4 Dicembre 2014

Donatella Di Cesare, Heidegger e gli ebrei, Bollati Boringhieri

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Fonte:

L'Espresso

Autore:

Wlodek Goldkorn

Filosofo nero

Antisemita. Non solo in politica, ma soprattutto come pensatore. Convinto che gli ebrei fossero il nulla. I quaderni di Heidegger inediti in Italia riaccendono la polemica

Parlare di Auschwitz non è possibile senza Martin Heidegger. Ma la filosofia di Heidegger fa parte del modo di vedere il mondo che ha portato all’esistenza di Auschwitz, alle camere a gas, ai forni crematori, all’idea di annientare quella parte dell’umanità, gli ebrei, che secondo i nazisti non era degna di abitare il pianeta Terra. In altre parole, il pensiero del filosofo tedesco nato a Messkirch nel 1889 e scomparso a Friburgo nel 1976, è indispensabile per chiunque voglia confrontarsi con la Shoah, ma nello stesso tempo la sua filosofia è stata funzionale perché si verificasse la catastrofe dell’Occidente. È questa la sconvolgente tesi di Donatella Di Cesare, filosofa (insegna a La Sapienza di Roma), allieva di Hans-Georg Gadamer, uno dei maggiori interpreti di Heidegger, e lei stessa vice presidente della Martin Heidegger-Gesellschaft, l’associazione dedicata al filosofo. Di Cesare ha da poco dato alle stampe un libro intitolato “Heidegger e gli ebrei” (Bollati Boringhieri). Sottotitolo: “I quaderni neri”. “I quaderni neri” sono gli appunti personali del pensatore. La prima parte è stata resa pubblica in Germania solo qualche mese fa (in Italia uscirà per Bompiani a fine 2015). Per ora si tratta di 1.200 pagine che vanno dall’anno 1931 al 1941 (gli altri volumi arrivano fino al 1969). È stata la lettura di quei testi la molla che ha portato Di Cesare a fare i conti non solo e non tanto con Heidegger, ma con l’intera tradizione della filosofia tedesca e quindi con buona parte della filosofia occidentale. Filosofia, secondo Di Cesare, una mite signora di origini ebraiche, fondata in larga parte sul pregiudizio antisemita. Pregiudizio non razziale, ma metafisico e ontologico (e cioè radicale, all’origine delle cose). L’ebreo sarebbe stato percepito, raccontato e analizzato dai filosofi della “Terra del tramonto” in quanto entità estranea all’Occidente e alla sua storia. Per questo andava annientato.

Ma procediamo con ordine. Che Heidegger, membro del partito nazional-socialista e per alcuni mesi rettore dell’Università di Friburgo, si fosse compromesso con il nazismo, lo sapevano tutti. Ma, salvo qualche polemica (vedi box), era opinione comune che si trattasse di uno sbandamento (lo diceva Gadamer). Hannah Arendt, che fu sua allieva e amante, spiegava che spesso capita ai grandi filosofi di non capire molto di politica. Dell’antisemitismo hedeiggeriano ha certamente parlato Karl Jaspers, ma l’ostilità nei confronti degli ebrei e verso un certo spirito considerato ebraico (“cosmopolita”, “borghese”, “calcolatore”) era comune a molti bravi intellettuali degli anni Venti e Trenta. Comunque non veniva messo in dubbio il fatto che (come osservò Habermas, anni fa) Heidegger avesse rinnovato la filosofia come nessuno dopo Hegel. La sua intuizione fondamentale: occorreva liberarsi dalla metafisica, smettere di cercare un’essenza eterna nelle cose e riscoprire invece “l’Essere”: cioè la fonte autentica e dinamica del nostro “essere umani”. Per farlo, bisognava tornare ai greci prima di Socrate, alla percezione del mondo precedente Platone, sbarazzarsi della dittatura della tecnica, delle macchine, del mondo degli oggetti che ci circonda. La fenomenologia di Heidegger del resto aveva molti adepti ebrei: Arendt, Herbert Marcuse, e via via fino a Jacques Derrida. «La lettura dei quaderni neri», dice ora a “L’Espresso” Di Cesare, «cambia il quadro». Di simile parere sembra essere Peter Trawny, il curatore tedesco delle opere del filosofo. Proprio in questi giorni esce in Italia un suo saggio nel libro “Metafisica e antisemitismo” (ETS) con interventi di vari autori sui “Quaderni neri” (a cura di Adriano Fabris). «Trawny però», prosegue Di Cesare, «non vede la continuità tra il pensiero filosofico tedesco e Heidegger. E del resto nessuno finora ha scritto la storia dell’antisemitismo nella filosofia occidentale, e forse sarebbe il caso di farlo. Per questo il mio libro parte da un excursus da Lutero e fino ad Adolf Hitler». Alla domanda su che cosa accomuna al Führer Lutero, Kant, Hegel, Fichte e perfino Nietzsche (che si definiva come “anti antisemita”), la risposta è: «L’idea che l’ebreo è un ingannatore, un mentitore, e che occorre sbarazzarsi dell’ebraismo. Kant parla dell’eutanasia dell’ebraismo, per Hegel l’ebraismo non aveva posto nella storia dell’Occidente». La studiosa si è data la briga di leggere “Mein Kampf” di Hitler in chiave filosofica («nessuno lo fa, si dà per scontato che è un delirio razzista»). E invece lei trova che in quel testo il razzismo non è biologico, ma ha un suo fondamento teologico-politico:«Siccome l’ebreo è mentitore per natura, nei suoi confronti non valgono le regole normali, neanche in caso di guerra. Non è un nemico da combattere a viso aperto. È qualcuno da annientare con l’inganno: gli si dice che va a fare la doccia mentre lo si conduce alla camera a gas. Gli si nega perfino la dignità della morte, la sepoltura, fondamento del nostro vivere da umani, quando lo si trasforma nel fumo dei camini dei crematori». E qui entra in gioco Heidegger. Nei “Quaderni neri” finora resi pubblici gli ebrei vengono menzionati esplicitamente 14 volte. Molte? Poche? Di Cesare risponde così: «Poi ci sono innumerevoli accenni agli ebrei, usando altre parole e frasi, ma che riportano l’ebraismo appunto alla sua presunta essenza che secondo Heidegger è “Weltlos”, priva del mondo e non appartenente al mondo. Ecco il fondamento ontologico e non certo razzista dell’antisemitismo del filosofo». Simile però, suggerisce Di Cesare tra le righe del suo libro, a quello dei nazisti. Per capire il concetto del Weltlos è utile tornare a una lezione dello stesso Heidegger in cui spiegava che l’elica dell’aereo è inanimata, è “Weltlos”, non appartiene alla storia, a meno che su quell’aereo non ci sia il Führer che va a trovare il Duce. Ecco, gli ebrei sono come l’elica, non appartengono né alla storia né al mondo. «Anzi», sottolinea Di Cesare, «gli ebrei per Heidegger non hanno posto in quello che lui chiama “la storia dell’Essere”». Non sono questioni solo teoriche. Perché la prassi del Terzo Reich è legata a questo modo di pensare. Seguiamo ancora Di Cesare che in questa conversazione, come nel libro, cerca di evitare il gergo spesso oscuro degli heideggeriani, e quando non può farne a meno, lo spiega. «Per Heidegger», dice, «gli ebrei sono immersi negli “enti”, cioè nel mondo degli oggetti e delle cose che ci circondano: un universo che preclude il contatto con l’Essere, con la fonte dell’autenticità, appunto». L’ebreo è una specie di artefatto, che «costituisce un impedimento alla storia dell’Essere». Tradotto in linguaggio comune, per la sua natura l’ebreo è un ostacolo a un futuro libero dal giogo della tecnica e di tutto ciò che ci rende prigionieri del presente e privi di un progetto dell’avvenire. E qui si arriva al cuore del ragionamento e pietra dello scandalo: «I nazisti non pensavano solo di governare il mondo, volevano rimodellarlo. Volevano estirpare ciò che ritenevano incompatibile con il loro progetto. Quell’entità incompatibile e di stampo metafisico, erano gli ebrei». Attenzione: sarebbe sciocco dire che Heidegger è l’ispiratore di Hitler («la sua colpa è stata casomai quella di non aver capito, dopo la guerra, che Auschwitz fosse una rottura radicale nella storia») ma il suo pensiero sugli ebrei non è dissimile da quello del Führer, nelle sue conseguenze ultime. Che sono non solo il massacro, ma la scomparsa degli ebrei. In termini filosofici: gli ebrei sono un nulla, e allo stato del nulla debbono essere riportati. In concreto (per Hitler, non per Heidegger): su questa terra non devono rimanere neanche i loro cadaveri. E parlando del “nulla” in termini filosofici, Di Cesare spiega quanto Heidegger non avesse capito ciò che insegna l’ebraismo: il nulla non è assenza, ma è l’Altro. Tradotto: Heidegger non aveva capito che qualunque progetto del futuro debba essere collettivo e poggiare su un dialogo, una conversazione. «In fondo», dice la studiosa, «il Dio degli ebrei è un Dio che pone domande, si interroga e interroga, ascolta e si fa ascoltare». Aggiunge: «È un peccato che Heidegger non l’abbia compreso, perché per molti versi il suo pensiero corre parallelo a quello ebraico». Un ulteriore paradosso che lei articola così: «La sua idea di tempo non come fatto oggettivo misurabile ma come dimensione del futuro assomiglia all’idea che del tempo hanno gli ebrei». Spiegazione: gli ebrei vivono, oltre che nel presente, nel tempo messianico, nella speranza della redenzione. Quando celebrando a Pasqua la liberazione dalla cattività egizia, dicono «l’anno prossimo a Gerusalemme», intendono l’anno prossimo la Redenzione. Senza questa fede non c’è ebraismo, neppure quello laico. E per Heidegger invece la Redenzione non esiste? Di Cesare rimanda alla conclusione (da brividi) del suo libro. In un celebre frammento Walter Benjamin, filosofo ebreo tedesco, parla dell'”Angelo della storia” che, sospinto dal vento della bufera, ha lo sguardo volto all’indietro per contemplare il paesaggio delle macerie. Questa tempesta è il progresso. «Il “vento del paradiso” di Benjamin», spiega la studiosa, «per Heidegger è invece un vento gelido, che non solleva l’angelo in alto, ma lo lascia immerso nelle “brume della Foresta Nera”». Divinità infernali, pagani al posto del Messia messaggero di Dio. Apocalisse e Auschwitz come fine della filosofia. E allora cosa rimane? «Moltissimo», risponde Di Cesare. «Senza categorie heideggeriane come “fabbricazione di cadaveri”, “dominio della tecnica” e simili non è possibile alcun approccio ad Auschwitz. E non si può nemmeno capire il mondo. Non a caso, per un poeta come Paul Celan o un intellettuale come Jean Améry (lui stesso sopravvissuto al lager), Heidegger era un punto di riferimento. «Resta da scrivere la fenomenologia dei campi di sterminio», conclude Di Cesare. Una sfida indicibile.