23 Febbraio 2017

Il processo contro lo storico Georges Bensoussan si è aperto a Parigi

GBensoussan

Fonte:

Moked.it

Autore:

Rossella tercatin

Parigi, Georges Bensoussan in tribunale. Con lui sotto accusa il vero anti-razzismo

Qualcuno non esita a chiamarlo l’Affaire Bensoussan. E se a confermare o meno la portata del paragone con il caso Dreyfus dovrà essere la storia, non c’è dubbio che il processo contro lo storico Georges Bensoussan, che si è aperto a Parigi nelle scorse settimane stia facendo discutere la Francia. A carico dello studioso, uno dei massimi esperti di storia della Shoah, un’imputazione per incitamento all’odio razziale per aver denunciato come nel paese “nelle famiglie arabe, tutti sanno, ma nessuno ammette come l’antisemitismo sia trasmesso con il latte della madre”. Queste parole vengono pronunciate nel corso di un dibattito radiofonico nel dicembre 2015. Nonostante Bensoussan abbia ripetutamente tentato di spiegare che la sua fosse semplicemente una metafora per riferirsi a un pregiudizio culturalmente diffuso, le grandi associazioni antirazzismo d’Oltralpe, Ligue des droits de l’homme, Licra, MRAP, SOS-Racisme ainsi que le Collectif contre l’islamophobie en France (CCIF) lo denunciano. E ora che il caso è davanti ai giudici, accademici, intellettuali ne discutono, interrogandosi su quale sia il suo significato non solo per la reputazione dello storico, ma per il futuro della Francia. Perché la sentenza determinerà il confine della libertà di espressione, e il caso rappresenta anche la contrapposizione, forse mai così netta, fra attivisti che combattono l’intolleranza in ambiti diversi (o almeno dichiarano di farlo). Tra coloro che si sono schierati apertamente con Bensoussan, molti esponenti della comunità ebraica francese, che denunciano il crescente antisemitismo e gli atti di violenza, in massima parte compiuti proprio da giovani di famiglie arabe, ma anche Alain Finkielkraut, uno dei massimi pensatori contemporanei, che conduceva la trasmissione radiofonica nel corso della quale è stata pronunciata la frase incriminata e ha lasciato il suo posto di membro onorario del consiglio del Licra in segno di protesta.

“Questo processo significa impedire qualunque tipo di ricerca o espressione pubblica nei confronti dell’Islam se non per lodarlo” ha dichiarato Finkielkraut in un’intervista radiofonica, denunciando un clima che in Francia si manifesta spesso: a farne le spese, oltre agli stessi Bensoussan e Finkielkraut, anche, per esempio, il saggista Bernard-Henry Levi, accusato di ‘difendere Israele’ e lo scrittore Michel Houellebeq, che ha ricevuto minacce di morte per il suo libro in cui racconta una Parigi del futuro governata dall’Islam politico.

Davanti ai giudici, Bensoussan ha sottolineato come in realtà lui abbia parafrasato quanto viene messo in luce da molti intellettuali musulmani, che però hanno negato decisamente. Tra loro il giornalista Mohamed Sifaoui, che ha dichiarato di essere rimasto scioccato da quanto sostenuto da Bensoussan, in quanto arabo e non anti-semita. Sifaoui ha sostenuto che quanto da lui scritto in un precedente articolo, secondo cui gli arabi “succhiano da capezzoli intrisi di antisemitismo” sia “completamente diverso”.

Lo stesso giudice ha poi fatto notare come tutti gli studi dimostrino che l’antisemitismo sia più diffuso tra i francesi di religione islamica e di estrema destra che nel resto della popolazione.

In una République sempre più in crisi d’identità, c’è chi teme che siano anche episodi come le accuse a Bensoussan a rendere facile il gioco di Marine Le Pen, che con l’estrema destra del Front National continua a guadagnare consenso. Anche se l’esperienza insegna che le campagne elettorali con la loro retorica non sono forse il momento più propizio, trovare delle risposte a questa crisi si fa sempre più pressante. Nel frattempo, la sentenza è prevista per il 7 marzo.