23 Novembre 2016

Lezione di Alessandro Piperno sull’antisemitismo nelle opere letterarie di Céline e Proust

MProust

Fonte:

Corriere della Sera

Autore:

Alessandro Piperno

Proust, Céline e l’antisemitismo:

il legame nascosto che li avvicina

È difficile mettersi a scrivere romanzi dopo Proust e Céline. Essi sono un trauma colossale per la narrativa francese del XX secolo: la summa di un’intera tradizione, e per così dire gli implacabili curatori testamentari. II Tempo ritrovato, l’ultimo volume della Recherche, esce nel 1927 presso Gallimard, lo stesso editore che cinque anni dopo si farà scappare per un pelo Viaggio al termine della notte. Si stenta a immaginare opere più antitetiche scritte da autori più inconciliabili. Henri Godard, il massimo celiniano in circolazione, definisce Céline l’«anti-Proust» per antonomasia. Se Proust complica la sintassi, estenuandola fin quasi alla saturazione, Céline la spacca in mille pezzi; se Proust lavora sulle nuance, le pieghe dell’interiorità, l’inattendibilità dei sensi, Céline elegge il grido, il sarcasmo, la bava alla bocca a strumenti di conoscenza; se il Narratore della Recherche è un rampollo della buona borghesia parigina nevrotico, classista e stanziale, l’eroe del Voyage è un miserabile, un globetrotter in balia della Storia; se il milieu proustiano è composto da milionari, esteti sfaccendati e cocotte dalla sessualità controversa, l’umanità di Céline è indigente e delirante. Eppure, a ben guardare, e senza voler trovare a ogni costo affinità tra gli incompatibili, si può notare anche qualche sorprendente corrispondenza.

1) La centralità dello stile, del resto da entrambi a più riprese rivendicata, non ha quasi paragoni (forse solo Flaubert e Nabokov). Non mi vengono in mente stili più personali, caratteristici e ossessivi di quelli di Proust e Céline. E infatti sono a un tempo i più parodiati e i più inimitabili.

2) Poi c’è la malattia: come capire Proust e Céline senza considerare il posto occupato nelle rispettive opere dal corpo, dalla medicina, dall’ipocondria?

3) Per non dire del nichilismo: Céline lo esprime in ogni improperio, Proust lo evoca con discrezione, ma in modo non meno implacabile, quasi leopardiano.

4) Infine occorre tenere conto del ruolo rivestito dalla guerra in questi smisurati ecosistemi romanzeschi. Per quanto assurdo possa sembrarci, il Marcel della Recherche e il Bardamu del Voyage vivono nella stessa spettrale Parigi bombardata dagli Zeppelin tedeschi.

Ma ciò che più di tutto li assimila è aver dato voce all’odio antisemita, ovvero alla cosa più seria e tragica, la più satura di implicazioni, capitata all’umanità nell’ultimo paio di secoli, almeno nella nostra parte di mondo. In apparenza il discorso con Céline è semplice. Anche qui occorre dare ragione a Godard quando nota con rammarico come gli esegeti di Céline si dividano in due famiglie: quelli che lo considerano un «grande scrittore ma atroce antisemita» e quelli che lo liquidano come «un atroce antisemita ma grande scrittore». I primi lo giustificano, lo normalizzano (è il caso di Gide); i secondi lo deplorano, ghettizzandolo in un angusto mondo xenofobo e paranoico. Non è mia intenzione seguire né l’esempio degli uni né quello degli altri. Non credo che la letteratura vada giudicata secondo gli strumenti offerti dalla morale comune (a meno che per moralità nell’arte non s’intenda una inesausta ricerca di eleganza e verità, ma non sono molti a pensarla così). Mi sembra interessante partire dall’ossessione che Céline coltiva per Proust. Lo odia come solo lui sa odiare, con invidia e risentimento. L’idea che il suo illustre collega-rivale fosse ricco, omosessuale ed ebreo per parte di madre gli facilita il compito. Proust diviene l’epitome di tutto ciò Céline che detesta: il rappresentante della decadenza francese. Per questo lo attacca su ciò che ha di più caro uno scrittore: lo lingua. Il francese di Proust gli dà il voltastomaco. Céline senza mezzi termini lo chiama il «francese giudaizzato». «II francese modellato, orientale, liscio, scivoloso come la merda». Il francese di Racine, dei Goncourt, di Anatole France. Per lui si tratta dell’«epitaffio della razza francese», a cui oppone « la lingua parlata, il linguaggio emotivo, il solo sincero», ovvero il francese popolare, fratto e vitalista dei suoi romanzi migliori. Il solo vero padre spirituale che Céline è disposto a riconoscere è Villon, il poeta straccione, mendicante e criminale. La lingua di Villon gli piace, tanto quanto gli dispiace quella di Montaigne, ovvero il primo ebreo ad aver inquinato la letteratura francese, anche in questo antesignano di Proust. Insomma Céline applica alla letteratura il più classico cliché antisemita. Un tempo esisteva una lingua vergine, onesta, vitale, popolana, la lingua di Villon. Poi arriva Montaigne (anch’egli ebreo da parte di madre) e la imbastardisce con il suo buonsenso borghese e giudaico, in attesa che Proust le dia colpo di grazia. In una lettera a René Torwarth del 1938 scrive: «Ahimè basta guardarsi attorno per rendersi conto che il Francese è diventato per tre quarti ebreo. Così venale, così becero, così smidollato. (…). L’ambizione del Francese è di diventare ebreo. È lui che si fa naturalizzare ebreo». Come dicevo, tale terrore di contaminazione è un classico antisemita. Mezzo secolo prima Wagner si esprimeva più o meno negli stessi termini, accusando l’ebreo Félix Mendelssohn di aver imbastardito la divina, purissima musica tedesca. Non avrei neppure citato questi deliri celiniani e wagneriani se essi non trovassero un corrispettivo in parecchi passi della Recherche. In All’ombra delle fanciulle in fiore, per esempio: durante il primo incontro tra il Narratore e Charlus, quest’ultimo parla di una dimora della sua famiglia di recente acquistata dagli Israel. Charlus è indignato per come «quella gente» ha ridotto il giardino. «Ha distrutto il parco di Lenôtre, un fatto delittuoso, come fare a pezzi un quadro di Poussin». Il crimine degli Israel, agli occhi dello sciovinista Charlus, è di aver adornato un’architettura francese con un giardino all’inglese. Un crimine contro la Francia, non meno grave di deturpare un Poussin (il più classico dei pittori francesi). L’idea di Charlus non si scosta troppo da quelle di Wagner e di Céline. Anche per lui il delitto degli ebrei consiste nella smania di adulterare uno stile puro e coerente. E Proust? Che ne pensa delle argomentazioni del suo personaggio? È sempre difficile capirlo. Su certi temi è di un’ambiguità e d’una elusività che oggi qualcuno potrebbe considerare riprovevole. Quello che mi preme sottolineare qui è che la Recherche, al di là delle opinioni politiche del suo autore che trapelano di rado, sembra aderire al manicheismo di Charlus, senza forse sposarne l’odio. Il modo in cui Proust sottolinea le differenze, persino somatiche, tra gli aristocratici e gli ebrei, tra Saint-Loup e Bloch, tra Madame de Guermantes e Rachel, è di stampo inequivocabilmente razzista. Non mi sembra un caso che sia proprio l’Affaire Dreyfus a mettere gli eroi proustiani uno contro l’altro. Hannah Arendt pensava che l’Affaire ebbe il merito tragico di mettere a nudo «tutti gli elementi dell’antisemitismo del Diciannovesimo secolo nei suoi aspetti ideologici e politici; fu il culmine dell’antisemitismo nato nelle particolari condizioni dello Stato nazione. Ma la sua forma violenta preannunciò sviluppi futuri, tanto che i protagonisti dell’affare sembrano talvolta impegnati in una grande prova generale per una rappresentazione che dovette esser rinviata per parecchi decenni». La brillante analisi della Arendt è retrospettiva, come si conviene a uno storico. Il territorio d’indagine d’un artista è assai più malcerto e complesso. La grande letteratura è sempre un sismografo, molto spesso il sismografo dell’odio e del risentimento. Non deve sorprendere allora che i due massimi narratori francesi del Ventesimo secolo, da prospettive così diverse, abbiano dato tanto rilievo all’odio antisemita. E che, in un certo senso, altrettanto abbiano fatto scrittori coevi e non meno sommi come Joyce e Kafka. Che non sia questo a conferire alle loro arte quell’aura profetica e apocalittica che mette i brividi?

IL CONVEGNO

Letteratura dell’odio

protagonista a Bari

Si svolge domani e dopodomani a Bari il seminario organizzato dal dipartimento di Lettere, Lingue e Arti dell’Università «Aldo Moro» in collaborazione con L’Institut Français e Il Gruppo di Studio sul Cinquecento Francese dedicato a Figure letterarie dell’odio. Retorica e semantica di un sentimento pubblico /Figures littéraires de la haine. Rhétorique et sémantique d’un sentiment public. Ospitato nel Salone degli Affreschi di Palazzo Ateneo, il convegno verrà introdotto domani alle 15 da Gianni Iotti dell’Università di Pisa. Il testo di Alessandro Piperno in queste pagine anticipa i temi del suo intervento previsto il pomeriggio di venerdì 25, Proust, Céline e l’odio antisemita.