18 Gennaio 2016

Alberto Di Consiglio descrive l’attentato antisemita davanti al Tempio Maggiore di Roma del 9 ottobre 1982

AlbertoDiConsiglio

Fonte:

www.lastampa.it

Autore:

Giacomo Galeazzi, Ilario Lombardo

Nel 1982 l’attentato alla Sinagoga in cui morì Gaj Taché, il testimone: “In Questura mi mostrarono foto di giovani dall’aspetto nordico”

Il racconto di Alberto Di Consiglio che quel giorno vide gli attentatori

In questura gli mostrano un libro. Dentro ci sono fotografie di giovani dall’aspetto nordico. Alberto Di Consiglio è spiazzato, inizialmente non capisce e chiede spiegazioni: «Ma mi dicono di non fare domande e di limitarmi a rispondere». Il libro arriva dalla Germania Ovest. «Sono le foto segnaletiche degli estremisti di destra e di sinistra sorvegliati dalla Bnd, i servizi segreti tedeschi».

Il 9 ottobre 1982, Alberto Di Consiglio, agente di commercio di 32 anni, sta accompagnando il figlio e la nipote alla benedizione dei bambini in sinagoga a Roma. E’ armato. «Quel giorno mi sono svegliato con un brutto presentimento, c’era un clima pesante, l’antisemitismo si respirava per strada- si stropiccia gli occhi-. Scritte sui muri, attentati in Europa a anche qua in Italia. Persino chi aveva ricevuto medaglie per aver salvato ebrei durante la Seconda guerra mondiale, diceva di volerle riconsegnare paragonando gli israeliani ai nazisti».

Oggi Alberto, a 65 anni, rivive gli istanti più strazianti della sua vita e lo fa nei luoghi in cui tutto accadde. Erano i giorni della guerra in Libano. Da settimane si moltiplicavano minacce e intimidazioni a istituzioni ebraiche. L’1 ottobre una bomba era esplosa in una sede della comunità a Milano. Al ghetto di Roma un ex partigiano aveva organizzato un gruppo di volontari per difendere il vecchio quartiere ebraico nel dopoguerra. Si chiamava Pacifico Di Consiglio, ma tutti lo conoscevano come Moretto. Alberto è suo figlio: «Avevamo paura, perché si stavano moltiplicando i segnali di morte». A fine giugno, al termine di un corteo della Cgil a sostegno della Palestina una bara era stata deposta davanti al Tempio Maggiore. «Sembrava dovesse succedere qualcosa da un momento all’altro. Avevamo più volte avvertito la polizia, ma ci avevano risposto di non preoccuparci: c’erano in giro le pattuglie». E invece.

La mattina del 9 ottobre Alberto ha con sé una pistola, con regolare porto d’armi. Ce l’ha per lavoro: spesso è costretto a trasportare molto contante per forniture di abbigliamento. Ma prima di varcare la soglia del Tempio ha uno scrupolo: «Mi fermo e mi viene di mettere la doppia sicura. Come un gesto di rispetto a Dio».

Appena entra è colpito dalla presenza di due giovani alti e biondi, mai visti prima. «Sembravano nordeuropei». Avevano degli zaini e stavano in piedi, in fondo alla sinagoga. «Finita la cerimonia con il rabbino, usciamo e mi viene spontaneo appoggiarmi a un palo davanti all’ingresso da cui potevo vedere tutti. Tengo gli occhi fissi su quei due che nel frattempo si erano spostati di là, nello spiazzo». Alberto, appoggiato allo stesso palo di allora, indica le palme e la targa dedicata a Stefano Gaj Taché, il bambino di 2 anni che morì nell’attentato in cui rimasero ferite altre 40 persone. Ricorda benissimo che i due uomini dall’aspetto nordico si isolarono qualche passo più in là rispetto a dove si erano raccolti, in festa, bambini e genitori. In un lampo, Alberto si volta: alla sua destra, sullo stesso marciapiede, a dieci metri da lui, un commando esce dal portone della casa dei rabbini. «Sventagliate di mitra e bombe sulla folla. Una esplode vicino a me. Estraggo la pistola e la punto come mi avevano insegnato a fare al poligono. Ma non so cosa succede, il carrello si inceppa, o non riesco a togliere la sicura. Provo a scarrellare di nuovo, ma nulla». Intorno a lui grida e sangue. Gli attentatori scappano lungo via Catalana. «Sì erano arabi – ricostruisce lui – Nel frattempo, però, non vedo più i due biondi. Sono scomparsi».

Un buco sul marciapiede davanti al cancello della sinagoga testimonia l’intensità dell’attacco. Quando sulla scena, tra i corpi dilaniati, fanno irruzione i carabinieri, trovano armato solo Alberto. Sconvolto, con la pistola ancora in mano: «Un carabiniere mi afferra il collo, allora io mi qualifico, ma mi portano lo stesso in caserma. Racconto tutto, descrivo i due biondi». Una cosa che Alberto osserva, e su cui continua a interrogarsi dopo tutti questi anni, è la loro posizione: erano appena fuori la linea del fuoco, sulla destra, di fronte al punto d’irruzione del commando, al riparo da bombe e proiettili.

Dopo l’attentato e l’interrogatorio dei carabinieri, per mesi nessuno domanda più niente ad Alberto, ma qualcuno ha saputo della sua testimonianza e vuole rivederlo. Un giorno d’estate, tornando a casa per una doccia, trova un biglietto nella buca delle lettere. E’ convocato in questura, a via San Vitale. E’ sorpreso, lo annuncia al padre, Moretto. Quando arriva davanti agli investigatori, gli squadernano il libro dei servizi tedeschi con le foto segnaletiche dei sospetti terroristi. «Io obietto: ma questi non sono arabi». Gli rispondono di non fare commenti e gli chiedono se riconosce qualcuno. A ogni fotografia Alberto risponde di no. Lo lasciano andare. Uscendo si porta dietro un’ombra che lo ossessionerà per anni e che incrocia una pista mai davvero percorsa dagli inquirenti. Una pista che riporta a una sigla, Brigate Rosse Olp, tra le prime a rivendicare l’attentato ma sin dall’inizio giudicata inattendibile. Gli anni di piombo avevano lasciato in eredità la saldatura tra la causa palestinese e il terrorismo rosso. E la Germania ne era l’epicentro, con la Banda Baader-Meinhof legata al guerrigliero Carlos e al Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp). Alberto non sa se queste siano solo suggestioni, ma dopo quell’interrogatorio in questura non ha più raccontato la sua storia: «Nessuno me lo ha chiesto». Oggi che esce dal centro di cultura ebraica e, immerso in dolorosi ricordi, passeggia lungo via del Tempio si sente ancora un sopravvissuto. Dopo l’attentato, però, non ha più rinnovato il porto d’armi: «Mi pento solo di non essere riuscito a sparare, quel giorno».