4 Dicembre 2016

Analisi dell’arcivescovo di Chieti-Vosto sul recente incontro della commissione mista tra Chiesa Cattolica e Gran Rabbinato d’Israele

BForte

Fonte:

IlSole24Ore

Autore:

Bruno Forte

La riconciliazione religiosa per la pace

La Commissione mista fra la Chiesa Cattolica e il Gran Rabbinato d’Israele si è riunita a Roma dal 28 al 30 novembre scorsi sul tema “Promuovere la pace di fronte alla violenza in nome della religione”. Invitato a introdurre i lavori da parte cattolica, sono partito dalla tesi di Samuel P. Huntington, nel libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale (Garzanti, Milano 1997: orig. New York, 1996), che individua la sfida globale dell’immediato futuro nel conflitto delle civiltà, identificate con i grandi mondi religiosi. A1 centro di questa sfida si pongono in particolare Ebraismo, Cristianesimo e Islam, non solo per i loro rapporti storici e culturali, ma anche a motivo dell’alleanza profilatasi fra movimenti antioccidentali e forme di violenza che pretendono di rifarsi alla fede islamica. È legittimo perciò chiedersi a quali condizioni potrà essere corretto e fecondo il rapporto delle culture segnate dal cristianesimo da una parte con Israele, dall’altra con le società e le culture islamiche. A partire dalla Dichiarazione “Nostra Aetate” del Concilio Vaticano II il rapporto fra cristianesimo ed ebraismo è stato oggetto di una nuova presa di coscienza da parte dei cristiani. In particolare, si è riscoperta la convinzione dell’Apostolo Paolo secondo il quale Israele e la Chiesa camminano entrambi verso il compimento delle promesse di Dio (cf. Paolo in Rom 11). Di conseguenza, ciò che è possibile e doveroso cercare fra loro è un cammino comune verso la riconciliazione voluta dall’Eterno, quale si avrà nel tempo ultimo che il Dio della promessa riserva per le sue creature. L’idea di una riconciliazione “in itinere” supera ogni ipotesi di sostituzione, secondo cui la Chiesa avrebbe preso il posto del popolo eletto nel piano divino della salvezza: Israele resta e resterà fino all’ “éschaton” il testimone dell’elezione e delle promesse di Dio, “radice santa” (cf. Rom 11,16 e 18) su cui la Chiesa è innestata e dalla quale non le sarà mai lecito prescindere. Non ci sarà allora autentico dialogo fra i cristiani e Israele senza un effettivo loro amore nei confronti della promessa fatta ai Padri, dei testi in cui essa si esprime e del popolo che ne è stato e ne è testimone nella storia a prezzo anche della vita. Non è difficile costatare come la relazione fra ebraismo e cristianesimo troppo spesso non sia stata vissuta così: la storia è purtroppo colina di pregiudizi e di incomprensioni dei cristiani nei confronti del popolo ebraico. Ecco perché per avanzare nel cammino della riconciliazione occorre un’autentica conversione, da vivere a differenti livelli: in primo luogo occorre individuare e riconoscere con precisione le colpe commesse contro il popolo ebraico e i loro effettivi responsabili. Ciò non va fatto solo in rapporto alla Shoah, ma anche più in generale in relazione a quell’ “insegnamento del disprezzo”, che è stato alla base di tanto antisemitismo e di tante sofferenze del popolo eletto. Le colpe commesse vanno riconosciute con quella larghezza di cuore che rende capaci di chiedere perdono anche a nome di quanti sono stati effettivamente colpevoli. Quest’atteggiamento è richiesto non di meno al popolo ebraico riguardo alle responsabilità storiche che oggi gli competono ad esempio in riferimento ai Palestinesi: proprio così esso potrà mostrare l’eccellenza della sua elezione e la singolarità della misericordia del Signore di cui ha fatto esperienza, per essere insieme con i discepoli di Gesù, ebreo ed ebreo per sempre, testimone dell’unico Dio, Padre di tutti. Su questa via, Ebrei e Cristiani potranno non solo costruire il cammino di riconciliazione cui sono chiamati dal Dio unico, ma anche contribuire efficacemente alla costruzione della pace per l’intera famiglia umana. L’altro mondo religioso cui il cristianesimo deve in modo particolare rapportarsi in vista della realizzazione di un nuovo ordine mondiale fondato sulla giustizia e sulla pace è l’Islam. Ciò da cui occorre partire per il configurarsi di un atteggiamento corretto verso questo mondo religioso è una valutazione obiettiva del bene che la fede nel Dio unico insegnata da Maometto può operare. Quest’approccio non deve nascondere le differenze che esistono fra Cristianesimo e Islam,specialmente in ordine alla responsabilità verso la pace: sebbene entrambe le fedi siano fortemente motivate alla missione verso l’altro, nell’esercizio di questo compito l’Islam non esclude l’uso della violenza e dell’imposizione forzata, il Cristianesimo molte volte non l’ha escluso, anche se mai ha potuto appellarsi alla prassi e all’insegnamento di Gesù. La “guerra santa” in nome di Allah sarà sempre una possibilità per il musulmano, anche se essa va intesa anzitutto come combattimento spirituale per vincere se stessi e solo in seconda battuta come lotta per diffondere la fede islamica; la violenza esercitata in nome del Vangelo resterà scandalo e contraddizione rispetto ad esso, tradimento che, per quanto più volte perpetrato nella storia, sarà non di meno bollato dalla coscienza cristiana più avveduta. Si giunge così al complesso di questioni, che più di ogni altro solleva il dibattito sul contributo che dall’Islam potrà venire alla causa della pace: ipotizzando una crescita esponenziale della presenza islamica nei paesi dell’Occidente, c’è da temere per la libertà e la democrazia in queste culture caratterizzate dalle libertà democratiche e dalla forte coscienza-derivata dal Cristianesimo – del valore inalienabile della persona e dei suoi diritti? La risposta non può essere né semplice né univoca: fermo restando il valore del dialogo, e bollando ogni politica di esclusione pregiudiziale, legittimamente si dovrà chiedere l’adempimento di una duplice condizione. La prima è che il rispetto dell’identità di ciascuno valga non solo nei confronti dei nuovi venuti, ma anche nei confronti di chi li accoglie, in modo tale che i diritti e le libertà di tutti siano garantiti e promossi; la seconda è che la libera riconosciuta ai fedeli dell’Islam nei Paesi di tradizione cristiana sia analogamente riconosciuta a tutti – credenti e non credenti – nei Paesi islamici. Senza questa reciprocità si avrebbe ragione di dubitare della possibilità di convivenza fra identità al tempo stesso così vicine e così lontane fra loro. A tal fine occorre che sia esercitata tanto sul piano del diritto quanto su quello delle mentalità un’azione volta a far maturare anche nelle culture segnate dall’Islam il principio del diritto inalienabile della persona alla libertà religiosa. Il sacrario della coscienza dovrà, insomma, restare dovunque oggetto del massimo rispetto, tutelato e promosso nella pienezza dei suoi diritti, assicurati a tutti, nessuno escluso.

Bruno Forte è Arcivescovo di Chieti-Vosto