6 Novembre 2016

Intervista allo storico francese Georges Bensoussan

GBensoussan

Fonte:

www.mosaico-cem.it

Autore:

Georges Bensoussan, Fiona Diwan

Può la Memoria della Shoah essere un vaccino antirazzista e arginare il nuovo antisemitismo?

Gli usi politici della memoria della Shoah. L’odio verso Israele. Il nuovo antisemitismo di derivazione arabo-musulmana. Il futuro degli ebrei d’Europa. Parla Georges Bensoussan, ospite a Milano a fine Novembre

È uno degli intellettuali più controversi e scomodi di Francia. C’è chi lo vorrebbe bandito e messo a tacere e chi lo ammira per il suo coraggio controcorrente e fuori dal coro. Georges Bensoussan, storico della Shoah, saggista, opinionista, è certo oggi, insieme a Alain Finkielkraut, uno dei personaggi più amati-odiati del suo Paese, presente in tv e nei dibattiti, autore di innumerevoli saggi tra cui gli ultimi Histoire de la Shoah (PUF edizioni), L’Histoire confisquèe des Juifs d’Europe (PUF), Shoah e le sue mappe (LEG edizioni). Grande esperto di antisemitismo e di rapporti tra ebrei e mondo arabo (Juif en pays arabes: le grand déracinement, 1850-1975, Tallandier), Bensoussan sarà ospite a Milano dell’Associazione Figli della Shoah (23 novembre, ore 20.00, Aula Magna Benatoff), e per una giornata di studi al Memoriale.

Abbiamo chiesto a Bensoussan se l’insegnamento della Shoah possa oggi arginare il nuovo antisemitismo in Europa, e se possa essere una forma di vaccino antirazzista. «No, non lo è, anche se molti lo credono. Assistiamo oggi a un uso politico della memoria della Shoah che, strumentalizzata da tutti, diventa una memoria-trolley dove ficcarci dentro tutto, dalla discriminazione dei gay alla persecuzione dei curdi o altro ancora. Senza parlare poi dell’abuso del lessico della Shoah, quando, per i media, il blocco di Gaza diventa come il ghetto di Varsavia e il muro di Israele è paragonato al filo spinato dei lager nazisti…

La verità è che assistiamo oggi a una strumentalizzazione, direi a una trivializzazione, della Memoria della Shoah, quell’interrogare i fatti storici per dimostrare una tesi. Un uso e abuso della Memoria, una forma di banalizzazione operata sia da destra che da sinistra, sia da ebrei, sia da non-ebrei. Come accade quando si afferma che gli omosessuali sono perseguitati come lo erano gli ebrei negli anni Quaranta; o quando gli anti-abortisti dicono che l’aborto è paragonabile al genocidio ebraico da parte di Hitler. Sembra incredibile ma accade questo oggi in Francia. Ma la cosa più grave a mio avviso è la de-giudaizzazione della Memoria della Shoah. Ovvero la tendenza a evocarla dimenticando che al centro di questa catastrofe c’è un popolo particolare, quello ebraico, che è stato sterminato unicamente per crimine di nascita.

E così, sempre a proposito di Shoah, si tende oggi a omettere, a cancellare, il termine ebreo e a sostituirlo con parole più neutre, vittima o innocente. Perché? Semplice: la parola ebreo rimanda a Israele, e oggi Israele è oggetto di demonizzazione, qualcosa che catalizza nel mondo l’immagine del Male assoluto esattamente come accadde negli anni Trenta per l’ebreo e il giudaismo. È incredibile la somiglianza tra lo schema antisemita di ieri e lo schema anti israeliano di oggi, è la stessa cristallizzazione sullo stesso oggetto di repulsione: ieri un popolo disperso, gli ebrei, oggi uno Stato sovrano, Israele, ma delegittimato, vedi l’Unesco. Il meccanismo mentale è identico. Ma attenzione: la de-giudaizzazione della Shoah non è cosa nuova; spesso viene richiesto di non usare il termine “juif, ebreo” per non urtare la sensibilità degli arabi.

Farebbe qualche esempio?

È il caso dello storico Benoit Rayski e del suo libro, L’affiche rouge, che ricostruisce la vicenda di un gruppo di giovanissimi resistenti comunisti fucilati il 21 febbraio 1944 – e a cui Louis Aragon dedicò un bellissimo poema-, quasi tutti ebrei.

Invitato recentemente da un liceo di Parigi per raccontarne la storia, Rayski fu pregato da un professore di non usare la parola ebreo per indicare i resistenti-ragazzi fucilati nel ’44, ma di utilizzare la parola stranieri per non urtare i liceali musulmani. Di dire insomma, sebbene fossero ebrei, che erano polacchi, rumeni, ungheresi.

Aggiungo che è in atto, inoltre, una specie di colonizzazione della Memoria della Shoah che si esprime in una sorta di guerra delle memorie (quella persecutoria e genocidaria degli indiani d’America, degli armeni, dei neri ex schiavi, dei gay, dei tutsi, dei bosniaci…), una rivalità memoriale che punta a ridurre l’evento Shoah e la sua unicità.

Come questo si ripercuote su Israele? La cosa interessante da osservare è come la Memoria della Shoah sia il pretesto per un odio sempre più radicale verso Israele. Spesso osserviamo che proprio quelli che commemorano con più solerzia la Shoah sono anche gli odiatori più virulenti di Israele. Essendo stata la Shoah l’espressione più alta del razzismo, se oggi dimostriamo che lo Stato d’Israele è razzista allora, in nome della Shoah, siamo legittimati a odiare doppiamente Israele divenuto l’incarnazione stessa del razzismo moderno. È una perversione, ovviamente, un modo di ribaltare la realtà, è la vittima che diventa il carnefice. Ricordiamoci che la Memoria della Shoah ha generato – e genera ancora -, sensi di colpa enormi, difficili da digerire. Per sbarazzarsi da questo senso di colpa bisogna trasformare le vittime in colpevoli. E se facciamo di Israele la demoniaca incarnazione del male e del razzismo, possiamo finalmente dire che le vittime di ieri si comportano oggi come i carnefici di ieri. E quindi, siamo pari. Avevamo commesso dei crimini certo, dicono i francesi, ma se anche gli israeliani arrivano ad agire come abbiamo agito noi 70 anni fa, allora non abbiamo più nulla da rimproverarci. Se colpevolizzo la vittima libero immediatamente me stesso dai sensi di colpa. Nessuna collettività regge a lungo il senso di colpa. A un certo punto deve sbarazzarsene. Ed è quello che accade oggi con la cristallizzazione anti-israeliana della sinistra occidentale. Una delle radici della violenza e dell’aggressività contro Israele, specie da parte degli intellettuali europei, viene proprio dall’insegnamento ripetitivo della Shoah e da quel “mai più un Olocausto” ripetuto troppe volte.

La riedizione del Mein Kampf: che cosa ne pensa?

Che è un falso problema. È un testo che circola da anni su Internet. Ritengo sia meglio avere una buona edizione critica, con dei commenti di storici autorevoli, che non edizioni pirata. Penso sia naif credere che il Mein Kampf possa convertire qualcuno all’antisemitismo. È un libro indigesto e illeggibile. Ma la cosa più grave è un’altra. Tutti si scandalizzano per la sua riedizione ma nessuno si indigna invece per tutto l’orrore che passa sui programmi tv del mondo arabo che incitano ogni giorno all’omicidio di ebrei in quanto esseri spregevoli e disumani, dipinti come mostri, un incitamento presente nelle fiction e nelle prediche delle moschee ritrasmesse via cavo e via satellite… E questo non impressiona nessuno qui in Occidente, malgrado la popolazione araba in Europa continui a fruire di questi programmi e immagini. Vi sembra possibile? Una cecità involontaria, che si focalizza sul finto pericolo del Mein Kampf per non vedere il pericolo reale.

Qual è la sua analisi dell’antisemitismo in Francia?

Oggi il clima che si respira è di tristezza profonda, un senso di morosità, di tradimento e malinconia… Penso che stiamo assistendo all’inizio della fine dell’ebraismo francese, quale che sia la buona volontà dei suoi leader. Sia chiaro: la Francia di per sé NON è oggi un Paese antisemita o razzista. Il nuovo antisemitismo poggia sulla potenza demografica arabo-musulmana di Francia, un quarto dei musulmani europei, la più grande comunità d’Europa. Perciò, gli ebrei francesi partono verso gli States, il Canada, l’Australia e Israele, 15-20 mila partenze in due anni, tra il 2015 e il 2016 una cifra enorme, anche se oggi hanno subito una battuta d’arresto.

C’è una dimensione antisemita nel terrorismo in Francia che all’inizio non era stata rilevata (vedi il caso Ilan Halimi) ma che è saltata agli occhi in modo prepotente con gli attentati del 13 novembre 2015 all’Hyper casher e al Bataclan. Spiace dirlo, ma il vero scandalo in Francia è l’antisemitismo arabo. In gran parte delle famiglie arabe si sparge odio per gli ebrei fin nella culla. E questo nessuno lo vuole sentire né sapere. Sul piano storico poi, oggi in Francia quasi nessuno è disposto ad ascoltare la storia passata degli ebrei nel mondo arabo. Si sceglie di chiudere gli occhi, in una perversa negazione della realtà. Nessuno è disposto a saperne di questa storia dell’esodo di un milione di ebrei dai Paesi arabi nel XX secolo, pur di non far saltare la mosca al naso alla comunità musulmana. Si ha paura di ferirli, di imbarazzarli, si ha paura delle intimidazioni. C’è ancora un altro aspetto: da sempre, la Sinistra fa fatica a percepire l’arabo se non nei panni del colonizzato, sotto l’aspetto della vittima. Non si riesce a immaginare che l’oppresso possa essere anche un oppressore, un violento, un razzista. E invece noi sappiamo che la vita, nel mondo arabo, per gli ebrei non fu affatto rose e fiori, specie nel XIX e XX secolo, quando le comunità ebraiche vissero momenti molto difficili, in Libia, in Siria, in Iraq. Per gli ebrei di Libia l’arrivo degli italiani nel 1912 fu considerato una benedizione. Una storia questa che la sinistra francese non vuol sentire, perché cozza con credenze consolidate, con schemi di pensiero difficile da decostruire.

Lei crede che oggi gli ebrei d’Europa siano di nuovo in pericolo?

Penso che in tutta Europa serpeggino gli stessi miasmi antisemiti di un tempo. Ma con elementi di novità fortissimi, legati all’incontro di tre fattori che convergono: il senso di colpa europeo per la Shoah che oggi si trasforma in aggressività verso Israele; la sinistra che, orfana di una grande causa per la redenzione universale, oggi ha scelto la causa della Palestina e un Israele nazificato. Terzo, l’islam in piena esplosione demografica che approda in Europa col suo bagaglio antisemita. Francia e Belgio sono nella situazione più grave ma il fenomeno dei rifugiati siriani può rimettere in causa tutta la situazione dell’Europa centrale. Tuttavia, dire che la storia sia già scritta è una aberrazione, tutto può ancora accadere, le reazioni sono imprevedibili anche se i segni di uno scontro nella società francese sono già presenti.