26 Luglio 2016

“Il Mercante di Venezia”, Marsilio 2016, a cura di Dario Calimani

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Fonte:

Moked.it

Autore:

Ada Treves - Dario Calimani

Venezia, gli ebrei, l’Europa

Il Mercante di Venezia, storia e finzione

Due chiavi permettono di apprezzare appieno la nuova traduzione de Il mercante di Venezia ad opera di Dario Calimani, da poco uscita per i tipi di Marsilio.

Il noto anglista veneziano chiude la sua introduzione al volume con un’affermazione pesante: dopo aver scritto che il Mercante “non è un’allegoria che oppone Antico e Nuovo Testamento. La lettura medievaleggiante è una resa di fronte alla lettera del testo e alla sua modernità” aggiunge che “ebraismo e cristianesimo sono qui due ideali mancati, privi di un modello di valori positivi: come nell’Ebreo di Malta di Marlowe, la verità non è appannaggio di nessuno. Il dramma asseconda le attese del suo pubblico e gli offre un villain che corrobori il pregiudizio storico, ma sovverte man mano i propri significati stimolando una partecipazione dialogica e problematica di spettatore e lettore che apre non a verità ultime ma a ulteriori interrogativi. La conclusione accetta la realtà com’è, irriconciliata e sospetta”.

Ogni lettore o spettatore ha il compito di cercare un proprio percorso interpretativo, non è ammissibile porsi in maniera passiva di fronte a un’opera che impone molte domande, e non offre risposte. Per Calimani, “nessuna messinscena e nessuna critica esauriscono un testo in cui ogni significato è sistematicamente contraddetto”.

In apertura – questa la seconda chiave – una citazione che si spiega da sola: “Belle massime, e ben enunciate anche”. “Sarebbero più belle se venissero seguite.” viene proprio da Il mercante di Venezia, i.2.10-11.

In conclusione del testo, inoltre, viene fatto notare come alla fine dell’opera rimanga una sensazione amara di incompletezza, dovuta – scrive Calimani – all’incapacità di tutti i personaggi di armonizzare la necessità con il riconoscimento e con la riconoscenza, l’amore con il disinteresse, il dovere con il diritto, la giustizia con l’umanità, la misericordia con la giustizia, la società con il diverso, l’uomo con l’uomo.

Riproponiamo qui la prima parte dell’introduzione. (A.T.)

Complicata dalla storia dell’antisemitismo, la rappresentazione e la lettura del Mercante di Venezia sono, oggi più che mai, una sfida alla capacità di comprensione e all’onestà degli interpreti. Nella figura dell’usuraio ebreo, che chiede al mercante cristiano una libbra di carne a garanzia di un prestito, Il mercante di Venezia compendia secoli di pregiudizio antiebraico: l’ebreo, discendente di deicidi, estraneo per eccellenza e disumano profittatore, è l’essere per il quale qualsiasi vessazione non è che giusta punizione; un’immagine dell’ebreo che, per oltre quattrocento anni, il Mercante ha contribuito non poco a trasmettere. Non sorprende che l’epoca moderna, con censure mirate, pietose riletture o ignominiose strumentalizzazioni, abbia fatto pagare al dramma la spinosità del soggetto e di una figura che ha sempre costituito per la storia un problema in sé; da un lato, l’imbarazzo dell’Ottocento dava rilievo alla tragedia dell’ebreo omettendo il quinto atto, dall’altro, la propaganda nazista proponeva rappresentazioni repellenti.

Sospeso fra storia e finzione, il Mercante riflette e rappresenta la crisi culturale dell’Inghilterra elisabettiana nel suo rapporto con lo straniero. Shylock è in effetti il frutto, forse avvelenato, di una cultura che con ebrei dichiarati non ha più contatti dal 1290, anno della loro cacciata dal paese. Al tempo di Shakespeare, il centinaio di ebrei che vivono a Londra sono conversos, ebrei fattisi cattolici dopo l’espulsione dalla penisola iberica (nel 1492 dalla Spagna, nel 1497 dal Portogallo in seguito a una conversione di massa forzata), riconvertiti al protestantesimo anglicano, e praticanti il criptogiudaismo dei marrani.

A tener vivo il pregiudizio antiebraico, se non la presenza di una comunità palese, ci pensa una lunga tradizione letteraria – drammi allegorici medievali, ballate, Il racconto della priora (ca. 1387) di Geoffrey Chaucer, L’ebreo (1579), un dramma anonimo perduto, le Cronache (1587) di Raphael Holinshed, L’Ebreo di Malta (1589?) di Christopher Marlowe, Il viaggiatore sfortunato (1594) di Thomas Nashe, oltre all’onnipresente leggenda dell’ebreo errante. Fa eccezione The Three Ladies of London (1583), un dramma di Robert Wilson sullo scontro fra un generoso prestatore ebreo e un avido mercante italiano e cristiano. Le rare figure di ebrei positivi sono in genere le remote figure dei patriarchi biblici lette come prefigurazione del Nuovo Testamento. Ma anche la cronaca fa la sua parte, con il caso del medico Roderigo Lopez, ebreo convertito di origine portoghese, accusato di aver tentato di avvelenare la regina Elisabetta.

Lo sfondo del Mercante è la Venezia mitizzata dei commerci (in effetti, già messa in crisi dalle nuove rotte atlantiche) e della giustizia imparziale, accogliente e tollerante con gli stranieri. Nulla nel testo, tuttavia, rispecchia la realtà storica di Venezia: gli ebrei potevano esercitare solo attività “inferiori”; era impedito loro il possesso di beni immobili; l’usura era un’attività imposta e il tasso d’interesse era regolamentato dalla Repubblica, che a scadenza regolare privava gli ebrei di ogni provento con l’imposizione di tasse esose, com’era accaduto del resto in Inghilterra: un’estorsione legalizzata ben rappresentata nell’Ebreo di Malta di Marlowe. In assenza di particolari quali canali, ponti, Piazza S. Marco, l’Arsenale, le famose cortigiane, i banchi di pegno e il primo Ghetto della storia (1516), il realismo d’ambiente del dramma è un mito basato su congetture non verificabili. A parte una «sinagoga», Rialto («Ryalta»), una gondola («gondylo »), una mascherata in tempo (forse) di Carnevale, ogni collegamento con la Serenissima è dovuto all’ansia di riconoscimento della critica biografica. Il dramma, infatti, ha al centro l’estraneo nel suo rapporto con la società veneziana, e riverbera l’inquietudine di un mondo disorientato dalle scoperte geografiche, dalla nuova economia mercantile, dalla rivoluzione copernicana, dalla Riforma anglicana, dal relativismo culturale di Montaigne, dallo sperimentalismo induttivo di Bacone. È un clima culturale inglese, più che veneziano, di un’Inghilterra che, mentre guarda a Venezia come a un modello da imitare, è agitata dai dibattiti sull’usura, sui pro e i contro del nascente capitalismo, sullo straniero, sull’opposizione città- campagna, sullo scontro generazionale, sul matrimonio, sull’applicazione della legge.

Un mondo in crisi di identità, per il quale gli ebrei, «nazione» senza terra e dall’identità sfuggente, sono motivo d’ansia quanto cattolici e puritani, e più dei mori, distinguibili quanto meno dai tratti somatici. Questo turbamento delle coscienze traspare in un testo che smentisce man mano i propri significati, costruendo una trama di verità parziali e discordanti che destabilizza ogni facile interpretazione e rende il dramma non meno dialettico e problematico di Troilo e Cressida, Misura per misura, Tutto è bene quel che finisce bene, e di un tardo romance quale Il racconto d’inverno. (D.C.)