10 Giugno 2016

Commenti all’uscita di Mein Kampf con il quotidiano Il Giornale

Fonte:

Moked.it

Chi smercia la morbosità in edicola non può essere un amico sincero

Non è solo la qualità, ma anche la tiratura dei giornali italiani a far registrare un ulteriore, preoccupante fenomeno di regressione. Un fenomeno che dovrebbe inquietare tutti i cittadini, e in particolare gli ebrei italiani. Perché ogni indicatore dimostra inequivocabilmente che dove la stampa libera e professionale regredisce, dove i giornalisti professionisti sono minacciati, dove la professionalità giornalistica è sostituita da un arrembaggio di affaristi e faccendieri che agiscono nell’ombra sotto la copertura del polverone suscitato dal mondo dei social network, c’è un pericolo. È proprio lì che le garanzie democratiche e le qualità delle società aperte, plurali e capaci di fare delle culture minoritarie una ricchezza, rischiano di essere pericolosamente erosa.

Per questo gli sforzi di sostenere la tiratura dei giornali in crisi, anche quando si ricorre a qualche operazione commerciale di dubbio gusto, dovrebbero essere visti con favore.

Ma ci sono chiari limiti. E l’operazione di smerciare in edicola e di disseminare nelle case di milioni di italiani disinformati, impreparati e inconsapevoli migliaia di copie del Mein Kampf di Adolf Hitler non è solo un’azione becera, e volgare. Rappresenta anche un gesto cinico e irresponsabile.

Certo, si dirà che recentemente proprio in Germania è andata recentemente in libreria un’edizione di questo testo chiave dell’odio che ha insanguinato il Novecento e distrutto l’onore dell’Europa. Ma non lasciamoci ingannare. Nelle librerie specializzate tedesche è andata una poderosa edizione critica, riccamente commentata, annotata, contestualizzata, destinata agli esperti, agli studiosi. Un contributo importante per capire.

Da noi viene distribuita a piene mani dai giornalai una ristampa anastatica della prima traduzione italiana imposta da Mussolini sostenuta appena con la foglia di fico di una affrettata premessa affidata a un unico storico. Un contributo di segno contrario, finalizzato piuttosto a suscitare morbosità, a confondere le acque.

Per questo si tratta di un’operazione da condannare senza mezzi termini, proprio nel nome della libertà di stampa, d’espressione e di ricerca. Che sono valori seri e fondamentali e che non possono essere ceduti a mercanti senza scrupoli, disposti a solleticare i peggiori influssi presenti nella società contemporanea.

Ma c’è di più, e non può essere taciuto.

È venuto il momento in cui chi ha dedicato tante energie a stilare le pagelle dei giornali buoni e dei giornali cattivi, dei giornali amici e dei giornali nemici, apra gli occhi davanti alla realtà e chiami le cose con il proprio nome.

Di amici come questi né gli ebrei né lo Stato di Israele sanno che farsene.

Solo il giornalismo professionale ed equilibrato, da qualunque parte provenga, può essere davvero considerato, da tutte le sponde del Mediterraneo, un amico sincero dei valori ebraici e dei valori costituzionali, una reale tutela dell’unica democrazia del Medio Oriente e un affidabile punto di riferimento per affrontare i tempi difficili che stiamo attraversando.

Guido Vitale

L’operazione del Giornale – Parola agli storici “Mein Kampf, libro da studiare non da vendere per profitto”

L’iniziativa del Giornale non convince affatto gli storici. Il quotidiano domani uscirà in edicola con il libro Storia del Terzo Reich di William Shirer (al costo di 11,90 euro) e allegherà in omaggio (se compri il primo hai in omaggio il secondo) il Mein Kampf di Adolf Hitler. Per il direttore del Giornale si tratta di un’operazione culturale ma questa ha tutta l’aria di essere un’iniziativa solamente commerciale. A sottolinearlo a Pagine Ebraiche, il giudizio unanime degli storici Gadi Luzzatto Voghera, Liliana Picciotto Michele Sarfatti, voci dell’istituzione punto di riferimento in Italia per lo studio della storia dell’ebraismo moderno, il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano (Cdec). Valutazione che trova d’accordo anche Giorgio Fabre, storico e giornalista, autore de Il contratto. Mussolini editore di Hitler (edizioni Dedalo), dedicato alla prima traduzione in italiano del Mein Kampf, ovvero La mia battaglia (pubblicato da Bompiani nel 1934).

“Non sono per nulla negativo sulla pubblicazione del Mein Kampf, è un testo che si deve conoscere ma deve essere inquadrato in un’analisi critica ben strutturata. Non capisco il senso dell’operazione del Giornale che mi sembra più commerciale che altro”, sottolinea Gadi Luzzatto Voghera, docente di storia nella sede di Padova della Boston University e dal prossimo settembre nuovo direttore del Cdec.

“La questione non è essere contro o favore della pubblicazione in sé ma il fatto di trarne profitto – sottolinea l’attuale direttore del Cdec Michele Sarfatti, che ricorda come il testo emblema della propaganda antisemita di Hitler sia già reperibile in Italia sotto diverse forme – Un conto è se i ricavi di questa operazione verrano destinati a finanziare ad esempio chi studia la Shoah e il nazismo o enti che commemorano la tragedia e combattono l’antisemitismo, un altro è se i soldi saranno usati per le casse del Giornale. Il punto è che non ci si può guadagnare sopra”.

In Germania, ricordano gli storici, è uscita nel gennaio scorso un’edizione critica del Mein Kampf dell’Institut für Zeitgeschichte (l’istituto di storia contemporanea) di Monaco di Baviera: si tratta della prima ristampa in suolo tedesco del testo di Hitler, a 70 anni dalla morte del dittatore (la pubblicazione è stata possibile perché, passati i 70 anni, sono scaduti i diritti di proprietà intellettuali sul libro) e il progetto editoriale è composto da due volumi cartacei di 2000 pagine in tutto e con più di 3500 note accademiche. “L’ Institut für Zeitgeschichte è un’istituzione molto seria, di cui ci fidiamo ciecamente. Hanno fatto un lavoro immenso – ha spiegato Liliana Picciotto, responsabile di ricerca del Cdec e Consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane – Non possiamo dire la stessa cosa di quanto sta facendo il Giornale, un’operazione che disturba, che appare come la pubblicazione di un libello nazional popolare e di cui non si vede il senso culturale. Sarebbe meglio non parlarne e non dare pubblicità alla cosa”, la critica di Picciotto, che con amarezza prevede un possibile successo per l’operazione del quotidiano diretto da Alessandro Sallusti: “venderà ma nessuno lo leggerà veramente. Sarà per lo più comprato per il gusto di esibirlo nella propria biblioteca”.

Critica anche la posizione di Giorgio Fabre: “ho cercato di recuperare una copia dell’edizione dell’Institut für Zeitgeschichte ma in Italia non è arrivata e in Germania è introvabile. E non credo proprio che lo sia perché è finita nelle mani di nostalgici. I nostalgici non si comprano un testo di duemila pagine pieno di note. Il lavoro degli storici di Monaco è durato anni e garantisce serietà, cosa che non fa la critica di Francesco Perfetti (storico che ha curato la critica appunto dell’edizione del Mein Kampf che andrà domani in edicola) e l’iniziativa del Giornale nel suo complesso”. Nel suo Il contratto. Mussolini editore di Hitler Fabre racconta come arrivò in Italia il testo de La mia battaglia: fu Benito Mussolini nel 1933 a comprare i diritti dello scritto di Hitler (pubblicato in Germania in due volumi nel 1925 e 1926) spiega lo storico, in quella che fu un’operazione politica e di finanziamento a vantaggio del dittatore nazista. “Mussolini darà a Bompiani il compito di pubblicare il libro e il primo volume uscirà nel 1934 con traduzione di Angelo Treves, ebreo originario di Vercelli nonché uno dei migliori traduttori dal tedesco. Di lui si sa poco, è stato seppellito nel cimitero ebraico di Vercelli nel 1942 e nell’edizione completa del Mein Kampf pubblicata da Bompiani il suo nome verrà rimosso”. Furono 15 le edizioni stampate da Bompiani in Italia de La mia battaglia. “Non sappiamo quante copie effettivamente siano state vendute”, spiega Fabre che poi ricorda le parole pronunciate da Mussolini riguardo al libro manifesto dell’antisemitismo di Hitler: “È possibile che sia riservato al Mein Kampf il destino di molti altri libri più o meno famosi. Tutti ne parlano. Nessuno li legge”.

“Per entrare nel merito – spiega Picciotto – ne La mia battaglia non si trova un programma politico definito di Hitler ma ci sono i concetti fondamentali del suo antisemitismo: da una parte la sua idea di introdurre un ‘antisemitismo della ragione’, diverso dai pogrom, che lui definiva ‘sentimentali’; dall’altra l’idea di dover allontanare gli ebrei dal popolo tedesco. Non si dice come, ma è già chiara la sua visione del mondo, ci sono già i presupposti della guerra e dell’assassinio, la promozione della brutalità e della violenza. Quello che sconvolge è come questa propaganda sia riuscita ad attecchire, come sia riuscito Hitler ad avere milioni di seguaci”. E su questo concetto si basa il progetto dell’istituto di Monaco, spiega Sarfatti, “tre anni di lavoro che servono a capire non tanto cosa è derivato dal Mein Kampf ma Da cosa è derivato, quali sono le sue radici, perché solo studiandole si può comprendere come cambiarle. Un critica moralistica lascia il tempo che trova”. “Quello che rimane è l’interrogativo del perché il Giornale faccia questa operazione – si chiede Gadi Luzzatto Voghera – Il testo si riesce già a rintracciare facilmente su internet. Quello che servirebbe è una contestualizzazione”.

Daniel Reichel

L’operazione del Giornale “Il Mein Kampf non si può regalare, va maneggiato con cura”

Tante le voci ebraiche e della società civile che in queste ore hanno criticato l’operazione portata avanti dal quotidiano Il Giornale, che domani uscirà in edicola con in omaggio la copia del Mein Kampf di Adolf Hitler : se i lettori acquisteranno il libro Storia del Terzo Reich di William Shirer (al costo di 11,90 euro), parte di una collana del Giornale sul nazismo, avranno infatti anche una copia del libro simbolo della feroce propaganda antisemita di Hitler. Secondo il quotidiano si tratta di un’operazione culturale ma in molti hanno contestato questa tesi, tra cui nelle ultime ore il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Vincenzo Iacopino. “Difficile considerare la distribuzione gratuita del Mein Kampf come un’operazione culturale. Va maneggiato con cura, non letto sotto l’ombrellone”, la dichiarazione affidata a social network di Iacopino. Per parte ebraica tra gli altri aveva espresso la sua perplessità il vicepresidente della Comunità ebraica di Roma Ruben Della Rocca, che aveva usato una metafora simile a quella di Iacopino: “questo è un libro che non si può regalare con un giornale, come se fosse un romanzo da leggere sotto l’ombrellone, ma è un testo che va maneggiato con molta cura. Se vogliamo leggerlo e studiarlo, facciamolo, ma con i mezzi culturali necessari”. Un iniziativa sbagliata e offensiva verso la memoria dei morti è invece il pensiero del deputato Pd Emanuele Fiano, il cui padre Nedo sopravvisse ad Auschwitz. “Non è un testo che può essere pubblicato, addirittura regalato, così alla leggera. Che bisogno c’era un’operazione del genere?”, l’interrogativo di Fiano. “Il Giornale di Sallusti, in cerca di pubblicità, sabato regalerà ai propri lettori la ristampa dell’edizione italiana del1934 del Mein Kampf, il libro in cui Adolf Hitler condensò le sue idee e il suo programma politico già diversi anni prima della conquista del potere. Ad accompagnare il testo originale sarà un commento dello storico Francesco Perfetti, tra i più fedeli collaboratori del quotidiano”, la ricostruzione dell’Aned, l’Associazione Nazionale ex Deportati nei Campi nazisti, che in un comunicato afferma: “Sia chiaro: noi siamo tra coloro che ritengono che questa sorta di Bibbia del nazismo non solo non debba essere vietata, ma che al contrario debba essere studiata di più e meglio. Qualche anno fa proprio Gianfranco Maris, ex deportato a Mauthausen e storico presidente dell’ANED, scrisse una prefazione a una edizione critica del libro curata da Giorgio Galli”. Non è una nuova edizione, afferma l’Aned, a preoccupare ma “l’uso strumentale della storia e del nome del capo del nazismo di cui il Giornale si fa protagonista, quasi una sfida aperta al Parlamento italiano che proprio in queste ore ha varato la legge che punisce il negazionismo”. “Nella partita della provocazione, – continua il comunicato – dello sfottò al “politicamente corretto”, alla “cultura di sinistra” non si esita a giocare l’asso, il nome di Hitler brandito come una clava, alla faccia dei milioni di famiglie che ancora ne piangono le vittime. È una rincorsa a chi è più a destra, a chi sfida il tabù delle basi ideologiche del nazismo: Il Giornale, ancora una volta, scherza col fuoco, semina odio e razzismo intollerante in una società che francamente ne dovrebbe poter fare a meno”.

“Particolarmente educativo è sondare l’umore del Paese, o di una parte non minuscola di esso, sorvolando le vie di quella che viene sempre più spesso definita “demenza digitale”, e che trova sui social network un terreno d’elezione. – scrive sul sito dell’Unione giovani ebrei d’Italia, Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà – Direttamente dalla pagina Facebook dedicata all’uscita dal Giornale: “Oggi ci vorrebbe un Hitler”, “Ci vorrebbe pulizia”, “Magari tornasse”, “Grande libro grande verità”, “L’ultimo grande conquistatore dell’era moderna”, “Opera geniale e sempre attuale”, “Aveva previsto tutto un grande politico un genio”. E via continuando, tra fasci littori, svastiche e inviti a fare la doccia con lo Zyklon B”. “Rimane ben poco da commentare, o forse troppo, su chi ha deciso di regalare il testo di Hitler e su coloro a cui il dono è rivolto. – conclude Berruto – Speriamo che la legge sul negazionismo, approvata ieri (8 giugno 2016, ndr) in via definitiva alla Camera, trovi rapidamente applicazione”.