli ebrei. Quindi, per venire ai giorni nostri, o ci si assume la problematicità del contesto storico in cui si ingenera questo transito di funzioni o si continua a fare il gioco delle figurine. Laddove i ruoli sono, per inciso, reversibili e intercambiabili a seconda dei calcoli di interesse del momento. Che è propriamente ciò che Marine Le Pen invece predilige, scindendo la questione delle responsabilità politiche da quella della legittimazione al comando, nonché quest’ultima dal seguito sociale e dal consenso conseguito in quegli anni. Così comportandosi la leader del Front National cerca affannosamente di separare la scomoda memoria di Vichy dai francesi, identificando il fascismo come una sorta di malattia passeggera ed estranea ai molti, se non ai più. Lo fa fingendosi in buona compagnia, essendo stata preceduta dallo stesso De Gaulle (che tuttavia partiva da ben altri presupposti, sapendo di essere chiamato ad una lotta mortale e, con essa, alla successiva ricostruzione morale del paese), seguito a ruota da François Mitterand e da Jean-Pierre Chevènement, solo per citare due personaggi di levatura nazionale, evocati dalla stessa candidata alla presidenza a suggello delle sue posizioni. Le quali sono quelle di una donna delle pulizie che, nel tentativo di rendere lustro il pavimento, nasconde la polvere (e le ceneri) sotto il tappeto buono di casa. (prima parte)