14 Gennaio 2014

Riflessione di Valentina Pisanty sull’antisemitismo di Dieudonné

Data:

14/01/2014

Fonte:

Doppiozero – www.doppiozero.com

Autore:

Valentina Pisanty

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L’antisemitismo storico di Dieudonné

Che la quenelle vada intesa come un gesto scurrile, una provocazione anti-establishment o un’allusione al saluto nazista sarebbe una questione di scarsissimo rilievo se nelle ultime settimane i media internazionali non l’avessero eletta a materia di dibattito, contribuendo a viralizzarla e a circonfonderla di un alone di sinistro richiamo. La filologia del gesto non ha alcuna importanza: d’ora in avanti chi lo riproduce è tenuto a sapere che sta giocando con (cioè nella stessa squadra di) un antisemita dichiarato.

Il significato sta nell’uso, e lo scandalo mediatico crea il contesto, motivo per cui ogni nuova occorrenza della quenelle si carica di tutti i sensi che nel frattempo le sono stati attribuiti. Così funziona la macchina mitologica di cui Dieudonné è un abile manovratore, e tutti gli altri – chi lo condanna come chi lo acclama – i manovali più o meno consapevoli. Anche queste righe, purtroppo, contribuiscono a far girare l’ingranaggio, il quale potrà essere disinnescato solo quando l’attenzione pubblica si sarà spostata altrove.

Supponiamo che ciò sia già avvenuto e che del caso Dieudonné si possa parlare a freddo, col senno di poi, al passato remoto. Si racconterà che nel dicembre del 2013 un uomo di spettacolo francese, già noto alle autorità giudiziarie come agitatore antisemita nonché evasore fiscale, riuscì a farsi largo sui giornali di mezzo mondo. L’impennata di visibilità scaturì dall’improvvida esecuzione, da parte di un attaccante del West Bromwich Albion, del caratteristico gesto dell’ombrello a braccio teso con cui Dieudonné introduceva i suoi sketch: in quel contesto “faire une quenelle” a qualcuno significava “infilargliela nel posteriore”, e la misura della penetrazione era specificata dal punto di appoggio del braccio ausiliario, come si usa fare in alcuni paesi arabi per indicare le lunghezze non solo sessuali.

Era da qualche mese che la quenelle circolava sui media francesi, postata in rete da due militari fotografati in posa beffarda davanti a una sinagoga, ripresa da Jean-Marie Le Pen e Bruno Gollnisch al parlamento europeo, da un gruppo di dipendenti del Parco Asterix, da un soggetto non identificato davanti alla scuola ebraica di Tolosa, e così via, fino alla famigerata esultanza calcistica di Nicolas Anelka che da un giorno all’altro moltiplicò la schiera degli imitatori.

Non si trattava di un tormentone qualsiasi però. Il meme era strettamente collegato all’identità del suo artefice, controverso animatore della scena mediatica francese, la cui crescente popolarità era proporzionale alla sua capacità di generare polemiche. Originariamente votato alla causa degli immigrati e dei sans-papiers, autore di satire contro ogni tipo di fondamentalismo religioso, fervente anticolonialista, antirazzista e antisionista, nel corso degli anni 2000 Dieudo – come lo chiamavano i fan – aveva identificato nella lobby ebraica l’origine di tutti i mali, a cominciare dai mancati finanziamenti di un suo progetto cinematografico sulla tratta negriera. Convintosi della tesi (storiograficamente risibile) di Louis Farrakhan secondo cui il commercio degli schiavi africani dal Cinquecento in poi fu principalmente opera dei ricchi commercianti ebrei, nel 2006 aveva stretto rapporti cordialissimi con Mahmud Ahmadinejad, ottenendo finanziamenti dall’Iran in cambio di una sempre più incendiaria militanza contro il “sistema americano-sionista”.

Nel frattempo si era avvicinato al Front National di Alain Soral e di Jean-Marie Le Pen, mentre si accompagnava ad alcuni fuoriusciti dalla sinistra radicale francese che, come Serge Thion, si erano convertiti al negazionismo. Nel dicembre del 2008 aveva perciò invitato sul palco del teatro Zenith, a Parigi, il campione del negazionismo europeo, Robert Faurisson, al quale un tecnico in pigiama a quadretti e stella gialla aveva consegnato un trofeo a forma di candelabro, il “premio dell’infrequentabilità e dell’insolenza”, tra le risate e gli applausi del pubblico. “Non sono d’accordo con tutte le tesi di Faurisson”, precisava Dieudo. “Per esempio, nega la tratta degli schiavi organizzata presso l’isola di Gorée, al largo di Dakar”. Strizzata d’occhio: dunque nulla da eccepire sulla negazione dello sterminio ebraico. “Ma per me, è la libertà di espressione che conta”.

Invano intervennero Bernard Henri-Lévy, Serge Klarsfeld e una schiera di opinionisti allarmati, molti dei quali si chiesero se non fosse il caso di impedire gli spettacoli-comizio con precise interdizioni. L’effetto più immediato (e prevedibile) di tali levate di scudi fu l’innesco di un ulteriore ciclo di polemiche: erano più deprecabili le sortite del comico o la prepotenza dei suoi avversari? L’argomento garantista è noto: non è necessario condividere le idee di qualcuno per difendere il suo diritto di esprimerle (Voltaire eccetera) e, come sempre accade in queste occasioni, il provocatore di turno si erse a paladino dei più alti valori democratici. Al contempo, i sostenitori – imbeccati da Dieudonné stesso – interpretavano le condanne e le censure come le ennesime riprove (se mai ce ne fosse bisogno) della cospirazione sionista e dei suoi addentellati ideologici: sacralizzazione della memoria, monopolio della condizione di vittima, minimizzazione delle tragedie altrui (“due pesi, due misure”) e supporto incondizionato dell’Occidente a Israele. Si osservi che molti di questi argomenti non erano prerogativa del discorso antisemita: né Jean-Michel Chaumont, né Esther Benbassa, Peter Novick o Idith Zertal (le fonti a cui Dieudonné indirettamente attingeva) erano sospettabili di pregiudizi antiebraici. Ma il suo talento risiedeva per l’appunto nella capacità di trasformare i frammenti di discorso critico in salvacondotti per i più scontati stereotipi denigratori.

Gli ingredienti che confluivano nella proposta politica di Dieudonné erano talmente incongrui da spiazzare ogni commentatore serio: antirazzismo e lepenismo, liberalismo e sostegno all’Iran, nazionalismo e frode fiscale… Eppure il variegato pubblico – banliuesards, neofascisti, ex-trotskisti, ragazzi e ragazze di imprecisata fede politica… – si identificava in lui, sbellicandosi alle sue gag. “S’il y a des antisémites dans la salle, vous pouvez rester”, motteggiava Dieudo prima di intonare i versi di “Shoananas”. Boati di approvazione.

La risata scaturisce sempre dallo scontro di due piani logici incompatibili: in questo caso, la trivialità degli sketch e la sacralità dei temi di cui trattavano (la memoria della Shoah). Ma per ridere di qualcosa o di qualcuno occorre un accumulo più o meno esplicito di pulsioni aggressive e auto-assertive. Lo scontro inaspettato tra matrici logiche incongruenti fa esplodere tale tensione, da cui l’effetto emotivamente liberatorio della risata.

A quali pulsioni auto-assertive attingevano le gag di Dieudonné? Non solo al fastidio per la retorica celebrativa della memoria traumatica, melenso lavacro delle coscienze europee da quando la Shoah è stata eletta a evento paradigmatico della storia del Novecento.  Dieudonné non si limitava (come invece fa Tova Reich in My Holocaust, per esempio) a indirizzare la sua satira contro la banalizzazione, la sacralizzazione, lo sfruttamento commerciale e gli abusi politici della memoria olocaustica. Quando invitava il pubblico ad accogliere Faurisson con un’ovazione, quando si rammaricava dell’inoperatività delle camere a gas (“Quand je l’entends parler, Patrick Cohen, je me dis, tu vois, les chambres à gaz… Dommage”), quando dichiarava di avere urinato sul Muro del Pianto, quando caricaturizzava il tono lamentoso di coloro che lo accusano di antisemitismo, era evidente che lo zimbello, il ricettacolo delle scariche di aggressività, era proprio l’Ebreo ipocrita e manipolatore, così come descritto dalla propaganda antisemita otto e novecentesca. Da questo repertorio di pregiudizi antiebraici attingeva a piene mani, senza alcuna virgolettatura ironica, proprio come accade nelle barzellette razziste più grossolane. La semplice menzione della parola “ebreo” era sufficiente per squassare la platea dello Zenith: come ha osservato Arthur Koestler, talvolta basta una causa infinitesimale per scatenare immense riserve di energia emotiva latente (tra cui sadismo, sessualità repressa e paura), generando una risata “cattiva” del tutto priva di gaiezza e di autentico humour. Per molti spettatori di Dieudonné, il risentimento contro gli ebrei era profondo e reale.

Da dove veniva questa ostilità? Dall’indignazione contro Israele e le sue politiche militari? Solo in parte, e in modo piuttosto strumentale: gran parte del pubblico ignorava i dati storici del conflitto medio-orientale. Piuttosto, l’ostilità si alimentava dell’identificazione emotiva con le vittime palestinesi, elette a simbolo universale degli esclusi e degli oppressi: una categoria molto includente in cui in tempo di crisi  era facile riconoscersi. Tramite lievi aggiustamenti del solito archivio antiebraico i nuovi antisemiti assimilavano gli ebrei a Israele, da un lato, e gli ebrei a Wall Street dall’altro. D’altro canto, la rappresentazione egemone dell’ebreo-vittima di cui era satura la scena culturale strideva con la percezione inflazionata della potenza finanziaria e militare ebraica: da qui la tentazione di negare l’Olocausto, inteso – in prospettiva antisemita – come la principale arma di ricatto di cui disponeva la comunità ebraica mondiale per esercitare la sua influenza tentacolare.

Abile nello sfruttare il risentimento dei subalterni e degli emarginati a scopi autopromozionali, Dieudonné (e altri come lui) contrabbandò come lotta anti-establishment i più triti luoghi comuni dell’antisemitismo storico. Fu così che, ancora una volta, persone oggettivamente svantaggiate da quello che chiamavano semplicisticamente “il sistema” stornarono la loro consapevolezza su un avversario immaginario.