15 Giugno 2017

Relazione del professor Claudio Vercelli sulla destra radicale al seminario “Essere antifascisti oggi”. La natura dei neofascismi contemporanei e la crisi della democrazia sociale e dei pluralismi

Fonte:

www.patriaindipendente.it

Autore:

Claudio Vercelli

La “destra nera” in Europa. Radici di una persistenza

La sintesi della relazione svolta al seminario del 27 maggio promosso dall’ANPI “Essere antifascisti oggi”. La natura dei neofascismi contemporanei e la crisi della democrazia sociale e dei pluralismi

Sul piano della ricerca del monopolio nell’eversione agli ordinamenti democratici, tra le forze del passato e quelle del presente non esiste necessariamente un effetto di sostituzione. Semmai è meglio parlare di sovrapposizione e di concorrenzialità, a volte oppositiva, altre volte compensativa o comunque transitiva. In altre parole: non è vero che una emergenza sostituisca l’altra. Cerchiamo di capirne qualcosa.

Radicalismi religiosi e politici

Se la scena europea del radicalismo pare oggi dominata dall’angosciante manifestazione del terrorismo islamista, destinato purtroppo ad accompagnare a lungo le trasformazioni delle società a sviluppo avanzato, la presenza del neofascismo e del neonazismo in Europa non si è per nulla arrestata. Ancorché apparentemente contrapposti in alcuni loro capisaldi di fondo, i radicalismi a matrice religiosa e quelli di natura politica trovano, infatti, alcuni comuni denominatori nel loro agire. Tra di questi, i tentativi di dare corso al reclutamento di simpatizzanti, sostenitori e militanti, attraverso la legittimazione della prevaricazione sistematica, con una proposta d’azione del tipo: “sii tu stesso parte attiva di questo meccanismo” (la militanza identitaria); quindi, la messa in campo di una strategia d’azione basata sulla violenza che, se in molti casi, raccoglie il biasimo, il discredito e quindi il rifiuto della maggioranza della popolazione, tuttavia non a essa si rivolge bensì a soggetti predeterminati, i quali ne subiscono invece un vero e proprio effetto di fascinazione (anche in ragione proprio del rifiuto dei più); il ricorso a una persistente e martellante offensiva ideologica, dove gli obiettivi ossessivamente richiamati sono essenzialmente tre: l’enfatizzazione della appartenenza a un gruppo di “iniziati” e di predestinati, per il fatto stesso di condividere dei convincimenti radicali e irriducibili a qualsiasi mediazione; l’odio di fondo, che si fa concreta avversione fisica, nei confronti della collettività (alternativamente presentata come composta da miscredenti, da apostati, da “nemici”, da inani, imbelli e inetti che “non meritano di continuare a vivere” se non come subalterni); l’avversione sistematica per il liberalismo, inteso come filosofia politica basata sulla centralità dell’individuo nell’esercizio della sua libertà di scelta, così come soprattutto per la democrazia sociale e partecipativa, ridotta a oclocrazia, ossia il governo fatto dalle moltitudini disordinate e degenerate.

Neofascismo e pulsione di morte

Il neofascismo sta dentro questo tracciato, al medesimo tempo vecchio e nuovo. A ciò unisce un’irrisolta pulsione di morte, un vitalismo funereo, una passione esasperata per il cadaverico. Ai lettori ciò parrà essere qualcosa di tendenzialmente irrilevante non meno che sgradevolmente inconsistente ma, è bene ricordarcelo, dal fascismo storico, tra il 1919 e il 1943, ai neofascismi, dal 1943 in poi, il rimando a questo insieme di fattori è strategico. Riassumiamo: il settarismo esasperato; un aristocraticismo dello “spirito” dei cosiddetti “migliori”, che in realtà è la copertura del disprezzo per la dimensione sociale, ossia il rapporto tra eguali; il rifiuto della individualità, intesa come centro della vita umana; la passione per ciò che è inanimato, ossia uniforme, nel senso di eternamente identico e, quindi, incapace di esprimere qualcosa di personale, soggettivo, in una parola autentico. Il fascismo, infatti, più che una compiuta teoria politica si presenta storicamente come una visione regressiva sia dell’antropologia dell’uomo (ossia, per così dire, dei suoi caratteri più profondi) sia dei rapporti che egli intrattiene con i suoi simili. Bisogna quindi prendere coscienza che la sua concezione reazionaria delle relazioni umane, persistente da quanto la destra radicale vide la luce, come risposta alla Rivoluzione francese del 1789, così come il suo violento ritorno sulla scena in tempi più recenti – a partire da alcuni paesi dell’Est che i conti con il loro passato li stanno facendo alla rovescia – ne denunciano la stringente attualità.

Per coglierne l’emergenza non c’è peraltro bisogno di assistere all’adunata di camicie nere, al Musocco di Milano, oppure ai pellegrinaggi predappini o, ancora, alla crescente presenza di CasaPound insieme alle minacce, anonime o firmate che siano, nei confronti di quei giornalisti che indagano sul sottobosco neofascista. Sono solo alcuni tra gli estremi, altrimenti falsamente liquidati come residuo folcloristico, di una presenza invece carsica che, come tale, mai è venuta meno nel corso del tempo. Negli ultimi decenni ha poi trovato nuova linfa, inserendosi anche nel disagio sociale, ma soprattutto rivelando al medesimo tempo una capacità metamorfica e di adattamento che fanno del lascito del fascismo, di buon grado, «un passato che non passa».

Le parole chiave

Il transito consumatosi in questi ultimi trent’anni, infatti, è stato segnato dal ritorno di temi e di motivi che sono transitati, dal loro originario costituire patrimonio di piccole nicchie, quindi ai margini della scena politica, a oggetto di discussione e di considerazione nell’agenda di alcuni governi e di una parte dell’opinione pubblica generalista. In altre parole: non siamo dinanzi al ritorno del fascismo-regime, in sé completamente consumatosi, e neanche davanti alla rivincita del neofascismo “storico”, bensì all’adozione di una serie di parole chiave (tali perché capaci di scaldare gli animi e di mobilitare parte della collettività), che derivano dal lessico neofascista, non solo per la loro origine ma anche e soprattutto per l’accezione che assumono nell’odierna discussione pubblica. La qual cosa pone molti problemi. C’è chi ha scritto, riferendosi al linguaggio, che «gli usi delle parole costituiscono, soprattutto nello spazio pubblico, strumenti fondamentali di lotta politica, perché hanno l’effetto di determinare cosa può essere detto e cosa no in una congiuntura specifica. Rendono cioè lecite espressioni fino ad allora ritenute scandalose e provocano la censura o l’autocensura per espressioni fino ad allora ritenute accettabili. Per questa ragione le trasgressioni linguistiche sono sempre state tra i principali strumenti utilizzati per condurre dei colpi di mano in politica».

Si pensi alla traiettoria del fascismo storico, dal sansepolcrista manifesto dei Fasci italiani di combattimento del 1919 fino alla carta di Verona del tardo autunno del 1943: le incursioni nel lessico della sinistra connotano non di certo un’adesione ai suoi moventi; semmai l’obiettivo è esattamente opposto, ovvero quello di carpirne l’uso, manipolandone il significato più profondo. Per poi farlo definitivamente proprio. La guerra ai “nemici” liberali, socialisti, anarchici, comunisti, più in generale a chi non aderisce alla dottrina del “marciare per non marcire”, la si fa non solo distruggendone i luoghi di aggregazione, assassinandone gli esponenti come i militanti, tacitandone ogni residua possibilità di espressione e censurando le opinioni ma anche e soprattutto cercando di deprivare gli oppositori di uno dei beni più preziosi, nel passato al pari del presente, ossia la capacità di comunicare dei significati condivisi, sulla base dei quali stabilire piattaforme di lotta politica. In altri termini, i fascismi da sempre si alimentano del furto dei significati delle parole che rimandano alla mobilitazione collettiva, stravolgendone i contenuti a proprio favore. Tutto il linguaggio della destra radicale odierna deriva da questa precisa operazione: saccheggiare il vocabolario della partecipazione politica, per azzerarla completamente. Ciò che conta, nel pensiero di queste organizzazioni, è infatti non il fare politica bensì il distruggerla. Il fascismo, invero (ed è questa un’altra sua caratterizzazione), non promuove la politica medesima, per sua natura pluralista, ma la sua più completa delega a pochi gruppi di interesse. Ciò che semmai si adopera nell’offrire a chi vi aderisce, è il gusto dell’azione fisica fine a se stessa, dall’invettiva denigratoria al menare le mani, fino agli esercizi di violenza più inauditi poiché totalmente prevaricatori.

Fatte le debite proporzioni, fenomeni similari si stanno verificando, in questi anni, con quei movimenti, quei partiti, quei gruppi politici che, a vario titolo, in Europa come anche in altre parti del mondo, si rifanno al populismo ma anche a ideologie variamente definite come “identitarie” e “sovraniste”. Non è infrequente che questi incapsulino, in una veste altrimenti più presentabile, alcuni tra i vecchi e “solidi” motivi del neofascismo continentale. Il populismo finge che qualsivoglia virtù riposi, a prescindere dai concreti riscontri, nella volontà di un non meglio identificato «popolo» che sarebbe, per il solo fatto di esistere, il depositario di verità incontrovertibili: basterebbe interrogarlo per avere le risposte giuste. A esprimerne le istanze si incarica poi il leader carismatico, che assume la veste di oracolo insindacabile (ducismo). L’identitarismo rimanda all’esistenza di una «identità» profonda, immutabile, indiscutibile, che si accompagnerebbe ai caratteri di una nazione: si tratta della versione di poco più aggiornata delle teorie razziali novecentesche, quelle che postulano la fissità dei caratteri etnici in quanto espressione di una costituzione biogenetica immutabile (suprematismo). Il sovranismo, infine, nell’età della globalizzazione più spinta, dove la ricchezza è il prodotto di una circolazione continua, soprattutto dei capitali, si pone l’obiettivo di fissare nel territorio, e in una sua presunta protezione capillare, in genere esercitata attraverso il ricorso alle forze armate e con il presidio politico delle “forze sane della nazione”, le basi per garantire la prosperità sociale: da ciò, il rifiuto dei processi migratori, le fantasie ripetute sull’«invasione dello straniero» ma anche un profondo autoritarismo, che attribuisce alle autorità pubbliche funzioni prevalentemente repressive nei confronti di tutto ciò che non sia uniformabile a un non meglio precisato «interesse comune» (passaggio dalla questione sociale alla questione penale).

Il panico identitario

Populismo, identitarismo, sovranismo, radicalismi alimentano incessantemente, a proprio beneficio, una percezione di «panico identitario». Che cosa vuole dire? Indicando nel cambiamento sociale, economico, culturale in atto una minaccia alla continuità esistenziale degli individui, come delle società di cui sono parte, offrono da un lato dei bersagli contro i quali lanciare la propria angoscia, che così si fa rabbia e poi furore. Al tempo stesso, per incentivare questo comportamento, alimentano l’angoscia da spossessamento, quella per cui sempre più spesso molte persone si sentono messe in discussione, a partire dallo status sociale declinante, nel loro ruolo e nell’identità che ritenevano di avere consolidato una volta per sempre.

Detto questo, più che con un ritorno del “fascismo” classico abbiamo semmai a che fare con uno spostamento dell’asse politico verso alcune sensibilità tipiche della destra radicale. Il linguaggio adottato nella discussione pubblica ne è un indice rilevante: si tratta dello “sdoganamento” di parole dietro alle quali si cela un universo mentale che si fa in qualche modo proposta politica. Un fatto che ha investito una parte sia dell’Europa sia degli Stati Uniti. Con riflessi anche in altre parti del mondo (l’India hindu, ad esempio), laddove i processi di globalizzazione hanno ulteriormente agevolato le capacità espansive di atteggiamenti, pensieri e condotte basate sull’intolleranza sistematica. Fermo restando che una facile e diretta equazione tra fondamentalismi, neofascismi e intolleranza, da sé spiega molto poco. Dovremmo semmai interrogarci sul perché gli accentuati autoritarismi, profondamente illiberali ai limiti del liberticidio, raccolgano, come nel passato, un crescente seguito. Non solo di militanza ma, più in generale, di consenso. Tacito finché occorre, poi manifesto quando se ne creino le condizioni per la sua emersione. È infatti netto e indiscutibile il nesso tra questo andamento (che si intreccia con la dirompenza dei sovranismi e degli identitarismi), con la persistente egemonia culturale di un discorso politico dominante, quello di matrice neoliberale e liberista, che impone agli individui, nei momenti del bisogno, alcun riparo che non sia altro che il rifugiarsi in se stessi. La permanenza e il lievitare dei radicalismi sono fenomeni interconnessi alla crisi dei sistemi di protezione sociale e, più in generale, al declino della funzione redistributiva dello Stato e delle amministrazioni pubbliche. Quand’essa si ricollega e si annoda alla trasformazione che il lavoro sta subendo, oramai da almeno tre decenni a questa parte, con la disintegrazione del sistema dei diritti, è la stessa idea di cittadinanza sociale che viene a rarefarsi, fino a ripiegare su di sé, in attesa che intervenga qualche forza “provvidenzialistica”, capace di colmare un vuoto nei confronti del quali gli individui sono completamente disarmati. Non meno che impauriti.

L’immagine protettiva

Il ritorno della tentazione fascista sta nel fatto che essa offre di sé un’immagine protettiva. E come se dicesse a una folla angosciata: “se ti senti abbandonato dalle istituzioni, se ti ritieni leso nei tuoi diritti, se temi di essere espropriato di ciò che già hai ma che pensi possa esserti ingiustamente sottratto, noi potremmo essere la tua soluzione”. Poiché qualsivoglia fascismo, trascorso come presente, veste da sempre i panni sia della distruzione del “nemico” sia della tutela degli omologhi a sé. Sono le sue due polarità fondamentali: eliminazione di ciò che è visto come diverso (ossia lo stesso pluralismo politico, culturale e sociale) e, quindi, presentato in quanto minaccia; offerta di riconoscimento ai soggetti “obbedienti”, destinati ad allinearsi e a comportarsi come degli animali addestrati. Non a caso, quindi, ricorre continuamente ai discorsi sull’«identità», sulla «terra» (intesa come «sangue e suolo»), sullo «straniero», sull’«invasione» e sulla «minaccia», sul «popolo e la morale» (soprattutto nel senso di un’ipotetica rottura dell’ordine naturale, sul quale si fonderebbe qualsiasi etica pubblica, e della funzione delle autorità carismatiche come strumento per ripristinarlo), sull’«élite traditrice contro il popolo autentico» (ovvero della surrettizia lotta dal basso contro l’alto), quindi sulla «prossimità» tra identici e la «distanza» rispetto ai «diversi». Il transito è allora quello del capovolgimento della lotta sociale: non più dei “poveri” contro i “ricchi” ma dei “meno poveri” contro i “più poveri” e non per redistribuire le risorse esistenti in maniera più equa ma, piuttosto, per accaparrarsene il maggiore numero possibile, a danno degli altri. Il declino della democrazia partecipativa ne è il suggello, insieme al riaffermarsi della liceità delle diseguaglianze più esasperate come paradigma di fondo delle nostre società. Affermare che questi disequilibri strutturali siano il prodotto di una presunta naturalità dei meccanismi di «mercato» equivale all’antica affermazione per cui, dinanzi a un massacro di indifesi, ci si rassicurava dicendo: «Dio lo vuole!».

L’Ungheria e il gruppo di Visegrád

Dopo di che, stabilito un primo legame di causalità, non basta fermarsi a esso. Il radicalismo di destra, che non è più la stanca riedizione dei regimi degli anni Trenta, avendo sviluppato semmai una sua autonomia politica da quelle esperienze storiche, si presenta oggi come una complessa e stratificata galassia. I moventi e le radici, insieme agli sviluppi e alla sua capacità di adattarsi alle condizioni date, inducono quindi a parlare più di «estrema destra postindustriale» (sulla scorta di quando già il politologo Piero Ignazi sottolineava diversi anni fa) che non, in senso più stretto, di fascismo di ritorno. La cifra comune, tra i diversi movimenti che affollano la scena continentale, è un radicalismo non solo politico ma anche culturale e morale. Come tale dichiarato, rivendicato e compiaciuto di sé. Si tratta di un’area rumorosa che, in più circostanze, si intreccia, mantenendo irrisolti rapporti di contiguità e scambio, con le destre di governo. Trova oggi nell’Ungheria, e più in generale nell’area dei paesi del gruppo di Visegrád, il vero laboratorio di una trasformazione che rinverdisce il passato e attenua ogni speranza per un pluralismo a venire. L’intreccio tra gli autoritarismi di una parte dell’Est europeo e le “democrature” dei vari Putin ed Erdogan, come anche dei regimi – più o meno solidi o decadenti – di un Assad (al quale molta parte del neofascismo italiano guarda con simpatia), piuttosto che dello sciismo iraniano, al di là dei giochi geopolitici e delle mutevoli alleanze, fanno da cornice alle singole evoluzioni nazionali. Ne sono una sorta di ventre molle, nel quale svilupparsi. Se per un certo lasso di tempo il vincolo antifascista aveva impedito tali invasioni di campo oggi, invece, sono molto spesso bene accette. È questo, senz’altro, il punto dolente: abbiamo a che fare con un neofascismo da salotto buono, la cui funzione è di rendere non solo culturalmente leciti ma anche socialmente plausibili esercizi di autoritarismo della cui traduzione in atti concreti si incaricano poi forze politiche falsamente moderate.

Comunità, identità, sangue e suolo

Ancora una volta l’Ungheria di Orbán ha qualcosa da insegnarci, al riguardo. È un gioco di reciprocità, che sta producendo i suoi effetti. La destra radicale vive peraltro la crisi di rappresentanza delle sinistre, riformiste e non, come un’opportunità senza pari. Può carpirne una parte del suo elettorato, smarrito dai cambiamenti e in crisi di ruolo. Fondamentale è, per il suo programma, rielaborare i legami sociali da un punto di vista etnico. Il suo punto di forza è che parla a un’intera collettività, denunciandone i problemi comuni (invece volutamente omessi dal discorso neoliberale), ma offrendo a essi una soluzione dichiaratamente regressiva. Alla società sostituisce il concetto di «comunità», quest’ultima costituita da soggetti affratellati da vincoli di sangue e di reciprocità etnica; ai percorsi di spaesamento e di smarrimento della soggettività contrappone l’idea di una «identità» forte, basata sul binomio tra «sangue e suolo»; contro il senso di espropriazione materiale e di subalternità economica statuisce l’idea che la difesa degli interessi sia prerogativa di un tradizionalismo che trova nella cristallizzazione feudale delle appartenenze la sua falsa realizzazione; alla farraginosità dei sistemi rappresentativi risponde con il ricorso all’autorità carismatica e all’insofferenza verso i diritti. Tre sono quindi i fattori di maggiore tensione, allo stato attuale delle cose: il declino della democrazia partecipativa, la crisi dei sistemi di Welfare e gli effetti continentali delle immigrazioni. Tutti e tre segnalano la grande movimentazione che ha coinvolto le società a sviluppo avanzato, inserendosi a pieno titolo dentro le logiche di mutamento che ne accompagnano l’evoluzione. Dall’insicurezza che da essi deriva, così come dal mutamento di statuto sociale del lavoro, oramai retrocesso a figura ancillare nella creazione delle identità collettive, il radicalismo politico sta traendo un significativo giovamento. Ha saputo infatti rilanciare la carta della socialità, abbandonata oramai da una parte della stessa sinistra (ripiegata sul mero riconoscimento dei diritti civili), declinandola però sul versante delle appartenenze etno-razziali. E alla crisi del capitalismo industriale risponde indicando la necessità di una guerra senza quartiere a quello finanziario, al quale dà il volto del «mondialismo» giudaico (o «sionista»). Non è una destra che non si confronti con la modernità, semmai incorporandone numerosi aspetti, a partire dalla dimensione tecnologica. La presenza sul web, così come il ricorso alla musica come fattore di aggregazione e di proselitismo, sono due indici significativi della capacità pervasiva dei suoi messaggi. Ma se in questo caso propende a occupare e colonizzare culturalmente la parte più giovane di società in via di veloce invecchiamento, il recupero in chiave fobica di due temi quali l’omosessualità (intesa come manifestazione di perversione della «natura umana») e l’immigrazione (segno di contaminazione) diventano i cavalli di Troia del binomio «legge e ordine», da rivolgere indistintamente a tutti.

Lo Stato dell’eccezione permanente

Il neofascismo si presenta quindi, nella sua essenzialità, come un discorso sulla necessità di rimoralizzare una società che avrebbe perso i suoi autentici «valori»: in campo pubblico, dove tutto sarebbe malaffare, latrocinio, pandemonio, confusione e distruzione; in campo privato, dove sarebbero prevalse le spinte “contro-natura”, indirizzate a disgregare, attraverso le politiche dei diritti civili, la “naturale gerarchia” tra aristocrazie morali e subalterni. Ciò che il radicalismo fascistizzante prefigura non è quindi la restaurazione di qualcosa che è già stato ma la distruzione di ciò che c’è e che avrebbe fallito: la democrazia. Di fatto, professando queste posizioni, ambisce a portare a compimento lo smantellamento brutale dello Stato dei diritti per sostituirlo con la condizione dell’eccezione permanente, quella che deriva dal doversi opporre a un nemico, chiunque esso sia, rimanendo in uno stato di mobilitazione spasmodica. Una società che si senta perennemente sotto pressione, risulterà comunque meno disponibile a tutelare le proprie libertà, semmai negoziandole e poi cedendole a favore di quanti dovessero presentarsi come coloro che la sanno tutelare, ossia proteggere, dalla minaccia pervasiva e incombente del rischio di un’ecatombe collettiva. In tale modo, il radicalismo di destra si candida a rappresentare e a governare parti delle nostre società abbandonate a sé. Ancora una volta in un gioco di specularità con una qualche parte più rispettabile della comunità politica, di cui spesso si rivela essere un imbarazzante ma necessario alter ego, svolgendone il «dirty job» di dire ciò che altrimenti sarebbe interdetto dall’arena pubblica. Consapevole che la variabile del tempo potrebbe risultare a suo favore. Non torna il fascismo storico ma senz’altro declinano la democrazia sociale e il pluralismo. È questo il vero problema.