1 Maggio 2004

EUMC-Manifestations of Antisemitism in the EU 2002-2003

Data:

01/05/2004

Fonte:

EUMC

Tratto da: EUMC-Manifestations of Antisemitism in the EU 2002-2003 pagg. 225-241

2.1.2 DEFINIZIONI, CONCETTI E TEORIE

INTRODUZIONE

Poiché i fenomeni di discriminazione sono sempre legati a determinati contesti sociali e storici, e per nulla auto-evidenti, il problema di definirne il contenuto e l’ambito riveste una importanza fondamentale per ogni processo di raccolta e di valutazione dei dati. In questo caso la qualità – ovvero la comparabilità e la comprensibilità – di qualsiasi esame sistematico del fenomeno dell’antisemitismo e delle sue diverse manifestazioni dipende da due requisiti di base:

Innanzitutto, una comprensione comune di terminologia e definizione e, in secondo luogo, un accordo su terminologia e definizione concepito in modo da strutturare e inquadrare tutti gli elementi e aspetti rilevanti del fenomeno monitorato.

Per soddisfare il secondo requisito, una definizione appropriata e valida di antisemitismo deve avere senso sia in relazione alle radici e alle occorrenze storiche del fenomeno che rispetto al tipo di impegno che si esprime nel processo di monitoraggio e valutazione. Questo impegno e le sue finalità sono definite dal Regolamento Consiliare dell’Unione Europea che instaura l’EUMC: “Obiettivo primario dell’EUMC è fornire alla Comunità ed agli stati Membri dati oggettivi, affidabili e comparabili a livello europeo sui fenomeni del razzismo, della xenofobia e dell’antisemitismo”.1Ciò significa che una caratteristica della definizione di antisemitismo dovrebbe essere la sua applicabilità ai processi di raccolta dati, ovvero dovrebbe essere non solo una definizione in grado di descrivere il fenomeno ad un meta-livello, ma anche avere la possibilità di identificare e allocare istanze concrete di occorrenze del fenomeno.

PROBLEMI RELATIVI ALLA DEFINIZlONE Dl ANTISEMITISMO

Se esaminiamo la letteratura relativa al fenomeno dell’antisemitismo, appare evidente che svariati problemi sono relativi all’uso del termine “antisemitismo”. Il primo problema è di carattere terminologico. “Antisemitismo” è il termine corretto per descrivere quegli atteggiamenti ed azioni che sono visti come una minaccia per gli ebrei e per la società nel suo insieme? Nella letteratura sull’antisemitismo un ampio spettro di termini diversi è utilizzato per nominare e categorizzare atteggiamenti ed azioni di pregiudizio e/o ostilità verso gli ebrei (in quanto ebrei). Il secondo problema si riferisce al come dovrebbero essere definiti i termini utilizzati correntemente: quando esattamente una determinata convinzione o un certo atteggiamento o atto può essere chiamato “anti-giudaico”, “antisemita”, o “giudeofobo”? E non ultime, vi sono le domande sull’eventuale emergenza di un “nuovo antisemitismo” negli anni recenti e se l’anti-sionismo e/o una critica non equilibrata di Israele e/o l’identificazione di Israele con gli ebrei rappresenti di per sé una forma di antisemitismo o no.

TERMINOLOGlA

In letteratura troviamo termini come “antisemitismo”, “antigiudaismo”, “anti-ebraismo”, “giudeofobia”, “odio verso gli ebrei”, “ostilità anti-ebraica”, “opposizione agli ebrei” e diverse combinazioni verbali del termine “antisemitismo”, come “antisemitismo cristiano”, “antisemitismo antico”, “antisemitismo pre-moderno”, “antisemitismo moderno”, “antisemitismo post-moderno”, “nuovo antisemitismo”, senza dimenticare l’uso distinto di “anti-Semitismo” e antisemitismo”. Alcuni di questi termini sono associati a determinati periodi storici e/o determinati concetti. Inoltre, alcuni autori usano “antisemitismo” come un termine onnicomprensivo di tutti i tipi di “stereotipo negativo riguardo agli ebrei, per sentimenti negativi e atti diretti contro gli ebrei in quanto ebrei, o contro gli ebrei nel loro insieme, o contro fenomeni di presunta origine ebraica.”2

La letteratura sull’argomento che si occupa esplicitamente dei problemi di terminologia suggerisce un uso distinto di determinati termini per epoche diverse e diverse forme di pensiero ed attività anti-ebraici. Una linea netta è tracciata tra, da un lato, i termini “antigiudaismo”, “odio degli ebrei”, “antisemitismo cristiano” e “antisemitismo antico” o “premoderno”, che sono usati per descrivere un’ostilità contro la “alterità” rerigiosa degli ebrei e, dall’altro lato, i termini “antisemitismo moderno”, “antisemitismo razzista”, “antisemitismo nazionalista”3o il termine generale “antisemitismo”, che sono usati per descrivere un sistema di credenze o anche di azioni ostili verso l’”ebreo” in quanto membro della “razza ebraico/semitica”.4 Inoltre, la maggior parte della letteratura si riferisce ad un “antisemitismo post-moderno” o “post-razzista”, un “antisemitismo senza antisemiti” che dopo il 1945 è andato divenendo un fenomeno più culturale che razzista e che è stato corredato di nuovi punti di riferimento (come la Shoà o Israele) e di un nuovo linguaggio, che mira ad evitare una scoperta retorica antisemita. Infine, parte della letteratura più recente parla di un “nuovo antisemitismo”, che è definito come una forma di antisemitismo post-post-nazional-socialista che si è evoluto nel contesto dei conflitti in Medio Oriente. Questo “nuovo antisemitismo”è chiamato da alcuni “giudeofobia”5, e descritto come un antisemitismo mascherato da anti-razzismo o anti-imperialismo e basato principalmente sulla “paura”6di un complotto ebraico mondiale.

L’esame dei diversi termini esistenti per descrivere gli atteggiamenti , e gli atti di pregiudizio e/oostilità contro gli ebrei (in quanto ebrei) mostra chiaramente che non c’è una soluzione terminologica ideale che possa resistere ad ogni critica. Il termine più comune per riferirsi al pensiero anti-ebraico del 19esimo, 20esimo e 21 esimo secolo è indubbiamente “antisemitismo”; un termine che non dovrebbe essere abbandonato troppo in fretta in quanto termine convenzionale di uso generale. Questo termine, che è un neologismo del tardo 19esimo secolo7, è particolarmente contestato per il fatto che il termine “semitico” usato in riferimento ad un certo gruppo linguistico, non è ristretto agli ebrei, e che le “razze semitiche” sono esistite solo nelle ideologie razziste che miravano a svilire le “nazioni semitiche” rispetto alle “nazioni indogermaniche”.8Tuttavia, il termine “antisemitismo” è stato coniato in riferimento agli ebrei e dalla sua origine è stato utilizzato comunemente solo in questo modo. Pertanto, la genericità del termine “semitico” da sola non dovrebbe essere una ragione sufficiente a giustificarne l’abbandono.

In questo rapporto, iltermine “antisemitismo” sarà usato in riferimento al pensiero antiebraico, come pure ad atteggiamenti e atti di pregiudizio e/o ostilità contro gli ebrei (in quanto ebrei) dopo il 1945 e la grafia “antisemitismo”sarà preferita ad “anti-Semitismo”. Questa scelta vuole dare conto del cambiamento avvenuto da un antisemitismo razzista ad uno culturale ed aiuterà, in questo contesto, ad evitare il problema della reificazione (e conseguente affermazione) dell’esistenza di razze in generale e in particolare di una “razza semitica”.

Il dibattito su antisemitismo e anti-sionismo9

Un altro problema, particolarmente presente nei dibattiti recenti sull’antisemitismo, è se l’anti-sionismo rappresenti o no, di per sé, una forma di antisemitismo. Strettamente legati a questo sono altri due problemi: dove si situa il confine tra una critica “giustificata” di Israele ed una critica “antisemita”? In quale misura le comunità e le istituzioni fuori da Israele si vedono come rappresentanti di Israele? Ed è di per sé antisemitismo se le comunità ed istituzioni ebraiche diventano un bersaglio delle proteste contro Israele e/o le sue politiche?

Per rispondere a queste domande, è chiaro che dobbiamo prima di tutto cercare una definizione di antisemitismo e degli altri termini rilevanti utilizzati (come “sionismo” e “antisionismo”.) La sezione seguente presenterà pertanto una panoramica delle posizioni (e delle definizioni ad esse sottese) nel dibattito sul rapporto tra, da un lato, anti-sionismo e critica di Israele (e critica degli ebrei a causa di Israele) e, dall’altro, antisemitismo.

Abraham Foxman, direttore nazionale della ‘Anti-Defamation League’ (ADL), con sede negli Stati Uniti, rappresenta un polo dello spettro di opinioni, esprimendo nettamente una posizione secondo cui “ciò che alcuni chiamano anti-sionismo è, in realtà, antisemitismo – sempre, ovunque e in ogni circostanza.”10 Per Foxman, l’anti-sionismo non ha nulla a che vedere con una opinione legittima, ma rappresenta “un’espressione di fanatismo e odio.”11 Dal suo punto di vista, “la maggior parte degli attacchi correnti ad Israele e al sionismo non riguardano, alla fine, le politiche ela condotta di un particolare stato-nazione. Riguardano gli ebrei.”12 Foxman definisce il sionismo come “nazionalismo ebraico, paragonabile al nazionalismo abbracciato dalla maggior parte dei gruppi etnici nel mondo.”13 Secondo Foxman, gli antisionisti attaccano esclusivamente il nazionalismo ebraico tacciandolo di razzismo, ma non condannano gli altri nazionalismi.

Coloro che identificano anti-sionismo e antisemitismo spesso citano Martin Luther King Jr. Viene citata la sua “Lettera ad un amico anti-sionista” dove dice:

[…] E cos’è l’antisionismo? E’ il negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che giustamente rivendichiamo per il popolo dell’Africa e accordiamo liberamente a tutte le altre nazioni del globo. E’ discriminazione contro gli ebrei, amico mio, perché sono ebrei. In breve, è antisemitismo.

L’anti-semita si rallegra ad ogni opportunità che gli si presenta di dare sfogo alla sua malevolenza. I tempi hanno reso impopolare, in Occidente, l’espressione aperta dell’odio contro gli ebrei. Pertanto, l’anti-semita deve costantemente cercare nuove forme e nuovi spazi per il suo veleno. Come deve divertirsi nel suo nuovo mascheramento! Non odia gli ebrei, è solo ‘anti-sionista’ !” 14

Antony Lerman, ex direttore esecutivo dell’”Institute for Jewish Policy Research” di Londra, sostiene che identificare l’anti-sionismo con l’antisemitismo “prosciuga la parola antisemitismo di un qualsivoglia significato utile”.15 Per Lerman, quando si esaminano le caratteristiche degli episodi di anti-sionismo, è indispensabile prendere in considerazione ”quelle cose che gli storici hanno tradizionalmente considerato come costituenti una visione del mondo antisemita: l’odio degli ebrei in quanto tali, credenza in un complotto ebraico mondiale [ … ]”.16Secondo Lerman, “la mescolanza di antisemitismo e anti-sionismo nel mondo arabo e musulmano è diverso dall’antisemitismo europeo tradizionale sotto due aspetti. Primo, l’ostilità verso gli ebrei è fondata su una protesta politica reale e secondo, conseguentemente, la forma antisemitica in cui tale protesta talvolta si esprime è mutevole: può essere più o meno intensa a seconda degli eventi.”17

Peter Pulzer, Presidente del “Leo Baeck Institute” di Londra, ha cercato di definire in modo operativo la linea divisoria tra la critica ad Israele e l’antisemitismo nell’analisi dei media sulla base di una lista di sette domande. Secondo Pulzer, bisogna verificare se si attaccano collettività anonime come “la comunità ebraica”, “la lobby ebraica”, o “gli elettori ebrei”; se è sottolineata l’affiliazione etnica o religiosa dei soggetti; se si esagerano il potere o lo status economico degli ebrei; se è lamentato il fatto che ogni critica di Israele viene automaticamente denunciata come antisemitismo, o se ogni denuncia di atti antisemiti o terrorismo suicida sono accompagnati da un “ma… “; se Israele, il suo governo e le sue politiche sono paragonati al nazismo e alla politica sudafricana dell’apartheid; ed infine se i boicottaggi o le sanzioni proposte sono dirette solo contro Israele e non contro gli altri paesi che violano i diritti umani e la legge internazionale. Pulzer aggiunge che la decisione se qualificare o meno una data critica come antisemita dipende dal contesto e, inoltre, distingue tra intenzioni esplicitamente antisemite e casi in cui l’effetto risultante è antisemita, anche se non lo è l’intenzione dello scrivente o dell’oratore. 18

Jonathan Freedland, giornalista britannico, analizza nel libro di Iganski e Kosmin “A New Antisemitism?” la questione se l’anti-sionismo possa essere considerato antisemitismo. Incomincia la sua argomentazione riferendosi alla definizione del Collins Dictionary di antisemita (“una persona che perseguita o discrimina gli ebrei”) e di sionismo (“un movimento politico per fondare e sostenere una patria nazionale per gli ebrei in Palestina”). Egli conclude, sulla base di quest’ultima definizione, che un anti-sionista è colui che si oppone al diritto all’esistenza (in Palestina) dello stato ebraico. Secondo Freedland, la più lampante delle collisioni tra antisemitismo, in quanto odio degli ebrei, e anti-sionismo, come opposizione ad un’idea specifica, si verifica “quando gli anti-sionisti, inavvertitamente o no, utilizzano un linguaggio o un immaginario antisemita per promuovere la loro causa:”19Freedland descrive l’identificazione di Israele, il sionismo e/o gli ebrei con il nazismo come “la più problematica di tutte le espressioni di antisionismo.” Inoltre, Freedland, esplicita le implicazioni dell’idea che anti-sionismo sia da considerare automaticamente antisemitismo, in particolare spiegando che “se l’antisionismo può essere identificato con l’antisemitismo, allora anche ebrei e sionisti sono identici.”20Freedland in effetti si riferisce ad un’analisi condotta dall’”Institute for Jewish Policy Research” nel 1995, che arrivò alla conclusione che per la stragrande maggioranza degli ebrei britannici “lo stato ebraico è divenuto inseparabile dalla loro ebraicità […] Questo dovrebbe almeno far esitare gli anti-sionisti: per quanto essi insistano che la loro condanna riguarda solo i sionisti, e non gli ebrei, questo non è il modo in cui tale condanna è vissuta dagli ebrei.21

L’argomento complessivo di Freedland è che l’anti-sionismo diventa antisemitismo quando concentra la sua critica su Israele e la sua politica in modo esclusivo, senza fare lo stesso per tutti gli altri paesi (che hanno storie simili). Egli ne conclude che alcuni anti-sionisti sono antisemiti, ma che altri presentano una sfida convincente ai nostri valori fondamentali.22

Secondo Werner Bergmann, del “Centre of Research on Antisemitism” di Berlino, l’antisemitismo può, dopo il 1945, assumere la forma dell’anti-sionismo e considerare “gli ebrei” collettivamente responsabili della politica israeliana. Bergmann fa notare che, in particolare nella Germania post-nazista, è andata sviluppandosi una forma di antisemitismo come rifiuto della colpa, che mirava a trascurare o diminuire la colpa attribuendola “agli ebrei”.23Bergman inoltre evidenzia che la Guerra dei Sei Giorni nel giugno 1967 ha portato ad un cambiamento nella percezione di Israele. In particolare, i paesi comunisti, i paesi del Terzo Mondo e la sinistra radicale in Europa occidentale hanno reagito, secondo Bergmann, con una brusca svolta in direzione di un anti-sionismo non scevro di antisemitismo. 24

Zeev Stemhell, scienziato politico alla Hebrew University di Gerusalemme, sottolinea la necessità di fare una distinzione tra antisemitismo, anti-sionismo e critica di Israele e delle sue politiche. Secondo lui, “l’anti-sionismo, nella forma di un ‘a-sionismo’ e nella forma di anti-nazionalismo, non è un fenomeno antisemita”. Tuttavia, egli sottolinea che l’anti-sionismo diventa immorale quando è espresso con l’intenzione di delegittimare l’esistenza dello stato di Israele.25

Secondo Brian Klug, professore associato di filosofia alla Saint Xavier University di Chicago, alcuni dei sostenitori della posizione secondo cui “non si può essere contro Israele o il sionismo [ … ] senza essere anti-semiti” esibiscono esattamente ciò che alcuni considerano un atteggiamento antisemita, ovvero identificare Israele con ‘gli ebrei ‘; citando Hillel Harkin: “Israele è lo stato degli ebrei.[ … ] Diffamare Israele è diffamare gli ebrei. Volere che non fosse mai esistito, o che cessasse di esistere, è voler distruggere gli ebrei.”26

Klug sostiene nel suo saggio che anti-sionismo e antisemitismo sono variabili indipendenti; l’antisemitismo può prendere la forma dell’anti-sionismo, ma esiste anche un antisionismo che non si basa sull’antisemitismo. Per sostenere il suo argomento, Klug sottolinea che il termine “anti-sionismo” si riferisce a svariate diverse posizioni rispetto ad Israele ed alla sua condizione di stato ebraico: “esse comprendono l’opinione secondo cui lo stato di Israele non ha diritto di esistere; che non sarebbe dovuto essere stato fondato dal principio; che non dovrebbe continuare ad esistere affatto; o che non dovrebbe continuare a sopravvivere come sistema politico specificatamente ebraico”27. Per Klug “non vi è nulla di intrinsecamente o inevitabilmente antisemita” in queste posizioni antisioniste. Inoltre, Klug nota cheanche nel caso in cui Israele sia separato dagli altri stati e criticato con parzialità non ne consegue che l’ostilità verso Israele sia antisemita. Mentre i Palestinesi sono divenuti un simbolo della lotta per l’autodeterminazione del terzo mondo, Israele è percepito da molti come una creazione europea e come il risultato di un movimento colonialista. Pertanto, secondo Klug, l’ostilità verso Israele riflette in molti casi “interessi territoriali, economici e politici insieme a principi generali di giustizia e diritti umani; non [riflette un] pregiudizio antisemita”.28Klug vedela sua opinione sostenuta dal fatto che l’ostilità verso Israele varia in riferimento alla situazione politica del Medio Oriente. Inoltre egli nota come sia difficile “valutare il grado in cui la nuova ondata di ostilità contro gli ebrei, che si irradia dal Medio Oriente, sia antisemita.” Il problema centrale qui, secondo Klug, è se la falsa credenza che tutti gli ebrei sono sionisti, o che tutti gli ebrei si identificano con Israele, o che tutti gli ebrei che si identificano con Israele sostengono le sue politiche, rifletta atteggiamenti antisemiti (basati su un pregiudizio a priori) o non esprima piuttosto una generalizzazione (basata su conclusioni particolari che eccedono il dato dell’evidenza). Quest’ultimo caso, secondo Klug, è condannabile ma non è antisemitismo.29

D’altra parte, Klug sottolinea che tutto ciò non significa che l’antisemitismo “non possa entrare e di fatto non entri nell’anti-sionismo.”30 Per lui, l’antisemitismo nel mondo arabo e musulmano è, comunque, una “formazione secondaria”, che non ha avuto una tradizione alle spalle prima che il conflitto politico con Israele rendesse conveniente incominciare a usare l’antisemitismo e incorporarlo ideologicamente come risorsa retorica – un processo che nel corso del tempo è andato sempre più assumendo una vita autonoma.31

Il dibattito sul “nuovo antisemitismo”32

Quasi tutti i contributi al recente dibattito sull’antisemitismo in Europa affermano o si riferiscono all’affermazione che un “nuovo antisemitismo” è andato evolvendosi negli ultimi anni. Anche per questo argomento, si fornirà qui un breve sommario delle posizioni relative al dibattito sul “nuovo antisemitismo” , prima di affrontare un’analisi più approfondita nella sezione successiva. Tuttavia, in questa sede dovremo già rispondere ad una domanda fondamentale: quale è il significato di “nuovo” per i sostenitori (ed anche gli oppositori) del concetto di “nuovo antisemitismo”?

L’idea di un “nuovo antisemitismo” non è solo recente. Robert Wistrich, uno dei sostenitori di questa tesi nel dibattito recente,33 già nel 1984 aveva parlato del “nuovo anti-sionismo antisemita” come di una forma che “rovescia tutti i nostri assunti e pertanto merita attenzione speciale”.34 Secondo Wistrich, anti-sionismo e anti-semitismo sono divenuti interdipendenti. Egli sottolineava in quel contesto che “ciò non significa che dovremmo di conseguenza mettere l’etichetta di antisemitismo a tutte le forme di anti-sionismo, men che meno a tutte le critiche allo stato di Israele e alle sue politiche.”35Vi sono, tuttavia, certe differenze tra il “nuovo antisemitismo” a cui si riferiva Wistrich nel 1984 e quello discusso oggi. Mentre i dibattiti recenti sono alimentati da atti effettivi di ostilità contro gli ebrei e le istituzioni ebraiche in Europa, le osservazioni di Wistrich negli anni ’80 si riferivano alla dimensione ideologica e simbolica dell'”anti-sionismo antisemita”. Wistrich identificava come obiettivo principale dell’”impulso anti-sionista” degli anni ottanta “incoraggiare un processo di alienazione tra Israele e le nazioni” e dividere “lo stato ebraico e il suo entroterra esposto e diasporico”36una conclusione in qualche misura diversa da quelle tratte nei dibattiti recenti.

Nel 1986, Michael R. Marrus, professore di Studi della Shoah all’Università di Toronto, respinse l’argomentazione a favore dell’esistenza di un “nuovo antisemitismo” che a) è ora relativo ad Israele o b) ha nuove motivazioni, affermando: innanzitutto le persone useranno sempre l’esperienza storica immediatamente precedente per sostenere le loro argomentazioni in polìtica – che abbiano pregiudizi o no. Il fatto che le persone usino la storia del Nazional-Socialismo per costruire delle analogie, secondo Marrus, non è di per sé antisemita. Egli notava che, dopo tutto, fu Begin a “dare il tono, dipingendosi pubblicamente prima di Beirut nell’estate del 1982, per esempio, sul punto di distruggere Hitler nel suo ‘bunker sottoterra’ a ‘Berlino’.”37 In secondo luogo, la copertura mediatica può talvolta attingere a stereotipi antisemiti, sebbene seguendo in larga misura una logica semplicistica di raffigurazione di malvagi e vittime. Israele ha tratto vantaggio per lungo tempo da questo schema retorico che indica buoni e cattivi ed ora percepisce in esso l’antisemitismo quando le parti si sono ribaltate. Inoltre, Marrus vedeva scarse possibilità di provare l’assunto che attaccare Israele allevii la colpa. Sosteneva che molte persone oggi sono nate dopo la Shoah, e non vi è un’indicazione che esse si sentano colpevoli (per esempio per non sostenere gli ebrei). Infine, indicava i sondaggi, che mostravano che l’antisemitismo stava diminuendo e che, secondo lui, restano più credibili dell’evidenza relativa ai singoli incidenti. Marrus concludeva: “Il sentimento anti-Israele che è sorto in anni recenti ha in effetti una connotazione di novità, ed è certo legato ad alcuni fattori interamente estranei al conflitto in Medio Oriente. E’ condizionato dalla struttura dei media cartacei ed elettronici, come dalla particolare retorica di alcuni leader ebrei. E’ talvolta parziale, esagerato e diffamatorio. Ma non è antisemita in senso generale, né il termine ‘antisemitismo’ contribuisce a spiegarlo.”38

Ci volgeremo ora al dibattito contemporaneo sull’esistenza e le caratteristiche del “nuovo antisemitismo”. Per Michael Wine, Direttore delle comunicazioni del ‘Community Security Trust’39 il nuovo aspetto dell’antisemitismo è il trend attuale verso “fluttuazioni temporanee che hanno la loro origine nella tensione mediorientale o nella continua critica dei media nei confronti di Israele”.40

Jonathan Sacks, Rabbino Capo dell’ ‘Unione delle Congregazioni Ebraiche del Commonwealth’ sottolinea che il “nuovoantisemitismo” è un “fenomeno globale trasmesso attraverso Internet, l’e-mail, la televisione e i video”.41

Secondo Abraham Foxman, il “nuovo antisemitismo” combina l’odio tradizionale con quello moderno in una modalità che non ha precedenti ed è suscitato da una combinazione di “elementi tradizionali dell’estrema destra e dell’estrema sinistra[ … ], immigrati di origine araba e organizzazioni terroristiche con base in Medio Oriente.”42 Secondo Foxman, il “nuovo antisemitismo”, “rivestito” della retorica antimperialista “è in grado di raggiungere persone che non sarebbero sensibili ai temi antisemiti tradizionali, come la xenofobia e il pregiudizio religioso.”43

Paul Iganski e Barry Kosmin, curatori di “A New Antisemitism?”, identificano il “nuovo antisemitismo” con la “giudeofobia” diffusa tra certe élites britanniche: “Le élites della sinistra liberale nei media, nelle chiese, nelle università e nei sindacati”.44Secondo Iganski e Kosmin, la “caratteristica centrale della giudeofobia delle élites implica una campagna di denigrazione contro Israele in quanto stato: è evidente una concentrazione ossessiva sulla colpevolezza di Israele per le violazioni dei diritti umani e civili nel suo conflitto con i Palestinesi. Israele è segnato a dito come esempio di infamia mentre violazioni palesi dei diritti umani e civili in altri paesi [ … ] passano relativamente inosservate poiché non sono soggette ad un esame ugualmente severo.”45

Secondo Pierre-Andrè Taquieff, direttore scientifico del CNRS (Centro Nazionale Ricerca Scientifica) francese, la “nuova giudeofobia” mira ad incolpare ed accusare gli ebrei di razzismo. Si fonda su una commistione polemica che accusa ebrei, israeliani e sionisti di rappresentare il “male”. Le caratteristiche di base della “nuova giudeofobia” sono, secondo Taguieff46, tra l’altro: una strumentalizzazione massiccia e virulenta dell’anti-razzismo a scopo anti-ebraico, manifestatasi durante la conferenza ONU contro il razzismo a Durban (2001), dove il “sionismo” è stato assimilato a “razzismo e discriminazione”; una banalizzazione di rappresentazioni e tesi proprie del revisionismo, e dubbi sul “business della Shoah” e il numero di vittime ebraiche; la legittimazione di un nuovo anticolonialismo, anti-americanismo, anti-imperialismo e nuova globalizzazione liberale; la diffusione massiccia del mito dei “buoni palestinesi” come vittime innocenti.

Taguieff nota che una “giudeofobia” basata sull’anti-razzismo, l’anti-nazionalismo e l’antiglobalizzazione ha fatto seguito all’antisemitismo razzista e nazionalista degli ultimi 30 anni. Egli vede in cìò un tragico rovesciamento della “lotta contro il razzismo”, che per lungo tempo ha compreso anche la lotta contro l’antisemitismo.47

Dina Porat, dello Stephen Roth Institute per lo studio dell’antisemitismo e razzismo contemporanei all’Università di Tel-Aviv, sottolinea che “questa è la prima volta nella storia dell’antisemitismo in cui l’area principale non è quella cristiana ma il mondo musulmano.”48

Julius Schoeps, professore all’Università di Potsdam e direttore del “Moses Mendelssohn Centre”, afferma di non essere stato in grado di individuare un “nuovo antisemitismo” in Germania, e che si dovrebbe piuttosto parlare di una continuità di pregiudizio antisemita. Schoeps ritiene fuorviante la distinzione tra “vecchio” e “nuovo” antisemitismo. Secondo lui, l’immagine negativa degli ebrei è rimasta pressappoco identica negli ultimi decenni. Tuttavia, ciò che è nuovo secondo il punto di vista di Schoeps è il fatto che il conflitto mediorientale è diventato un catalizzatore del “vecchio” antisemitismo. Nel contesto della politica israeliana nei confronti dei palestinesi, molti ora osano esprimere le critiche che hanno sempre voluto fare agli ebrei.49

Christian Sterzing, già membro del Bundestag tedesco, conferma l’opinione di Julius Schoeps, e suggerisce che l’antisemitismo attuale in Germania potrebbe essere descritto come vecchio antisemitismo in abiti nuovi. In questo senso egli sottolinea che il cosiddetto “antisemitismo secondario”50, un antisemitismo che non esiste nonostante l’Olocausto, ma a causa dell’Olocausto, non permette la costruzione in modo equilibrato e positivo di un passato tedesco e di un’identità tedesca. Pertanto, secondo Sterzing, alcune delle critiche ad Israele da parte dei tedeschi danno l’impressione di essere tentativi di discolparsi dal passato nazista.51

D’altro lato, Elie Barnavi, professore all’Università di Tel Aviv, afferma che l’”antisemitismo vecchio stile” hacessato di esistere in Francia ed è stato sostituito da “un anti-sionismo virulento, così come è trasmesso nel discorso della sinistra estrema.”52

Tuttavia, le posizioni di Barnavi ed anche di Taguieff sono messe in discussione dairisultati dell’analisi, compiuta da Nonna Mayer – direttore della ricerca al “Centro per lo studio della vita politica francese” (CEVIPOF) – del recente sondaggio condotto dalla “Commissione nazionale per i diritti umani” (CNCDH).53Mayer sottolinea che i risultati del sondaggio, benché debbano essere trattati con cautela per quanto attiene alla loro significanza, mostrano chegli atteggiamenti antisemiti in Francia non sono aumentati in modo significativo nel periodo dal 1988 al 2002 né hanno mutato caratteristiche. Coloro che negano agli ebrei lo status di “francesi come gli altri” sono anche coloro che con maggior probabilità negano questo status ad arabi, musulmani e immigrati.54 Mayer conclude che la maggioranza dei razzisti e degli antisemiti si trovano ancora oggi a destra.55

DEFINIRE E CONCETTUALIZZARE L’ANTISEMITISMO

Una definizione operativa di antisemitismo

Se cerchiamo elementi comuni tra i diversi approcci alla definizione dell’antisemitismo, troviamo due aspetti ricorrenti:

  1. quasi tutte le definizioni di antisemitismo si riferiscono a atteggiamenti ostili e/o attività contro gli ebrei e

  2. un numero significativo di definizioni contiene l’osservazione aggiuntiva che l’ostilità è rivolta contro gli ebrei “in quanto ebrei”56, o contro gli ebrei “perché sono ebrei”57, o contro gli ebrei “a causa della loro provenienza e identità, religiose e razziali, reali o percepite.”

Mentre il primo degli aspetti su citati prevale nelle definizioni di antisemitismo, è il secondo aspetto che di fatto è la premessa chiave per una definizione e identificazione accurata del fenomeno. Finché non si aggiunge la sottolineatura “in quanto ebrei”, non possiamo giungere alla conclusione elementare che si può parlare di antisemitismo solo se gli ebrei (e i non ebrei) sono attaccati perché sono (percepiti) come ebrei. Approfondiremo questo punto ulteriormente, ma due implicazioni importanti sono evidenti: primo, non ogni atto di ostilità nei confronti degli ebrei deve essere classificato come antisemita; e secondo, anche i non-ebrei possono divenire oggetto di antisemitismo.

Per sviluppare il punto ulteriormente, e costruire una definizione che possa (per quanto possibile) essere applicabile nei processi di registrazione ed analisi dei dati relativi all’antisemitismo, ci riferiamo ad alcune delle osservazioni di Brian Klug rispetto alla definizione di antisemitismo.

Klug offre la seguente definizione operativa di antisemitismo: “una forma di ostilità verso gli ebrei in quanto ebrei, in cui gli ebrei sono percepiti come qualcosa di altro da ciò che sono”.58 Questa definizione contiene un emendamento importante alla nostra definizione iniziale “ostilità contro gli ebrei in quanto ebrei”, perché Klug sottolinea che l’antisemitismo non è ostilità nei confronti degli ebrei per ciò che essi sono veramente, ma piuttosto verso l’immagine degli “ebrei” costruita dall’ideologia antisemita. In altre parole, parliamo di ostilità contro gli ebrei in quanto essi sono “l’ebreo”, dove “l’ebreo” non è una persona reale ma immaginaria, con caratteristiche immaginarie. Nel passato, alcuni tratti solitamente attribuiti agli ebrei sono diventati per gli antisemiti parte costitutiva del loro “ebreo” (immaginario). In un’analisi della letteratura antisemita tedesca degli anni trenta e quaranta, ovvero del periodo nazionalsocialista, che fornisce un’immagine condensata del sistema ideologico delle credenze razziste antisemite, Nina Eger e Alexander Pollak hanno stabilito sei categorie per lo stereotipo razzista antisemita dell’ebreo”59:

  • stereotipi antisemiti relativi alla sua natura “fraudolenta”, “disonesta”, “astuta”;

  • stereotipi antisemiti relativi alla sua essenza “straniera” e “diversa”;

  • stereotipi antisemiti relativi alla sua “non-riconciliabilltà”, “ostilità”, “agitazione”;

  • stereotipi antisemiti relativi al suo “talento commerciale” e al suo “rapporto con il denaro” (costruzione dell’“ebreo” come la peggior incarnazione possibile di un capitalista);

  • stereotipi antisemiti relativi alla sua natura “corrotta”;

  • stereotipi antisemiti relativi al “potere e all’influenza” ebraici e al “complotto

mondiale” ebraico.

A queste sei categorie di credenze razziste antisemite si potrebbe aggiungere una settima categoria, il mito cristiano anti-giudaico dell’“ebreo” come “uccisore di Cristo”,60 un mito che non fu inglobato in modo esplicito nel razzismo antisemita nazionalsocialista. Nondimeno, come gli storici Marvin Perry e Frederick M. Schweitzer sottolineano, la definizione nazista dell'”ebreo”, come un Altro alieno, attinse da visioni e miti trasmessi dal primo anti-giudaismo cristiano.61

Per l’antisemita, la figura immaginaria dell'”ebreo” è l’unica reale. Pertanto, secondo Klug, l’antisemitismo “è definito nel modo migliore non da un atteggiamento verso gli ebrei [come persone reali], ma da una definizione dell'”ebreo”, perché l’antisemitismo non è espresso solo da un unico atteggiamento, come per esempio, l’ostilità. Come Klug sottolinea, “invidia e ammirazione possono anche accompagnare un discorso antisemita.” In questo senso, l’antisemitismo è,in breve, “il processo di trasformazione degli ebrei in ‘ebrei'”.62Aggiungeremmo a questo che l’antisemitismo non è solo il processo di trasformazione degli ebrei (persone reali) in ‘ebrei’ (figure immaginarie), ma la trasformazione di chiunque (ebreo o no) nell'”ebreo”. Potremmo allora definire l’essenza dell’antisemitismo come:

ogni atto o atteggiamento basato sulla percezione di un soggetto sociale (individuo, gruppo, istituzione o stato) come “l’ebreo” (‘fraudolento’, ‘corrotto’, ‘cospiratore’, ecc.).

Bisogna sottolineare che l’antisemitismo non è una semplice forma di stereotipizzazione quotidiana affrontabile facilmente. La percezione di un soggetto sociale come “l’ebreo” (caratterizzato dalle sei o sette categorie di credenze stereotipali delineate in precedenza) va ben oltre le categorizzazioni e le generalizzazioni che noi tutti compiamo nella vita quotidiana. Credere nella costruzione stereotipale dell'”ebreo” significa, all’estremo, far proprio un sistema chiuso di credenze relativo a cosa è l’”ebreo” e a come egli manipola il mondo. Il pericolo qui è che questo sistema chiuso di credenze è senza uscita, proprio perché tutti gli argomenti contro l’antisemitismo possono essere interpretati e respinti come un effetto del “potere ebraico” e del “complotto mondiale ebraico”.

“Nuovo antisemitismo”

In una prospettiva analitica possiamo distinguere tra due possibili aspetti di cambiamento da un “vecchio” ad un “nuovo” antisemitismo:

  1. cambiamenti “interni” relativi alla natura dell’antisemitismo, attraverso la ridefinizione dell’”ebreo” (per esempio, aggiungendo nuove caratteristiche all’”ebreo” immaginario);

  2. cambiamenti “esterni” relativi alle manifestazioni di antisemitismo nella politica, neimedia e nella vita quotidiana, o relativi a nuove modalità di disseminazione dell’antisemitismo, nuovi gruppi di antisemiti (attivi), o una nuova qualità o quantità di atti antisemìti.

Relativamente al secondo aspetto vi è praticamente consenso tra tutti i partecipanti al dibattito attuale sul “nuovo antisemitismo” sul fatto che vi è stato un aumento significativo di attacchi verbali e fisici diretti contro gli ebrei o le istituzioni ebraiche a partire dal 2000. Molti di essi concordano anche sul fatto che questo aumento va visto nel contesto degli sviluppi politici in Medio Oriente. Inoltre, in particolare i sostenitori dell’esistenza di un “nuovo antisemitismo” segnalano nuove fonti di antisemitismo, nuovi gruppi, o nuove coalizioni formatesi tra gruppi di estremisti che hanno scoperto nell’antisemitismo un punto di riferimento comune. Inoltre, nuove forme di manifestazione pubblica dell’antisemitismo vengono segnalate da molti tra i sostenitori dell’esistenza di un “nuovo antisemitismo”, che affermano che gli scorsi decenni hanno portato una forma di antisemitismo mascherata da anti-sionismo o da critica ad Israele, o dietro anti-ideologie come l’antirazzismo o l’anti-imperialismo. Altri indicano i nuovi canali di comunicazione, in particolare Internet, responsabile della rapida diffusione di teorie complottistiche. Fino a qui, tutti questi “nuovi aspetti” dell’antisemitismo riguardano aspetti “esterni”; sono relativi all’aspetto pubblico e al “nuovo volto” dell’ antisemitismo.

Relativamente al primo aspetto, tuttavia, pochissimi partecipanti al dibattito si occupano di possibili cambiamenti della natura dell’antisemitismo. Il problema qui è se il tratto stereotipale dell'”ebreo” come “razzista” o “imperialista” che appare nell’ideologia antisemita contemporanea rappresenti un tratto nuovo nella costruzione dell'”ebreo” immaginario. Benché sia molto difficile dare una risposta definitiva, poiché il dibattito è ancora aperto, replicheremmo che i “vecchi” stereotipi antisemiti dell'”ebreo” hanno sempre contenuto – almeno implicitamente – questi tratti.

Antisemitismo e anti-sionismo

Volgiamoci ora al problema cruciale di definizione della soglia oltre la quale le espressioni anti-Israele e anti-sioniste sono da considerare antisemitismo. Se seguiamo la nostra definizione di antisemitismo, non è un compito arduo. Secondo la nostra definizione, atteggiamenti ed espressioni anti-Israele o anti-sioniste sono antisemite quando Israele è visto come un rappresentante dell’“ebreo”.63 Se questo è il caso, possiamo parlare di ostilità antisemita nei confronti di Israele in quanto rappresentante l’“ebreo” stereotipale.

Ma quando è il caso opposto e gli ebrei sono percepiti come rappresentanti di Israele? Se gli ebrei sono criticati o offesi per le politiche di Israele verso i palestinesi? Se ci atteniamo alla nostra definizione, allora, volendo essere rigorosi, dovremmo definire l’ostilità contro gli ebrei in quanto “israelianì” antisemita solo se è basata su una percezione sottostante di Israele come “l’ebreo”. Se questo non è il caso, allora dovremmo considerare l’ostilità verso gli ebrei in quanto “israeliani” come non genuinamente antisemita, perché tale ostilità non è basata sulla stereotipizzazione antisemita degli ebrei. Tuttavia, ciò non significa che una simile ostilità nei confronti degli ebrei non vada monitorata. Vi sono tre buone ragioni per cui l’ostilità contro gli ebrei in quanto “israeliani” dovrebbe essere in ogni caso monitorata con attenzione:

  • Primo, per le vittime di tale ostilità non vi è una differenza immediata tra l’essere attaccati in quanto sono “l’ebreo” o in quanto sono “un israeliano”

  • Secondo, è molto difficile – e in molti casi impossibile – vedere nella testa delle persone e cogliere ciò che pensano e le “reali” intenzioni che stanno dietro alle attività ostili contro gli ebrei

  • Terzo, questi attacchi agli ebrei, che non sono basati sulla stereotipizzazione antisemita ma sulla (falsa) generalizzazione degli ebrei come “israeliani” vanno visti, nelle parole dell’EUMC, come “atteggiamenti e comportamenti sociali che costituiscono una seria minaccia ai valori basilari europei e alla democrazia.”

Ciò che non dovrebbe essere considerato antisemita e pertanto non necessita di essere monitorato in quanto tale è l’ostilità nei confronti di Israele considerato come un paese che può essere criticato per le sue politiche. Per le nostre finalità di attribuzione corretta della categoria “antisemitismo” non è importante se la critica di Israele per ciò che è e fa sia giusta o no, equilibrata o no. E’ una componente intrinseca alla maggior parte delle culture politiche il fatto che i rappresentanti politici si concentrino primariamente sul presentare la loro posizione nel modo più convincente possibile – non nel modo più equilibrato. Pertanto, potrebbe essere, per esempio, nell’interesse di un rappresentante palestinese fornire una critica di Israele non equilibrata e tracciare un quadro esagerato delle violazioni dei diritti umani, senza che questa critica parziale sia di per sé antisemita. Diventa antisemita solo se il punto di riferimento ad essa sottostante è la visione di Israele come l’”ebreo” (stereotipato).

La critica ad Israele per le sue politiche potrebbe essere motivo di preoccupazione sia per Israele che per quanti vogliono che Israele abbia una buona reputazione. Tuttavia, c’è un’eccezione importante: la critica ad Israele dovrebbe diventare questione di interesse pubblico, quando vi sia evidenza esplicita che essa produce attacchi contro gli ebrei.

Relativamente al problema di identificare con chiarezza se, per esempio, un attacco ad Israele nella stampa è rivolto ad Israele in quanto l’“ebreo” o a Israele come stato, si dovrebbe notare che ci saranno sempre casi in cui non può essere fatta una chiara distinzione analitica. Alcuni suggerimenti e linee guida per la costruzione di indicatori e strumenti di analisi, come quelli di Jonathan Freedland e Peter Pulzer, possono essere d’aiuto; tuttavia si dovrebbe sempre considerare che gli episodi concreti di attacchi verbali nei confronti di Israele possono, in effetti, solo essere giudicati in base al contesto storico, politico, e situazionale in cui vengono lanciati – e in base a chi li lancia. Pulzer riconosce questo quando afferma che la decisione se definire o meno antisemita una data critica dipende dal contesto.64 Pertanto, per essere in grado di trarre delle conclusioni valide sui testi che criticano Israele, dobbiamo condurre analisi rigorose e sistematiche che evidenzieranno diverse possibili interpretazioni, considereranno il contesto di produzione e quello di ricezione, e faranno uso sistematico degli strumenti metodologlci forniti dalle diverse discipline socio-scientifiche.

1 Regolamento Consiliare (EC) No1035/97 del 2 giugno 1997 per l’instaurazione di un Centro di Monitoraggio Europeo su razzismo e xenofobia, Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea L151, 10/06/1997

2 Olaf Bfaschke: Katholizismus und Antisemitismus in Deutschen Kaiserreich. In : Kritische Studien zur Geschichtswissenschaft 122, Göttingen 1997, p.23. Tradotto dal tedesco in inglese da Alexander Pollak.

3 Michael Ley sottolinea l’interconnessione tra antisemitismo e nazionalismo. Egli definisce i due fenomeni come due lati della stessa medaglia. Pertanto conclude che con la fine dell’era del nazionalismo verrà anche la fine dell’antisemitismo politico/ideologico. Gli atteggiamenti rimanenti negativi verso gli ebrei dovranno allora essere considerati come pregiudizi individuali. Vedi Michael Ley: Oleine Geschichte des Antisemitismus. München: Fink, 2003, pp. 103 seg.

4 Vedi Georg Christoph Berger Waldenegg: Antisemitismus: “Eine gefarliche Vokabel?” Wien-Köln-Weimar: Böhlau 2003.

 5 Paul Iganski e Barry Kosmin sostengono che “l’uso contemporaneo del termine ‘antisemitismo’ descrive più precisamente ‘giudeofobia’. [ … ] La giudeofobia può essere considerata come riferentesi sia alla paura che all’antipatia nei confronti degli ebrei; allo stesso modo in cui xenofobia è utilizzato per riferirsi allapaura e antipatia nej confronti degli stranieri.” Vedi Paul Igarski e Barry Kosmin (a cura di): ”A new Antisemitism? Debating Judeophobia in 21st Century Britain. London: Profile, 2003 p. 8

6 Georg Christoph Berger Waldenegg sottolinea che il termine “fobia” non si riferisce al tipo normale di paura che tutti gli esseri umani provano in determinate situazioni, ma ad una paura anormale, nevrotica, patologica, caratterizzata da ossessioni psicologiche. Vedi Georg Christoph Berger Waldenegg: Antisemitismus: “Eine gefarliche Vokabel?” Wien-Köln-Weimar: Böhlau 2003, p. 104

 7 Vedi Werner Bergmann: Geschichte des Antisemitismus. München: Beck 2002, p. 6 seg.

 8 Ibidem.

 9 La sezione “Il dibattito su antisemitismo e anti-sionismo” delinea alcuni dei punti di riferimento del dibattito recente sulla questione del rapporto tra anti-sionismo e antisemitismo. Pertanto, non sono citati tutti i contributi a questo dibattito, quanto piuttosto una selezione descrittiva delle diverse posizioni.

 10 Abraham H Foxman: Never Again? New York: HarperCollins 2003, p. 18

 11 Ibidem p. 18

 12 Ibidem p. 21

 13 Ibidem p. 17

 14 Martin Luther King Jr.: “Letter to an anti-Zionist friend”. Saturday Review, 47, August 1967, p. 76. Ristampato in M.L. King Jr, This I Believe: Selections from the Writings of Dr. Martin Luther King Jr. (New York, 1971), pp. 234-235.

15 Antony Lerman: Sense on antisemitism: In: Paul Iganski e Barry Kosmin, (a cura di): A New Antisemitism? Debating Judeophobia in 21st Century Britain. London: Profile, 2003, p. 59

 16 Ibidem p. 59

 17 Ibidem p. 60 e seg.

 18 Peter Pulzer: “The new antisemitism, or when is a taboo not a taboo? : In: Paul Iganski e Barry Kosmin (a cura di): A New Antisemitism? Debating Judeophobia in 21st Century Britain. London: Profile, 2003, pp. 96 e seg.

 19 Jonathan Freedland: “Is anti-Zionism antisemitism? : In: Paul Iganski e Barry Kosmin, (a cura di): A New Antisemitism? Debating Judeophobia in 21 st Century Britain. London: Profile, 2003, p. 119

20 Ibidem p. 122

 21 Ibidem p. 122

22 Ibidem p. 129

 23 Vedi Werner Bergmann: Geschichte des Antisemitismus. München: Beck 2002, pp. 117 e seg.

 24 Ibidem p. 127

25 Zeev Sternhell: L’antisémitisme: un problème Européen. Conference Presentation at Tel Aviv University, Novembre 2002. In: Is There a New Anti–Semitism? Tel Aviv, 2003. pp. 66-70

 26 Hillel Harkin: The return of anti-Semitism. Wall Street Journal, 5 February 2002. Citato in Brian Klug: The collective Jew: Israel and the new antisemitism. In: Patterns of Prejudice, Vol. 371 No 2, June 2003, Routledge, p. 125.

 27 Brian Klug: The collective Jew: Israel and the new antisemitism. In: Patterns of Prejudice, Vol. 37, No 2, June 2003, Routledge, p.129.

 28 Ibidem p. 132

 29 Ibidem p. 137

 30 Ibidem p. 134

 31 Bernard Lewis: The Arab world discovers anti-Semitism. In: Sander L. Gilman and Steven T. Katz (a cura di): Anti-Semitism in Times of Crises, New York: New York University Press 1991. Citato in: Brian Klug: The collective Jew: Israel and the new antisemitism. In: Patterns of Prejudice, Vol. 37, No 2, June 2003, Routledge, p. 134. Vedi anche Michael Kiefer: Antisemitismus in islamischen Gesellschaften. Düsseldorf: Verlag fur gleichberechtigte Kommunikation, 2002.

 32 La sezione “Il dibattito sul nuovo antisemitismo” ha il compito di evidenziare alcuni dei punti fondamentali del recente dibattito sulla questione se esista o no un nuovo antisemitismo. Pertanto, non sono citati tutti i contributi a questo dibattito; questa è piuttosto una selezione di diverse posizioni.

 33 Vedi Robert Wistrich: Muslim Anti-Semitism: A Clear and Present Ranger. Su: http://www.ajc.org/lnTheMedia/Publications.asp?did=503 , Maggio 2002. Vedi anche: Robert Wistrich: Muslims, Jews and September 11: the British case. In Paul Iganski e Barry Kosmin (a cura di): “A new Antisemitism? Debating Judeophobia in 21st Century Britain. London: Profile, 2003 p. 169-191

34 Robert Wistrich: Anti-Zionism as an Expression of Anti-Semitism in Recent Years. Lecture hold on 1O December, 1984 at Study Circe on World Jewry. In: Yehuda Bauer (a cura di): Study circe on World Jewry, Serie 14, 1984-85. Jerusalem SICSA e ICJ, 1985.

 35 Ibidem

 36 Ibidem

 37 Marrus, Michael R. “Is there a New Antisemitism?” In: Michael Curtis (a cura di) Antisemitism in the contemporary world, Boulder: Westview Press 1986, pp. 172-181, qui: p. 174

38Ibidem p. 180

39 Vedi la valutazione del UK NFP report, pp. 313 e seg.

40 Michael Wine: Antisemitism on the streets. In Paul Iganski e Barry Kosmin (a cura di): “A new Antisemitism? Debating Judeophobia in 21st Century Britain. London: Profile, 2003 p. 31

41 Jonathan Sacks: A new Antisemitism? In Paul Iganski e Barry Kosmin (a cura di): “A new Antisemitism? Debating Judeophobia in 21st Century Britain. London: Profile, 2003 p. 38

42 Abraham H. Foxman: Never Again? New York: HarperCollins 2003, p. 7

43 Ibidem p. 1O e seg.

44 Paul Iganski e Barry Kosmin: Globalized Judeophobia and its ramifications for British society. In: Paul Iganski e Barry Kosmin (a cura di): “A new Antisemitism? Debating Judeophobia in 21st Century Britain. London: Profile, 2003 p. 284

45 Ibidem p. 285

46 Pierre-André Taguieff: La nouvelle judéophobie. Paris: Mille et une nuits, 2002, p. 130

47 Ibidem p. 233

48 Dina Porat: (Titolo in ebraico). Conference Presentation alla Tel Aviv University, Novembre 2002. In: Is there a New Anti-Semitism? Tel-Aviv 2003, p. 29.

49 Julius Schoeps: Die Gewalt im Nahen Osten und der wachsende Antisemitismus in Deutschland. Conference Presentation at Tel Aviv University, Novembre 2002. In: Is there a New Anti-Semitism? Tel-Aviv 2003, pagg. 21-28.

50 Vedi il capitolo su “Antisemitism in EU countries since 1945”.

51 Christian Sterzino: Aktuelle Entwicklungen antisemitischer Tendenzen in Deutschalnd. Conference Presentation at Tel Aviv University, Novembre 2002. In: Is there a N.ew Anti-Semitism? Tel-Aviv 2003, pagg. 89-97

52 Elie Barnavi: Le nouvel antisémitisme en France. Conference Presentation at Tel Aviv Universrty. Novembre 2002. In: Is there a New Anti-Semitism? Tel-Aviv 2003, pagg 61-65

53 Nonna Mayer: Antisémitisme et judéophobie en France en 2002. In Commission Nazionale Consultative des Droits de l’ Homme: La lutte contre le racisme et la Xénophobie. Rapport d’activité 2002. Paris 2003, pp. 97-107

54 Ibidem, pag. 103 e seg.

55 Ibidem, pag. 105

56 Helen Fein: Dimensions of Antisemitism: attitudes, Collective Accusations and Actions. In: Helen Fein (a cura di): The Persisting Question. Sociological Perspectives and Social Contexts of Modern Antisemitism. (Current Research on antisemitism, vol.1,a cura di Herbert A. Strass e Werner Bergmann). Berlin, New York: de Gruyter, 1987, p. 67

57 Martin Luther King Jr.: “Letter to an anti-Zionist friend”. Saturday Review, 47, August 1967, p. 76. Ristampato in M. L. King Jr,This I Believe: Selections from the Writings of Dr. Martin Luther Kjng Jr. (New York, 1971 ), pp.234-235.

58 Brian Klug: The collective Jew: Israel and the new antisemitism. In: Patterns of Prejudice, Vol. 37, No 2, June 2003, Routledge, p.122 e seg.

59 Vedi Alexander Pollak e Nina Eger: Antisemitismus mit Anspielungscharakter. In: Anton Pelinka, Ruth Wodak (a cura di): Politik der Ausgrenzung. Vienna: Czernin. 2002, pagg. 187-210

60 Il mito dell”’ebreo” come ”uccisore di Cristo (e assetato di sangue)” è stato trasmesso fino ai nostri giorni attraverso il mito dell’omicidio rituale ebraico. Vedi Marvin Perry e Frederick M. Schweitzer: Antisemitism: Myth and Hate from Antiquity to the Present. New York: Palgrave Macmillan, 2003, pag. 2 e seg.

61 Perry e Schwertzer 2002, p. 7

62 Brian Klug: The collective Jew: Israel and the new antisemitism. In: Patterns of Prejudice, Vol. 37, No 2, June 2003,Routledge, p.124

63 La visione antisemita di Israele come rappresentante l’”ebreo” (stereotipale) non deve essere confusa con la visione di Israele come stato ebraico, che è, di fatto, il modo in cui Israele definisce se stesso.

64 Peter Pulzer: “The new antisemitism, or when is a taboo not a taboo? : In: Paul Iganski e Barry Kosmin, (a cura di): A New Antisemitism? Debating Judeophobia in 21st Century Britain. London: Profile, 2003, pp. 96 e seg.

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