13 Giugno 2016

Seconda edizione de “La Mappa dell’Intolleranza”

Data:

13/06/2016

Fonte:

www.voxdiritti.it

Vox_mappaintolleranza

Ecco la Mappa dell’Intolleranza

2 milioni e 700 mila tweet analizzati, 7 mesi di lavoro, 3 università coinvolte. Sono i numeri della seconda edizione de “La Mappa dell’Intolleranza”, il progetto, voluto da Vox, che insieme alle università di Milano, Bari e Roma ha mappato i tweet contro donne, omosessuali, disabili, immigrati, ebrei e musulmani, per fotografare un’Italia intollerante verso le minoranze e le diversità.

Sanremo, 2016. Valerio Scanu si esibisce al festival stringendo un microfono “arcobaleno”. E la rete si scatena, con una valanga di tweet omofobi. Amsterdam, 25 gennaio 2016: vertice UE per salvare Schengen. Piovono insulti dalla rete. Città del Vaticano, gennaio 2016. Il Papa dichiara “ebrei e cristiani, un’unica famiglia”. E su Twitter gli insulti non si fanno attendere.

Negri, terroni, puttane, culattoni, ritardati. Il lessico dell’odio torna protagonista della nuova versione della Mappa dell’Intolleranza, il progetto ideato da Vox – Osservatorio italiano sui diritti in collaborazione con le università di Milano, Bari e La Sapienza di Roma. Al suo secondo anno di rilevazione, la mappatura consente l’estrazione e la geolocalizzazione dei tweet che contengono parole considerate sensibili e mira a identificare le zone dove l’intolleranza è maggiormente diffusa – secondo 6 gruppi: donne, omosessuali, immigrati, diversamente abili, ebrei e musulmani – cercando di rilevare il sentimento che anima le communities online, ritenute significative per la garanzia di anonimato che spesso offrono (e quindi per la maggiore “libertà di espressione”) e per l’interattività che garantiscono.

Efficace strumento contro il cyberbullismo, la Mappa dell’Intolleranza, mutuata sull’esempio della Hate Map messa a punto dalla californiana Humboldt State University, dimostra ancora una volta come i social media diventino un veicolo privilegiato di incitamento all’intolleranza e all’odio verso gruppi minoritari, data la correlazione sempre più significativa tra il ricorso a un certo tipo di linguaggio e la presenza di episodi di violenza. Rispetto alla versione precedente, la Mappa dell’Intolleranza anno 2 presenta alcune significative differenze: è stato aggiunto il cluster dell’islamofobia alla mappatura. È stato fatto un focus su Milano e Roma, due città considerate nevralgiche per l’alto numero di tweet intolleranti. Infine, è apparsa evidente la correlazione tra alcuni fatti di cronaca e l’esplosione della rete.

“La mappatura di Milano e Roma ci consente di dare una finalità concreta al progetto”, spiega Silvia Brena, giornalista, co-fondatrice di Vox. “Il senso ultimo del progetto è infatti quello di consentire azioni efficaci di prevenzione sul territorio. Conoscere le zone dove l’intolleranza è più alta, e quali sono le sue diverse declinazioni, consente alle amministrazioni pubbliche di costruire progetti ad hoc, per esempio nelle scuole e nelle zone considerate più a rischio. Perché imparare ad usare le parole giuste, parole capaci di elaborare emozioni e non lanciate come mattoni addosso agli altri, apre al confronto e all’inclusione”.

“La Mappa dell’Intolleranza anno 2 dimostra ancora una volta l’esistenza radicata nel nostro Paese e nelle nostre città di una resistenza “sociale” alla tolleranza e all’accettazione del diverso” afferma Marilisa D’Amico, costituzionalista, co-fondatrice di Vox. “Le parole ‘d’odio’ che abbiamo mappato, durante questi mesi di lavoro, sono veicolo di discriminazioni e stereotipi che ostacolano l’eguaglianza effettiva, come sancita dalla nostra Costituzione. Per questo, i risultati della Mappa dell’Intolleranza anno 2 dovrebbero rappresentare un segnale chiaro per la politica e per le istituzioni: i diritti non si garantiscono solo sulla carta, ma è necessario agire sul contesto culturale con azioni concrete e di prevenzione.”

Come è stata costruita la mappa

La prima fase del lavoro ha riguardato l’identificazione dei diritti, il mancato rispetto dei quali incide pesantemente sul tessuto connettivo sociale: questa fase è stata seguita dal dipartimento di Diritto Pubblico italiano e sovranazionale dell’Università degli Studi di Milano; la seconda fase si è concentrata sull’elaborazione di una serie di parole “sensibili”, correlate con l’emozione che si vuole analizzare e la loro contestualizzazione: questo lavoro è stato svolto dai ricercatori del dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica della Facoltà di Medicina e Psicologia, Sapienza Università di Roma, specializzati nello studio dell’identità di genere e nell’indagare i sentimenti collettivi che si esprimono in rete. Nella terza fase si è svolta la mappatura vera e propria dei tweet, grazie a un software progettato dal Dipartimento di Informatica dell’Università di Bari, una piattaforma di Social Network Analytics & Sentiment Analysis, che utilizza algoritmi di intelligenza artificiale per comprendere la semantica del testo e individuare ed estrarre i contenuti richiesti.

“Le mappe sono state costruite utilizzando un sistema per l’estrazione e l’analisi di contenuti pubblicati sui social network. Il software è stato interamente progettato dal nostro gruppo di ricerca, e utilizza algoritmi per l’analisi semantica dei contenuti e la comprensione del ‘sentiment’ convogliato dai tweet”, spiega Giovanni Semeraro professore associato all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. “Rispetto allo scorso anno il software è stato notevolmente migliorato: ora gli algoritmi sono molto più sofisticati, e sono in grado di comprendere e gestire al meglio le sfumature del linguaggio, riducendo notevolmente il numero di tweet ambigui presenti sulle mappe. Allo stesso modo molta attenzione è stata dedicata all’individuazione di tecnologie scalabili che ci permettono di estrarre ed elaborare in modo efficace grandi quantità di dati”.

Infine, i dati raccolti sono stati analizzati statisticamente ed elaborati da un punto di vista psico-sociale dal team della Sapienza, dando vita alla Mappa dell’Intolleranza.

I risultati

Sono stati estratti e analizzati 2.659.879 tweet, rilevati tra agosto 2015 e febbraio 2016, considerando 76 termini sensibili. Tra questi, 112.630 sono stati i tweet negativi geolocalizzati. I termini sono stati individuati a partire da quelli che nella rilevazione 2013-2014 sono risultati più frequenti; inoltre, è stata diffusa a livello nazionale una survey on-line, che chiedeva agli intervistati di indicare 5 termini negativi che rivolgerebbero a ognuno dei 6 gruppi di persone. Sebbene non sia possibile calcolare un preciso tasso di risposta, delle 1358 persone che hanno avuto accesso alla survey on-line, 935 (69%) hanno completato il questionario. Il risultato sono le ormai note cartine termografiche dell’Italia.

Quanto più “caldo”, cioè vicino al rosso, è il colore della mappa termografica rilevata, tanto più alto è il livello di intolleranza rispetto a una particolare dimensione in quella zona. Aree prive di intensità termografiche non indicano assenza di tweet discriminatori, ma luoghi che mostrano una percentuale più bassa di tweet negativi rispetto alla media nazionale.

Perché Twitter? Sebbene tra i social network non sia quello maggiormente utilizzato per la condivisione di stati personali (primeggiano Facebook e Google+), il fatto che Twitter permetta di re-twittare dà l’idea di una comunità virtuale continuamente in relazione e l’hashtag offre una buona sintesi del sentimento provato dall’utente.

“Soltanto 140 caratteri disponibili in un tweet consentono a un atteggiamento individuale di diffondersi ed essere condiviso da un infinito numero di utenti, spesso ‘garantito’ dall’anonimato della rete”, spiega  Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, professore ordinario alla Facoltà di Medicina e Psicologia Sapienza Università di Roma. “Minacce, insulti razzisti o omofobi, commenti sessisti, immagini private pubblicate per vendetta sono tutte evacuazioni psichiche che online trovano il luogo ideale per esprimersi. Data, infatti, l’assenza di interazioni fisiche, contatto visivo, condivisione delle espressioni facciali, tono della voce, i filtri e le (auto)censure cadono, le mediazioni si annullano e la comunicazione si fa più “agita”, continua Lingiardi. “Fuori dalla rete, questo tipo di comunicazione può assumere dimensioni ragguardevoli e la frustrazione e il disagio quotidiano possono cronicizzarsi in forme aggressive. Dunque, che fare? La nostra mappa permette di individuare le zone in cui l’ ‘hate speech’ è stato maggiormente twittato. Questo ci consente di attivare campagne preventive sia attraverso l’elaborazione di materiali didattici e formativi sia attraverso interventi nelle scuole e incontri allargati con le realtà territoriali”.