17 Settembre 2015

Il vicepresidente leghista del Senato è accusato di diffamazione aggravata da istigazione all’odio razziale

senato_italiano

Fonte:

Corriere della Sera

Autore:

Alessandro Trocino

Caso Kyenge, Calderoli «graziato» con l’aiuto dem

Via libera in Aula all’autorizzazione per la diffamazione, ma viene esclusa l’aggravante dell’odio razziale

ROMA «Quello dell’Aula di ieri è un messaggio triste, devastante, irresponsabile. Getta un’ombra pesante sulla lotta al razzismo, proprio mentre in Europa cresce la xenofobia». L’ex ministro Cécile Kyenge accoglie così la decisione del Senato, che ieri era chiamato a decidere se autorizzare a procedere i magistrati contro Roberto Calderoli. Il vicepresidente leghista del Senato è accusato di diffamazione aggravata da istigazione all’odio razziale, per aver paragonato la Kyenge a un orango. Parole incomprensibili, quelle dell’attuale europarlamentare pd, se si legge la notizia secca, ovvero il via libera all’autorizzazione. Ma il voto va letto con più attenzione. Perché il senatore di Forza Italia Lucio Malan ha chiesto (e ottenuto dal presidente Pietro Grasso) il voto in parti separate del reato di diffamazione e dell’aggravante di «incitazione all’odio razziale». Per entrambi la Giunta aveva chiesto la insindacabilità da parte dei magistrati. L’Aula (196 no, Pd compreso) ha deciso di votare l’insindacabilità solo per l’aggravante, dando il via libera alla diffamazione (126 sì e u6 no). Spiega Dario Stefàno, presidente della Giunta per le autorizzazioni: «Così il Pd ha salvato Calderoli. Perché il processo si regge sull’aggravante, visto che non c’è stata una querela di parte della Kyenge, ma da altre associazioni. Venuta meno quella, cade tutto». In ambienti del Pd si spiega che, ma non c’è la controprova, «se Grasso non avesse ammesso il voto per parti separate, il Pd avrebbe votato sì». Fatto sta che la decisione ha scatenato molte dietrologie. Il Movimento 5 Stelle ha sostenuto che il Pd avrebbe in qualche modo «graziato» Calderoli, sperando in una remissione della valanga di emendamenti sulle riforme. Nello stesso modo era stata letta la richiesta del capogruppo Luigi Zanda di rinviare la decisione, per tenere in sospeso il giudizio su Calderoli in attesa delle voto sulle riforme. E se Zanda spiega che su questi temi c’è «la libertà di coscienza», Miguel Gotor dice di aver votato «come ha deciso il Pd, per disciplina di partito». Che la scelta abbia creato più di un imbarazzo nel partito, si desume anche dalla dichiarazione dura del capo delegazione pd a Bruxelles Patrizia Toia, che definisce la decisione «miope, inaccettabile e fuori dall’Europa». Europa alla quale la Kyenge ha deciso di rivolgersi per avere giustizia, con un ricorso alla Corte europea. Solidarietà all’ex ministro arriva anche dal deputato pd di origine marocchina Khalid Chaouki. Mentre da Bergamo rimbalza il disappunto dei magistrati dell’inchiesta, che considerano senza precedenti la decisione di votare per parti separati reato ed aggravante e sottolineano come la decisione del Senato sia stata presa con ampio ritardo, visto che il termine previsto era giugno.