5 Novembre 2015

Gli autori del saggio “Gaza e l’industria israeliana della violenza” scrivono a Furio Colombo

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Fonte:

Il Fatto Quotidiano

DIRITTO DI REPLICA

Furio Colombo ha stigmatizzato il nostro saggio usando, come d’abitudine, l’accusa di antisemitismo, con argomentazioni prive di alcun riscontro nel libro. Una ripetizione delle litanie contro chiunque critichi i governi israeliani. Abbiamo dedicato un capitolo alla violenza della menzogna israeliana, che recenti e avventate esternazioni storiche di Benjamin Netanyahu hanno clamorosamente confermato. Colombo non solo ci bolla col marchio dell’antisemitismo, “un libro uscito dalla fonte inesauribile dell’odio… contro gli ebrei”, ma, peggio, sostiene che “il testo è scritto con un evidente richiamo al documento I protocolli dei Savi di Sion, un falso antisemita della polizia zarista di inizio ‘900, ma pur ammettendo che non alteriamo i fatti (fatti che sono pietre, come la pulizia etnica della Palestina, Piombo Fuso o Margine Protettivo), egli ci accusa di “assemblarli come un film nel quale Hamas, una delle più importanti filiali di terrorismo del mondo, viene vista come associazione di solidarietà e mutuo soccorso” [sic!], tesi che contrasta con il giudizio su Hamas di Avi Shlaim da noi citato a pag. 140. Si parva licet, a che cosa si sarà richiamato Ilan Pappé nello scrivere La Pulizia Etnica della Palestina? o nel parlare di “genocidio incrementale a Gaza”? o Avi Shlaim per Il Muro di Ferro? Questi autori sono tutti ebrei che odiano se stessi? Come non riconoscere che la guerra permanente contro Gaza serve a presentare nuove armi sul mercato globale, testate in corpore vili, quando essa è oggetto di vanto tra i mercanti di guerra israeliani? Barbara Opall-Rome, responsabile per Israele della rivista Us News Defense, ha dichiarato che per l’industria militare israeliana l’operazione Margine Protettivo ha rappresentato una occasione per fare grandi profitti: “Il combattimento rappresenta il più alto marchio di qualità per quanto riguarda i mercati internazionali. Ciò che è stato testato in battaglia è molto più facile da vendere”. Avner Benzaken, capo della divisione tecnologica e logistica dell’esercito israeliano, ha spiegato, alla rivista tedesca Der Spiegel, i vantaggi del laboratorio Palestina: “Se sviluppo un prodotto e voglio testarlo sul campo, devo andare solo a cinque o dieci chilometri dalla mia base, e posso osservare e vedere ciò che avviene con l’attrezzatura”.

GLI AUTORI: A. D. ARCOSTANZO, E. BARTOLOMEI, D. CARMINATI E A. TRADARDI

Gli autori (due di essi) non gradiscono le opinioni espresse su ciò che hanno scritto, come l’opinionista non gradisce il loro libro. Ma, quegli stessi autori non sono in grado di sostenere che vi siano riferimenti falsi o anche solo distorti. La mia obiezione al testo comincia dal titolo dell’opera, “L’industria israeliana dello violenza”. Il titolo avverte subito dell’impegno del volume: dimostrare che tutto il male viene esclusivamente do Israele e, anzi, è un grande esperimento per testare nuove atrocità e nuove armi. E poiché Israele è lo Stato degli ebrei, il sillogismo è inevitabile: tutto il male del mondo viene dagli ebrei. La mia citazione dei “Protocolli dei Savi di Sion” è proprio. Quel documento si basa sull’espediente di collegare ogni evento che affligge o affliggerò i popoli, con uno segreto operazione ebreo di dominio sul mondo. I Protocolli sono opporsi popolari e credibili perché sciagure, guerre, rivoluzioni, stragi avvenivano davvero, ed era un sollievo sapere che c’era una causa e un colpevole. L’operazione del libro “L’industria israeliano dello violenza” è la stesso. Oggi il Medio Oriente è sconvolto do un mare di orrore, dagli sgozzamenti dalle crocifissioni, dalle autobombe (cento morti occasionali alla volta) ai bambini assassini. Perché non trovare un punto d’origine di tutto nello Stato degli ebrei? Gli autori credono di poterlo fare citando anche voci israeliane. Non si rendono conto che un Paese che conosce il dissenso e forti opposizioni politiche ai governi (che nei Paesi democratici cambiano) non può essere la fonte del male assoluto che essi descrivono. E vogliono che ci dimentichiamo che un mondo ricchissimo di potentati arabi assedio da decenni Israele in cerca di una guerra finale in cui i palestinesi saranno il materiale umano da socrificare per cancellare definitivamente Israele. Gli autori possono non gradire questo giudizio. Mo non possono affermare che non sia ciò che hanno scritto. (F.C.)

 

Il Fatto Quotidiano

27 luglio 2015

La soluzione? Dare la colpa a Israele

Furio Colombo

I crimini contro l’umanità si moltiplicano. Ci ricordiamo del milione di morti (un terzo bambini, uccisi col macete in Rwanda) e arriviamo all’uomo bruciato vivo in gabbia dai soldati-bambini del Califfato. Ma è poca cosa a confronto con l’istinto criminale di Israele. Un libro è appena uscito dalla fonte inesauribile dell’odio dedicato da molti contro Israele e gli ebrei. Ascoltate: “Gaza non è solo un campo di concentramento, ma un laboratorio di sperimentazione delle nuove armi e una vetrina dell’industria per la repressione dei mondi offesi”. II libro è: “L’industria israeliana della violenza” di Enrico Bartolomei, Diana Carminati, Alfredo Tradardi, (Derive/Approdi). II luogo è Gaza, dove ha sede Hamas, organizzazione militare che costituisce, non solo per Israele, una minaccia continua, bene armata e finanziata. II testo è scritto con un evidente richiamo al documento “1 protocolli dei Savi di Sion”. Quel documento è un falso. Questo libro conta sulla martellante ripetizione di un’unica interpretazione di qualunque cosa accada nel Medio Oriente: Israele è portatore di una perfidia assassina che non ha alcuna ambientazione di tempo o luogo, non dipende da fatti politici e neppure da eventi o da governi. Non esita a sostenere che ogni altro fatto di violenza, nella cupa realtà contemporanea, è un prodotto in più di scuola, di matrice e di interessi israeliani. Tipico di questo libro non è alterare i fatti ma assemblarli come un film nel quale Hamas, una delle più importanti filiali di terrorismo del mondo, viene vista come associazione di solidarietà e mutuo soccorso. E tutti gli episodi di guerra e violenza di Israele vengono mostrati come una prova continua di vocazione al massacro. In questo modo è vinta la gara con Isis Television, che non chiede scuse o ragioni per la propria crudeltà, intende solo educare all’obbedienza. Qui il progetto è efficace ma rovesciato: non importa tutto il male del mondo, importa Israele. Se metti a tacere Israele tutti saranno liberi dalla violenza.