27 Ottobre 2015

Class action contro Facebook, accusato di essere arma di propaganda e istigazione all’odio

Fonte:

Moked.it - Progetto Dreyfus

Autore:

Daniel Reichel

In ventimila contro il social network  “Facebook fermi gli istigatori, basta ignorare l’odio palestinese”.

di Daniel Reichel

Era stato ricoverato due settimane fa in condizioni gravissime, Richard Lakin, una delle vittime dell’attentato compiuto da due terroristi palestinesi sull’autobus 78, a Gerusalemme. Nonostante le cure dei medici israeliani, Lakin, settantaseienne con cittadinanza americana e israeliana, non è riuscito a sopravvivere alle ferite. Con lui, su quell’autobus, sono state uccise altre tre persone e almeno venti ferite. “Ti amiamo papà e faremo del nostro meglio per vivere nel rispetto e amare la vita”, l’affettuoso addio dei figli affidato ai social network. Ma mentre c’è chi usa i nuovi media per esprimere il proprio affetto e dolore, c’è chi li adopera come arma di propaganda e per istigare all’odio: è quanto sta accadendo in queste ultime settimane sul fronte palestinese, con il diffondersi sui social network di post, vignette, video, che incitano ad aggredire e uccidere gli ebrei in Israele. Una situazione considerata tanto insostenibile e pericolosa da portare a una vera e propria class action contro Facebook: nelle scorse ore 20mila israeliani hanno intentato, presso la Corte suprema di New York, una causa contro la piattaforma di Mark Zuckerberg. L’accusa è di non aver bloccato le istigazioni, continuamente rilanciate sui social, da parte palestinese a compiere atti terroristici contro Israele. L’accusa è di non aver bloccato le istigazioni, continuamente rilanciate sui social, da parte palestinese a compiere atti terroristici contro Israele. Secondo i ventimila, i post di Facebook hanno ispirato molti recenti attentati, per lo più compiuti con coltelli e da persone non direttamente affiliate ad organizzazioni terroristiche. “Gli algoritmi e la piattaforma di Facebook collega gli istigatori ai terroristi che sono ulteriormente incoraggiati a perpetrare accoltellamenti e altri attacchi di violenza contro gli israeliani”, si legge nell’istanza presentata alla corte americana. “Demagoghi e capi esortano i loro seguaci a ‘massacrare gli ebrei,’ e offrono istruzioni su come farlo nel modo migliore”, la denuncia di chi ha organizzato la class action. Su Facebook infatti chi istiga al terrorismo ha fatto circolare persino delle immagini in cui si descrive l’anatomia umana per far capire quali siano i posti migliori dove pugnalare una persona. Quanto si chiede è la rimozione immediata “di tutte le pagine, i gruppi e post contenenti istigazioni a uccidere ebrei; a monitorare attivamente la piattaforma per prevenire questo tipo di incitamento” e qualora vi siano post in questo senso, attivarne la rimozione immediata in modo che non possano raggiungere i terroristi o chi aspira a diventarlo.

Facebook ignora l’incitamento alla violenza, gli israeliani gli fanno causa

Una class action contro Facebook per accusare il social media più famoso al mondo di connivenza con coloro che incitano alla violenza contro gli ebrei. E’ questa la mossa scelta da circa ventimila israeliani che hanno presentato alla Corte Suprema dello Stato di New York un dossier in cui viene sottolineata la negligenza della piattaforma web nel rimuovere i post di incitamento alla violenza. Inoltre secondo i querelanti l’algoritmo di Facebook connetterebbe i fomentatori agli esecutori materiali incoraggiando ulteriormente gli attacchi con coltello contro civili israeliani.

Basta una breve ricerca tra i profili dei leader politici e religiosi palestinesi per imbattersi in esplicite esortazioni all’omicidio di ebrei; in alcuni casi vengono addirittura offerte istruzioni precise su come farlo al meglio, ad esempio attraverso disegni anatomici in cui sono segnalate le parti del corpo umano da colpire durante gli accoltellamenti per ottenere il migliore risultato possibile. I querelanti sono convinti che Facebook abbia un doppio dovere, morale e legale, di bloccare questo tipo di contenuti ma che abbia deliberatamente scelto di non farlo.

Nel documento viene richiesta “l’immediata rimozione di tutte le pagine, gruppi e singoli post che contengono incitamenti all’omicidio di ebrei; un monitoraggio attivo per evitare che tali incitamenti raggiungano i terroristi e tutti quelli pronti a diventarlo; smetterla di agire come matchmaker fra terroristi, organizzazioni terroristiche e chi incita a commettere attentati.” Nessun risarcimento monetario è stato richiesto nei confronti del social media.

A guidare la class action è Richard Lakin, un uomo di 76 anni ferito gravemente da un terrorista palestinese armato di pistola e coltello mentre era su un bus a Gerusalemme il 13 Ottobre. Nello stesso attentato altre 20 persone sono rimaste ferite e due sono morte. Tra gli avvocati che si occuperanno della class action c’è anche Nitsana Darshan-Leitner, direttrice di Shurat Hadin, che ha dichiarato: “Facebook esercita un potere enorme, dovrebbe garantire che gli estremisti palestinesi che invocano l’uccisione di israeliani o che glorificano i terroristi non siano autorizzati a farlo sulla loro piattaforma.”incitamento 4

Un articolo pubblicato da Associated Press riporta che Twitter e Facebook sono la maggiore fonte di informazione fra i giovani palestinesi. Quds News Network, una pagina collegata alla Jihad Islamica, raccoglie circa 3 milioni e mezzo di seguaci; Shehab News Network, affiliata invece a Hamas, vanta un pubblico maggiore di 4 milioni di persone. Queste due pagine Facebook, insieme a Urgent From Gaza, nei giorni scorsi hanno riversato nel web tantissime immagini di palestinesi morti insieme a vignette che incoraggiano alla violenza. In molti casi le immagini erano accompagnate dall’hashtag #stab (accoltella) o #al-aqsaisindanger (al-Aqsa è in pericolo).