3 Settembre 2015

Attacchi hacker in favore del Jihad contro siti web istituzionali

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Fonte:

La Repubblica edizione di Genova

Autore:

Giuseppe Filetto

“Like” su Facebook per i profili pro Isis scattano le denunce

Oggi un vertice fra il pool antiterrorismo e la Polizia Postale per decidere la linea d’azione contro un fenomeno in crescita

POSTARE “Mi piace” su un profilo Facebook, che inneggia alla Guerra Santa o più semplicemente informa delle azioni di hacheraggio da parte di jihadisti, può costare caro. Quantomeno una denuncia per apologia di reato. Ne sanno qualcosa una decina di soggetti che vivono in Italia, “visitatori”, simpatizzanti di siti che in rete si firmano “Anonymous Ghost Arabs” e “Fallaga Team”, denunciati dalla Polizia Postale di Genova semplicemente per essersi espressi a favore di quanto pubblicato. Appunto col laconico “Mi piace “. Non è ancora deciso cosa farà nelle prossime ore la Procura della Repubblica, a cui sono giunte le segnalazioni.

AL MOMENTO la Procura non ha aperto alcun fascicolo. Oggi, al nono piano di Palazzo di Giustizia è previsto un vertice, al quale partecipano i magistrati del pool antiterrorismo (il coordinatore Nicola Piacente, i sostituti Silvio Franz e Federico Manotti ) con competenze distrettuali sulla Liguria, i vertici della Polizia Postale e forse anche quelli della Digos.

Si cerca una convergenza. Perchè ci sono interpretazioni diverse. La “Postale” ritiene che gli utenti Internet in questione ( quelli che vivono in territorio italiano), cliccando “Mi piace” su un contenuto apologeta, commettano un reato: abbiano espresso approvazione alla “magnificazione di Saddam Hussein che voleva bombardare gli ebrei”; o, più semplicemente, a frasi che inneggiano all’Isis, “alla odierna eliminazione elettronica sugli schermi dello Stato di Israele, per poi arrivare alle azioni con le mitragliatrici”.

La polizia informatica fa leva sulla nuova legge approvata in primavera, che consente l’oscuramento dei siti che pubblicizzino ed inducano a commettere reati. Soprattutto, quelli con contenuti terroristici. Una parte della Procura, però, si domanda: è reato scrivere “Mi piace”? Il termine esprime approvazione sul merito del contenuto, oppure un mero giudizio sulla pubblicazione della notizia?

Eppoi, la magistratura ragiona su un problema giuridico non di poco conto: da un lato sostiene la tutela del diritto di avere informazioni e di accedervi, dall’altro ha il dovere di perseguire i reati.

La vicenda, a quanto pare sotto certi versi giocabile su profili squisitamente costituzionali, trae origine dagli attacchi che nelle scorse settimane sono stati fatti contro siti istituzionali della Liguria. I cyber-jihadisti hanno svuotato le home di alcuni Comuni, riempiendole di proclami a favore del Califfato Islamico. Lo scorso gennaio hanno “oscurato” il sito di Torriglia, il 14 agosto hanno attaccato quello di Dolcedo. Non basta. L’indagine sarebbe scattata proprio dalla denuncia del titolare di una ditta di prodotti informatici della provincia di Imperia. L’azienda di “servizi in grado di affrontare qualsiasi problematica di natura tecnica su personal computer e periferiche”, negli scorsi mesi è stata messa off- line dagli attacchi hacker. Una bella mattina i dipendenti hanno trovato il sito web svuotato, riempito con frasi inneggianti la Guerra Santa e di foto inquadranti occidentali che torturano o maltrattano cittadini arabi e musulmani. Successivamente, i “partigiani” del cybercaliffato hanno twittato le loro azioni, facendo proselitismo. Agli hacker sotto indagine ( ne sono stati individuati tre, tutti nordafricani che vivono tra Genova e il Ponente), ritenuti vicini ai “pirati” informatici tunisini, agli amministratori del sistema telematico dello Stato Islamico, la Procura della Repubblica contesta l’accesso abusivo ai sistemi informatici, l’apologia e l’istigazione a fini terroristici, tanto da iscriverli nel registro degli indagati. Per i pm sarebbero collegati ai sei membri arrestati in Francia, che negli scorsi mesi si sono resi responsabili di attacchi ai siti web di scuole, ospedali ed uffici pubblici transalpini. Lo scorso 13 gennaio un gruppo di hacker filo Isis avevano preso possesso per trenta minuti proprio degli account del Comando Centrale Statunitense, ente che reagisce a eventuali crisi mediorientali e difende le nazioni dalle aggressioni.