3 Maggio 2016

Donatella Di Cesare analizza le politiche di integrazione del governo Merkel

AMerkel

Fonte:

Corriere della Sera

Autore:

Donatella Di Cesare

«Islam, i dubbi e l’integrazione»

Occultare l’ambivalenza di alcuni musulmani avvantaggia le forze populiste

«Integrazione» è la parola chiave della politica seguita finora dalla Germania di Angela Merkel. Esitazioni e titubanze, affiorate di tanto in tanto, non hanno fermato il progetto ambizioso di aprire le frontiere. Centinaia di migliaia di profughi hanno trovato rifugio e, forse, una nuova patria. Nel 2015 — anno record — sono state avanzate 476.649 richieste di asilo. La Germania è assurta così a superpotenza umanitaria, modello per gli altri Paesi. Con rapidità è stata in grado di risolvere i problemi posti dalla improvvisa presenza di nuovi futuri concittadini. Solo in parte si è trattato di una scelta obbligata. Da tempo è chiaro il progetto politico di Merkel: fare della Germania uno Stato multietnico in cui le differenze di origine e di religione possano essere via via ridotte. Ma i tedeschi condividono il progetto di Merkel? Pensano che la Germania debba diventare uno Stato multietnico? Giudicano le condizioni attuali favorevoli?

Si sa che ai tedeschi le sfide non dispiacciono. Questa volta, però, le cose stanno diversamente. Non solo perché la via moderata verso l’integrazione appare a molti una maratona. Ma anche perché l’estraneo, con cui convivere, è l’Islam percepito in tutta la sua alterità. Ecco allora la novità nel paesaggio politico tedesco: Alternative für Deutschland , un partito-movimento che, a soli tre anni dalla sua fondazione, si presenta come la nuova destra. Nuova perché, pur se contigua agli ambienti del radicalismo nero, è populista quanto basta per compiere due mosse decisive: convogliare tutta l’inquietudine identitaria dei tedeschi in senso xenofobo e lasciarsi alle spalle i fantasmi del passato. Il nuovo look è quello della leader Frauke Petry, protagonista della politica anti immigranti. Domenica 1° maggio il congresso di 2.400 delegati ha approvato il nuovo programma in cui, fra l’altro, si legge la frase lapidaria: «L’Islam non fa parte della Germania». Perciò «non può invocare il principio di libertà religiosa che si fa valere per il cristianesimo». La crescente presenza di musulmani viene ritenuta una minaccia per lo «Stato tedesco». E non è un caso che non manchino puntate contro gli ebrei. Se si pensa che, sulla base dei sondaggi, l’AfD raggiungerebbe già il 14%, si capisce perché Peter Tauber, segretario della Cdu, si sia affrettato a definire la AfD «un partito anti tedesco», che «guarda al passato». È questo, certo, il modo per squalificarlo. Ma non sarà semplice.

Merkel si è mossa nel solco di quella integrazione che negli anni Settanta ha permesso di dare lavoro a tanti immigrati e negli anni Novanta ha consentito di accogliere milioni di profughi dall’Europa orientale. Quella integrazione è stata insieme modello politico per le nuove generazioni — come non pensare a Berlino? — e possibilità di un riscatto dal passato. Le scelte della cancelliera vanno lette su questo sfondo. Dopo l’estate, però, molti hanno cominciato a definire «radicale» la sua politica dei confini e puntare l’indice contro il binomio «integrazione e Islam». «La sharia è un ostacolo al modus vivendi della società civile», così si è espresso di recente Peter Sloterdijk, manifestando la preoccupazione che una «legge religiosa» possa ledere la Costituzione. Qui e là affiora l’inquietante parola «autodistruzione». Come se dovesse essere questo il destino del Paese. Eppure la presenza dell’Islam non è nuova.

Oggi vivono in Germania circa quattro milioni di musulmani, un mondo variegato e per molti versi già ben integrato, a partire dalla maggioranza costituita dai turchi. A loro spetterà un ruolo decisivo. In un libro appena pubblicato, Hamed Abdel-Samad, un giovane politologo tedesco-egiziano, ha esaminato spietatamente l’ambivalenza di molti giovani profughi che desiderano la libertà, ma sono ingabbiati in una morale conservatrice, che sperano nell’Europa, ma ne disprezzano i valori. Il loro atteggiamento verso le donne ne è la prova. Proprio per ciò è indispensabile che questi problemi non vengano occultati, ma siano piuttosto all’ordine del giorno nel dibattito pubblico. Forse l’ipocrisia è ciò che ostacola il progetto di una coabitazione. Non i confini aperti, né la strumentalizzazione della destra. Per una politica radicale, come quella di Merkel, occorre affrontare con radicalità le questioni.