15 Settembre 2014

Contro l’antisemitismo in Germania

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Fonte:

Corriere della Sera

Autore:

Paolo Lepri – David Bidussa

Merkel a Berlino: “Gli ebrei sono parte dell’identità tedesca”

Manifestazione contro l’antisemitismo

Paolo Lepri

In Germania non c’è spazio per l’antisemitismo, «una minaccia per la libertà di tutti». E’ stato un «no» molto netto, che ha radici profonde nella memoria del passato e si proietta in un futuro da vivere nel segno della tolleranza, quello che Angela Merkel ha pronunciato ieri. «Mai più odio contro gli ebrei», era la parola d’ordine della grande manifestazione svoltasi alla Porta di Brandeburgo e sono rimasti pochi dubbi sulla volontà del governo di combattere con forza il risorgere di un fenomeno vecchio e nuovo, alimentato in questi ultimi mesi dalle proteste anti-israeliane organizzate da settori della comunità islamica. «L’ebraismo è parte della nostra identità», ha detto la cancelliera. Quindi, «chiunque colpisce chi indossa una kippah colpisce tutti noi, chi distrugge una tomba distrugge la nostra cultura, chi attacca una sinagoga attacca le basi della nostra società libera». Stroncare tutto questo «è un dovere civico, un obbligo dello Stato».

Il discorso della cancelleria, più volte interrotto da applausi, è iniziato proprio con un omaggio agli ebrei che vivono in Germania (è l’unica comunità aumentata di dimensioni in un Paese europeo) e che hanno fatto una scelta impensabile qualche decennio fa. «Sono oltre centomila si tratta di un miracolo — ha detto — e di un regalo che ci riempie di gratitudine». Proprio per questo è «uno scandalo» che oggi non si sentano più sicuri. È «inaccettabile», ha proseguito, che gli ebrei vengano minacciati e aggrediti e che le manifestazioni filo-palestinesi si trasformino in esibizioni di odio, abusando del diritto alla libera espressione che è una caratteristica di una società aperta. La Germania, invece, è «la loro casa». Lo è diventata, è stato il ragionamento di Angela Merkel, «perché abbiamo sempre tramandato da generazione a generazione la memoria e la conoscenza di quel capitolo terribile della nostra storia che è stato l’Olocausto». L’allarme della comunità israelitica in Germania ha trovato così risposta. Ieri se ne è fatto nuovamente interprete il presidente del consiglio centrale degli ebrei tedeschi, Dieter Graumann, che ha denunciato il clima di intimidazione sempre più minaccioso e il fatto che «slogan antisemiti così violenti non risuonavano nelle strade delle nostre città da molti decenni». Le sue parole erano state precedute da quelle del rabbino Daniel Alter che aveva denunciato lo stato di «forte angoscia» di un numero sempre crescente di persone, molte delle quali «stanno pensando di tornare in Israele», e aveva ricordato un sondaggio secondo cui il venticinque per cento dei tedeschi avrebbe sentimenti antisemiti latenti. Una cifra, questa, che raddoppia nella comunità islamica. Nel giugno e luglio di quest’anno gli atti di antisemitismo sono stati 159, tra cui l’incendio di una sinagoga a Wuppertal e l’aggressione a un uomo che indossava una kippah a Berlino. Slogan violenti sono stati gridati in decine di manifestazioni e la scritta «Hamas, ebrei al gas» è stata tracciata a pochi metri della sinagoga berlinese di Orianeburger Strasse.

E’ probabile che il governo tedesco, impegnato nel sostenere campagne per promuovere la convivenza, prenda nuove iniziative nella prevenzione dell’estremismo anti-ebraico. In ogni caso, come ha riconosciuto Graumann, da Berlino è arrivato «un segnale importante». E una dimostrazione di unità, si potrebbe aggiungere, perché alla manifestazione (alla quale hanno partecipato il presidente Joachim Gauck e i ministri più importanti della grande coalizione) hanno aderito tutti i partiti, anche la Linke e i Verdi, le due forze di opposizione rappresentate in Parlamento. Non è un caso che, parlando con il Corriere, il leader storico degli ambientalisti, l’ex ministro degli Esteri Joschka Fischer,abbia elogiato il discorso della cancelliera perché «combattere l’antisemitismo è un dovere, soprattutto per noi». «Anche se il pericolo è forse maggiore in Europa che non in Germania», ha aggiunto. intanto, però, i tedeschi hanno dato l’esempio.

L’Europa contro l’antisemitismo

David Bidussa

La scena di ieri alla Porta di Brandeburgo, è destinata ad entrare nelle fotografie che hanno fatto la storia della Germania come storia dell’umanità. Per il luogo, ma anche per la responsabilità che la politica prende su di sé quando molte voci tacciono.

Il luogo prima di tutto. Si potrebbe pensare alla sera del 9 novembre 1989 quando migliaia di persone si riversarono laddove fino a pochi attimi prima si esprimeva il confine e la frattura della Germania. Oppure alla scena poche ore dopo, sempre lì, sullo spazio improvvisamente aperto che porta Rostropovich a suonare il suo violoncello di fronte a quella soglia che lo divideva da quel mondo da cui era fuggito ma verso il quale sarebbe voluto tornare volentieri, pur senza nostalgie.

In quelle due immagini, la Germania e per essa il mondo mettevano il naso guardando al di là del vecchio confine per tentare di ricostruire un ponte e riprendere a dialogare.

La responsabilità, in seconda istanza.

Varsavia, 7 dicembre 1970. Fuori protocollo, il Cancelliere tedesco Willy Brandt si mette in ginocchio di fronte al monumento che ricorda il luogo in cui una volta sorgeva il Ghetto di Varsavia. In quel gesto stavano molte cose. Quella più evidente: il capo di un governo che allora corrispondeva a una parte della Germania, prendeva su di sé pubblicamente e ufficialmente la responsabilità del passato del suo Paese. Quello meno evidente: Willy Brandt rendeva omaggio alle vittime di una Germania che non era la sua, ma di cui doveva e voleva farsi carico. Brandt, in nome della sua storia, della storia di una Germania, infatti avrebbe potuto dire: «gli atti di quella parte non mi riguardano. Io ho combattuto dall’altra parte».a vero ma una figura pubblica se vuole essere un politico deve essere in grado di andare oltre se stesso e, allo stesso tempo, affermare il senso e il ruolo della responsabilità che lo coinvolge in quanto figura pubblica.

Lo stesso è accaduto a Angela Merkel ieri.

Qualcuno potrà vedervi il gesto reiterato della Germania democratica che non dimentica il passato e perciò decide di esserci. Ma anche decide di non limitarsi a testimoniare con la propria presenza, e dunque va oltre. Prendere la parola ieri alla Porta di Brandeburgo non riguardava tanto il passato quanto, soprattutto, il futuro.

Il passato. Prendere la parola ieri ha significato assumere su di sé il compito di rispondere preventivamente ai piccoli o limitati segni di un possibile ritorno dell’antisemitismo nel proprio territorio.

Il futuro. Nelle parole e nella presenza di Angela Merkel alla Porta di Brandeburgo ieri c’era anche molto di più. Questo di più non riguarda solo i tedeschi, ma anche cittadini di una cosa che si chiama Unione europea. Insomma noi. Angela Merkel era li e ha preso la parola per tutti noi europei che di fronte ai segnali delle nuove intolleranze che qua e là per l’Europa tornano a segnare luoghi carichi di memoria e di storia non abbiamo parlato. C’era un segnale da dare e a darlo doveva essere l’Europa. Non l’ha da to il presidente della Commissione europea e allora in sostituzione lo ha dato la figura che molti guardano con sospetto essere il leader politico dell’Europa. Anche questo c’era nella scena di ieri. E forse questo, fra tutti i segnali, evidenti e meno evidenti, è quello che ci dovrebbe dare da pensare su cosa significa oggi assumersi la responsabilità di fare una politica europea.