10 Gennaio 2018

Inchiesta sul razzismo negli stadi di calcio italiani

Fonte:

La Repubblica

Autore:

Matteo Pinci

II razzismo impunito la vergogna italiana che il calcio condona

I cori contro Matuidi senza colpevoli. Come gli adesivi di Anna Frank. Un fenomeno in crescita in ogni categoria. Nel silenzio di chi guida il movimento

L’eco è arrivata fino a Parigi o Londra, eppure nello stadio di Cagliari quei cori razzisti contro lo juventino Matuidi sembra non averli sentiti nessuno. Né l’arbitro, né i delegati della procura federale, nemmeno le forze dell’ordine. E quindi nessuno paga: i tifosi razzisti saranno in curva anche per la prossima partita. L’ultima deriva del calcio italiano, che dietro il dito di norme tolleranti, di alibi preconfezionati e scorciatoie giuridiche continua a nascondere l’incapacità di punire chi offende un avversario per il colore della pelle. Eppure i responsabili della questione sono tutt’altro che rigettati dal sistema. Per paradosso oggi la Lega di serie A che prova a darsi una struttura di governo dopo mesi di vuoto di potere, potrebbe proporre come proprio candidato alla presidenza della Figc Claudio Lotito (in caso di elezione avrebbe una settimana per risolvere il conflitto d’interesse rinunciando alle cariche con Lazio e Salernitana). E punta sull’ex n. 1 federale Tavecchio: come delegato alla riunione delle componenti domani, poi addirittura come presidente della serie A. Ma Lotito e Tavecchio sono gli uomini che hanno traghettato al naufragio la Federcalcio, da due mesi senza vertice e senza programmi. E chi si candida a prenderne il posto, Sibilia e Gravina, è al timone di due movimenti in cui intimidazioni e discriminazione abbondano: un quarto degli episodi dell’ultimo anno riguarda i dilettanti, il secondo campionato professionistico con più incidenza di casi simili, dietro la predominante serie A, è proprio la Lega pro.

Fenomeno in aumento

Per la Figc il fenomeno del razzismo nel calcio italiano sembra quasi un problema risolto: ma la riduzione del 74% degli episodi sventolata come un trionfo, è in realtà solo una riduzione delle sanzioni: colpa di un sistema che non ha più gli strumenti per colpire i colpevoli. I dati dicono infatti che oggi, l’attività principale di intimidazione nei confronti dei calciatori di tutta Italia è proprio la discriminazione razziale. Negli oltre 100 casi di “violenze” subite e documentate dall’Osservatorio Calciatori sotto tiro dell’assocalciatori, che in questi giorni sta elaborando i dati del report annuale, oltre il 30% – una quarantina di casi – riguarda episodi di razzismo. Spesso anche lontano dallo stadio. «A calciatori come Koulibaly o Rüdiger – racconta Pierpaolo Romani, che ha curato insieme a Fabio Poli il report dell’Aic – è capitato spesso e tutti dichiarano che nella loro carriera quello che è avvenuto loro in Italia resta un caso unico».

Norme tolleranti

Colpa di un iter normativo che nel corso degli anni ha finito per tutelare i razzisti. Nell’estate 2013 al grido di “tolleranza zero” l’Italia decideva che pure urlare “Vesuvio lavali col fuoco” meritava di finire nell’articolo 11 che regola le discriminazioni. Tre mesi di curve chiuse e arrivò la restaurazione: condizionale che consentiva una sospensione al primo episodio e soprattutto il criterio della “percettibilità”. Se un coro non è avvertito da arbitro e delegati della procura, è come se non ci fosse stato. Così si sono salvate le curve di mezza Italia, ultima quella del Cagliari. Dall’anno dopo, la discriminazione territoriale diventava semplice offesa. Pure peri famosi adesivi di Anna Frank attaccati dai laziali nella curva romanista non ha ancora pagato nessuno: si deciderà tra 5 giorni, a tre mesi dal fatto.

Razzismo giovanile

La tolleranza ha però fatto sì che il fenomeno proliferasse in modo esponenziale nei campi giovanili. Contagiando anche i genitori che assistono alle gare. E sempre più spesso le giovani vittime, arrivano a chiedere di uscire dal campo e di non tornarci più. Insomma, può bastare un “buu” (su vari campi, per diverse settimane) a convincere un giovane a abbandonare la pratica sportiva.

Modello tedesco

All’estero il trend è opposto. In Germania il Borussia nel 2014 ha cacciato per 6 anni dallo stadio un tifoso che durante un minuto di silenzio urlò il saluto nazista “Sieg heil”. In Germania è prassi: prima ancora che le istituzioni sportive sono le società a non volere tifosi razzisti nei propri stadi e il sistema consente loro – con successo, tra l’altro – di prendere provvedimenti. Da agosto possono farlo anche i club italiani, ma il modello è rimasto inapplicato. E succede pure che le telecamere, leste nel catturare i volti di tifosi che devastano lo stadio, si oscurino improvvisamente quando c’è da identificare i razzisti.