12 Maggio 2016

“Gli ebrei di Lutero”, nuovo libro di Thomas Kaufmann sull’antisemitismo di Lutero

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Fonte:

Avvenire

Autore:

Thomas Kaufmann

L’ombra antisemita di Lutero

La posizione di Lutero verso gli ebrei nella sua epoca non è certo anacronistica, anche se, per noi oggi, renda il Riformatore incomprensibile, anzi insopportabile. Tutto l’ambiente di Wittenberg condivideva ampiamente il suo atteggiamento verso gli ebrei. Quanto al disprezzo per gli ebrei, Lutero era in buona compagnia. L’umanista Erasmo da Rotterdam lodava quei Paesi che avessero espulso gli ebrei e il teologo cattolico Eck riteneva fondate le accuse di omicidi rituali attribuite agli ebrei e legittimava l’esecuzione di ebrei per questi e altri motivi ancora. Tuttavia, alcuni tra i teologi luterani, per esempio Urbanus Rhegius, Johannes Brenze e Andreas Osiander, si erano distanziati dalle posizioni dell’ultimo Lutero, mantenendo, invece, le idee e le proposte da lui espresse nella prima fase della Riforma. Tutto sommato, non si può dire che la tradizione luterana del secolo XVI fosse più antisemita o più filosemita di quanto lo fossero la tradizione riformata o quella cattolica. Tuttavia, nelle «ali radicali» del movimento riformatore, tra gli anabattisti e gli spiritualisti, le cose andavano diversamente. E rispetto a quello dei suoi contemporanei, la particolarità dell’atteggiamento di Lutero verso gli ebrei consisteva nella esagerata asprezza della sua polemica e nel suo cambiamento drammatico di posizione circa la politica verso gli ebrei. Per quel che riguarda la questione ebraica, Lutero fu il pubblicista più influente del secolo XVI nei territori di lingua tedesca. A ogni modo, il suo libro del 1523 sulla questione ebraica fu molto più richiesto e diffuso di tutti gli altri scritti sullo stesso tema del 1543 presi insieme; questi ultimi non risultarono particolarmente graditi al pubblico, sia perché pletorici sia per l’impostazione polemica. Il successo delle misure prese dagli ebrei suoi contemporanei contro la loro diffusione parla da solo. La violenza verbale nei confronti degli ebrei usata da Lutero nelle sue ultime opere non è, comunque, priva di analogie. Anche nelle sue polemiche contro la chiesa papale o singoli personaggi cattolici o nei suoi scritti contro i turchi e contro i «fanatici», «esaltati» (gli Schwärmer), Lutero ha usato mezzi retorici analoghi per demonizzare i suoi avversari. Nel primo secolo e mezzo dalla morte di Lutero, l’orientamento predominante tra i teologi luterani fu quello dell’espulsione degli odiati ebrei, come propugnato dal Riformatore, ma non quello della loro eliminazione, che è cosa ben diversa. Nell’epoca del pietismo e dell’illuminismo si creò un’immagine del Riformatore quale alfiere di idee moderne di libertà e tolleranza. Sia nella primavera della Riforma, sia anche nei secoli XVII e XVIII, grazie all’autorevole e determinante influenza di Lutero, nelle città e nei territori evangelici gli ebrei furono tollerati. Il motivo pratico determinante di quanti si rifacevano alla posizione di Lutero del 1523 continuò, anche nel pietismo, a essere quello di voler rendere possibile la conversione degli ebrei. Non si può negare, però, che le società di confessione protestante continuassero a essere sospettose nei riguardi dei convertiti, dimostrando di conservare il medesimo sentimento nutrito anche da Lutero. Nel complesso l’epoca non conosceva la tolleranza verso gli ebrei, nel senso di una considerazione della posizione altrui quale posizione rispettabile: ciò avrebbe richiesto una inimmaginabile relativizzazione della propria pretesa di possedere il monopolio della verità religiosa. Tra il 1523 e il 1543 le opzioni della politica ebraica di Lutero cambiarono radicalmente, senza che ciò fosse dovuto a un cambiamento delle sue convinzioni teologiche sulla questione ebraica. Per il Riformatore il giudaismo in sé non fu mai, in nessuna fase della sua vita, una religione tollerabile; per lui, dal punto di vista della storia della salvezza, esso era definitivamente superato; era, per così dire, un cadavere vagante. Questo giudizio ha trovato una sua espressione concreta nella figura letteraria di Ahasverus, l’eterno ebreo, destinato a errare senza meta attraverso i secoli: un personaggio creato attorno al 1600 in un ambiente luterano confessante. Analogamente all’islamismo e al cattolicesimo romano, la religione ebraica era per Lutero la personificazione dell’essere umano che voleva giustificarsi da se stesso davanti a Dio. La demonizzazione di questo avversario era per il Riformatore di Wittenberg l’espressione che escludeva fondamentalmente una convivenza con gli ebrei, mentre l’unica opzione possibile era, invece, la loro segregazione. Anche in Lutero si possono cogliere espressioni protorazziste riguardanti gli ebrei, come i suoi riferimenti alla «natura» degli ebrei, alla loro «essenza»; tali allusioni sono sostanzialmente riportabili all’accettazione acritica di un antisemitismo volgare orientato soprattutto sullo stereotipo dell’usuraio. A questo proposito, non è adeguato designare l’ostilità di Lutero verso gli ebrei come motivata, in primo luogo o esclusivamente, da ragioni religiose. Nella situazione dell’età premoderna la religione non rappresentava un fatto separabile e segmentabile; essa era una realtà onnipresente che permeava sotto molteplici aspetti il mondo della vita, dei valori e delle idee degli uomini. Gli elementi religiosi e quelli non religiosi dell’odio per gli ebrei non sono separabili tra di loro. È, però, ovvio che Lutero legittimasse il suo rifiuto degli ebrei soprattutto con argomenti biblici […]. Da queste osservazioni risulta che l’ostilità di Lutero verso gli ebrei non è stata soltanto l’ombra, il lato oscuro della sua natura, della sua persona, della sua teologia, nascondendo o ignorando il quale non cambierebbe sostanzialmente il quadro totale. L’ombra non può essere separata dal corpo che la getta. L’antisemitismo di Lutero è una componente integrale della sua persona e della sua teologia; lo si può trattare adeguatamente soltanto con una coerente storicizzazione. Proprio per questo, però, tanti che si sentono vicini a Lutero hanno particolari problemi. Non c’è, però, alcuna alternativa alla storicizzazione del Riformatore di Wittenberg; essa resta l’unica forma adeguata di critica […]. Il compito della ricostruzione storica è quello di rendere comprensibile Lutero quale personaggio del XVI secolo attraverso la storia della sua recezione mediante una contestualizzazione coerente. Storicizzarlo non significa affatto giustificarlo o renderlo irrilevante o sminuirlo. Nel caso di Lutero questa operazione sarebbe inutile; già ai suoi giorni egli era un personaggio estremamente influente, una figura imponente. Fino alla sua morte, i suoi libri ebbero una diffusione maggiore di quella di chiunque altro. Nessun altro teologo godette di un’autorità pari alla sua. Nessuno poteva come lui annientare con le parole: lo sperimentarono i suoi avversari interni alla Riforma, come Carlostadio o Müntzer, non meno degli ebrei. Senza Lutero non si può capire la storia tedesca del secolo XVI e dei secoli successivi. Storicizzare Lutero significa collocarlo nel suo mondo, tanto diverso dal nostro; non fa alcuna differenza se classifichiamo l’epoca in cui visse «ancora» Medioevo o «già» prima Età moderna. Storicizzare Lutero significa percepirlo nei rapporti con i suoi contemporanei, il suo ambiente, il mondo in cui viveva e registrarne l’influsso sulla sua opera. Storicizzare significa relativizzare, rispetto al tempo di Lutero, quelle linee di demarcazione tra «realtà» e «finzione» che per noi sono ovvie, poiché per noi gli «ebrei di Lutero» sono fantasmagorie crude e confuse; per lui, però, non erano meno «reali» del diavolo. Perché una storicizzazione sia possibile è necessario opporsi a utilizzazioni spropositate e inadeguate di persone e circostanze storiche. Storicizzare Lutero significa, però, anche considerarlo entro i limiti che egli stesso vedeva. Nonostante tutte le rappresentazioni di lui come profeta, che certo non lo lasciavano indifferente, bensì, anche in seguito alla glorificazione attribuitagli, avevano un effetto sulla sua comprensione di sé; nonostante la sua sicumera talvolta sorprendente, ma non di rado sconvolgente, esigente e provocante che il Lutero interprete della Scrittura, l’intollerante esegeta di interpretazioni diverse dalla sua, dimostrava, ecco, nonostante tutto, questo stesso Lutero era accompagnato dalla consapevolezza della sua fallibilità. Per nessun altro teologo o erudito del suo tempo si hanno tante testimonianze di una relativizzazione di se stesso e di una presa di distanza da se stesso come per Lutero.