10 Luglio 2017

Due commenti alle risoluzioni antisioniste votate dall’Unesco

Unesco_foto

Fonte:

Corriere della Sera, Il Foglio

Autore:

Pierluigi Battista, Claudio Cerasa

Violenza culturale contro gli ebrei

Davvero non si capisce la stupidità negazionista, l’accanimento demenziale, l’ostinazione cieca e avvilente con cui l’Unesco, un organismo che in teoria dovrebbe difendere la cultura e l’arte in tutto il pianeta, ma in realtà è diventata il ricettacolo di ogni menzogna e di ogni servilismo verso i despoti del mondo, nel corso degli ultimi anni si è incaponita nelle sue risoluzioni che negano e mortificano la storia degli ebrei. E davvero non si capisce perché mai le democrazie libere e anche l’Italia dovrebbero dare ancora retta a un organismo che nei giorni scorsi a Cracovia, a Cracovia, provocazione nella stupidità, a pochi chilometri da Auschwitz-Birkenau, si è permesso di cancellare con una risoluzione appoggiata dal vasto fronte antisemita la storia intrecciata all’ebraismo di Hebron, luogo dove sorgono le tombe di Abramo e di Sara, di Isacco e di Giacobbe. Ora è il turno del negazionismo sui Hebron, prima c’era stato quello sul Muro del Pianto e la cancellazione addirittura di ogni impronta ebraica su Gerusalemme. L’antisionismo è solo una scusa. L’opera di sradicamento di una storia e di una cultura è impressionante. Dicono: ma quello è un luogo geopoliticamente dei palestinesi. E allora? Adesso, dopo la pulizia etnica bisogna teorizzare la pulizia archeologica, la purezza etno-razziale di un luogo anche nella sua storia, nei suoi monumenti, nella sua dimensione artistica, architettonica, religiosa? E davvero stupefacente che non ci si renda conto della violenza culturale che questa sequenza di vergognose idiozie di cui l’Unesco si sta macchiando sta perpetrando. L’imperativo antisemita per cui gli ebrei non devono esistere, non deve esistere il loro Stato di Israele si arricchisce di un annichilimento retroattivo: gli ebrei non sono mai esistiti, le loro tombe, Gerusalemme, i luoghi dell’identità ebraica devono essere «Judenfrei» persino nella memoria e nella storia. E chi lo dice? Lo dice un pugno di tirannie dove la libertà della ricerca culturale è negata al pari di ogni altra libertà, così diverse dall’unico luogo dove, detto tra parentesi, è garantita la libertà culturale e politica: cioè lo Stato di Israele. Un violenza culturale che noi facciamo finta di dimenticare, altro che «mai più», dando credito e risorse all’Unesco, una delle sigle più screditate del nostro tempo.

Corriere della Sera, di Pierluigi Battista

Contro l’Unesco che vuole spazzare via la storia di Israele

Cracovia è una realtà molto importante per il popolo ebraico. La città venne occupata dall’esercito tedesco il 6 settembre del 1939. Pochi giorni dopo i nazisti la dichiararono capitale del governatorato centrale della nuova provincia occupata della Polonia centro orientale. Pochi mesi dopo, il 3 marzo del 1941, l’esercito diede vita a uno dei più importanti ghetti della Polonia, seicento metri per quattrocento. Recintarono il ghetto con un filo spinato. Concentrarono nel ghetto tutti gli ebrei della città e dei vicini villaggi, più o meno 18 mila persone, e nel giro di poco tempo anche da quel ghetto cominciarono a essere deportate migliaia di persone verso il campo di sterminio di Belzec. Il 28 maggio del 1941 ci fu la prima azione, seimila ebrei vennero “trasferiti” e trecento vennero uccisi sul posto. La seconda azione arrivò un anno dopo, il 27 ottobre del 1942, e in quell’occasione vennero deportati 7.000 ebrei, tra Belzec e Auschwitz, e durante il rastrellamento vennero uccise 600 persone, tra cui i malati dell’ospedale, gli anziani della casa di riposo, i bambini dell’orfanotrofio. Cracovia, lo sanno anche i bambini ma non l’Unesco, è una città simbolo dell’Olocausto.

La Polonia, lo sanno anche i sassi ma non l’Unesco, è uno stato simbolo dello sterminio degli ebrei (durante l’epoca nazista vivevano in questa terra tre milioni di ebrei e in quegli anni il 90 per cento di loro fu sterminato nei campi nazisti). Eppure, proprio in questo stato, proprio in questa città, pochi giorni fa è successo quello che in molti, in troppi, si ostinano a non vedere.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, l’Unesco, ha scelto di riunirsi proprio a Cracovia, in una delle più grandi tombe a cielo aperto di ebrei del mondo, per indicare “nuovi siti naturalistici e tesori culturali da proteggere”. E nel corso di una votazione l’Unesco, la scorsa settimana, ha fatto una scelta importante: ha definito Israele una “potenza occupante” a Gerusalemme e ha poi assegnato all’islam e ai palestinesi la sovranità della tomba dei patriarchi a Hebron, dove sono seppelliti Isacco, Giacobbe e alcune delle loro mogli, negando i legami con la tradizione ebraica di quello che è considerato il secondo luogo più sacro dell’ebraismo. Una shoah culturale celebrata nell’indifferenza generale in una delle capitali dell’Olocausto. Uno sradicamento ulteriore della storia ebraica in una delle città simbolo dell’annientamento degli ebrei. Si potrebbe dire che quello dell’Unesco è stato solo un infortunio, un caso isolato, una gaffe diplomatica, ma i lettori di questo giornale sanno meglio di molti altri che purtroppo non è così. Già un anno fa, quando il Foglio scese in piazza per urlare contro l’Unesco e la complicità mostrata in quell’occasione dal governo italiano, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura decise che il Monte del Tempio e il Muro del Pianto non avevano nulla a che fare con l’ebraismo e lo decise con una risoluzione del comitato esecutivo che sancì un principio semplice e drammatico: quei due luoghi sono sacri solo e soltanto per la religione musulmana. Il tentativo di spazzare via Israele delle carte geografiche, come sognano molti regimi islamisti che dettano i tempi e l’agenda all’Unesco, fa parte di una precisa traiettoria che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura ha scelto di rappresentare in modo persino coerente.

Negare il legame tra Israele e i luoghi sacri dell’ebraismo significa negare la stessa legittimità di Israele di essere Israele e negare la legittimità di Israele significa accettare di essere sottomessi a un pensiero islamicamente corretto che vede nella presenza dello Stato di Israele non un modello possibile per il futuro medio oriente ma un semplice e grave elemento di instabilità. Non difendere fino in fondo Israele in una fase storica complicata come quella che viviamo oggi non è solo un segnale di un antisemitismo latente ma è il segnale di una precisa indifferenza verso quello che dovrebbe essere semplice buon senso. Oggi più che mai, la difesa di Israele, in tutte le sue forme, è una battaglia cruciale. Non è la “loro” battaglia. E’ la nostra battaglia. Non ci stancheremo mai di ripetere che difendere la libertà di Israele, oggi più che mai, significa difendere la libertà dell’occidente e non ci stancheremo mai di ricordare che non combattere con tutte le nostre forze ogni tentativo di delegittimare Israele non significa essere neutrali, ma significa essere complici di una nuova e incredibile shoah culturale.

Se i membri dell’Unesco volessero davvero cambiare la loro traiettoria e difendere fino in fondo lo Stato di Israele, e tutto ciò che esso rappresenta, dovrebbero fare quello che il Foglio propose un anno fa: dichiarare Israele patrimonio dell’Umanità. Per essere iscritti nella Lista del patrimonio mondiale, dice l’Unesco, “occorre presentare un eccezionale valore universale e soddisfare almeno uno dei dieci criteri di selezione illustrati nelle Linee guida per l’applicazione della Convenzione del patrimonio mondiale”, e tra questi criteri ce ne sono diversi che solo l’Unesco può sostenere che non abbiano nulla a che fare con Israele. “Mostrare un importante interscambio di valori umani, in un lungo arco temporale o all’interno di un’area culturale del mondo, sugli sviluppi nell’architettura, nella tecnologia, nelle arti monumentali, nella pianificazione urbana e nel disegno del paesaggio”. “Essere testimonianza unica o eccezionale di una tradizione culturale o di una civiltà vivente o scomparsa”. “Costituire un esempio straordinario di una tipologia edilizia, di un insieme architettonico o tecnologico, o di un paesaggio, che illustri una o più importanti fasi nella storia umana”.

Sospettiamo che nulla di tutto ciò verrà fatto e che come al solito l’ennesima fatwa contro Israele sarà ignorata dall’opinione pubblica. Eppure mai come in questa fase storica, in cui Israele rappresenta più che mai il simbolo di quello che l’occidente dovrebbe essere nell’ambito della lotta al terrorismo e del rispetto della libertà d’espressione, della democrazia e della libertà religiosa, sarebbe bene farsi sentire e dimostrare che l’occidente non ha intenzione di essere complice di questa nuova shoah culturale. Il governo italiano, su diverse decisioni dell’Unesco, dopo la campagna del Foglio ha scelto di cambiare fortunatamente posizione e di votare contro (e non più solo di astenersi) le risoluzioni antisemite. Ma vista la gravità e lo scempio registrato a Cracovia sarebbe il caso che anche l’Italia facesse qualcosa di più. Dopo l’ultima votazione dell’Unesco, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha deciso di tagliare un altro milione di dollari dei fondi stanziati alle Nazioni Unite e ha ordinato di trasferirli per istituire un nuovo museo del patrimonio ebraico a Kiryat Arba e Hebron e per nuovi progetti relativi al patrimonio di Hebron. L’Italia, se avesse un po’ di coraggio, dovrebbe fare altrettanto. Tagliare i fondi che lo stato versa ogni anno alle Nazioni Unite sarebbe un primo e importante passo. Ma per dimostrare di esseri sensibili davvero al tema sarebbe opportuno aspettarsi qualcosa di più.

Sarebbe opportuno che i ministri di questo governo, i loro collaboratori, e i grandi intellettuali italiani mostrassero gli attributi davvero, firmando lo stesso appello che nel 1974, un anno dopo la guerra del Kippur, scelsero di sottoscrivere alcuni pezzi grossi della cultura italiana. In ballo, oggi come ieri, c’era il rapporto tra Israele e Unesco, e come ricordato dal nostro Giulio Meotti nel suo bellissimo libro pubblicato due anni fa per Rubbettino, “La brava gente che odia gli ebrei”, quell’appello lo firmarono in tanti. Ignazio Silone, Vittorio Zevi, Silvio Bertoldi, Valentino Bompiani, Carlo Casalegno, Arnoldo Foà, Vittorio Gassman, Franco Lucentini, Eugenio Montale, Giovanni Raboni, Leonardo Sciascia, Mario Soldati, Giorgio Strehler e Franco Zeffirelli. L’appello era questo. “L’Unesco è un organismo delle Nazioni Unite che ha per compito quello di difendere l’educazione, la scienza, e la cultura. Quanto è avvenuto rappresenta una perversione: uno stravolgimento del suo ruolo. I sottoscritti rifiutano di collaborare a questo organismo sino a che non abbia provato nuovamente, nei riguardi di Israele di essere fedele ai propri fini”. Quell’appello oggi lo riproponiamo di nuovo sul nostro giornale. E non è un appello di circostanza. E’ un appello per evitare che vada a segno quello che è l’obiettivo neppure troppo mascherato dell’Unesco di oggi: cancellare lo Stato ebraico, a partire dalla sua storia.

Il Foglio, di Claudio Cerasa